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L'ingiustizia ''green'' di chi investe tutto nelle auto elettriche: non è così che si crea un mondo migliore

Boris Johnson, probabilmente per marcare la differenza con l’Unione Europea, ha comunicato la decisione di avere solo auto elettriche e ibride in Gran Bretagna a partire dal 2030. Ma dai problemi legati alle batterie al litio (dall'estrazione allo smaltimento), ai dati che dicono che il vero problema sono le residenze private, alla necessità di poter contare sull'energia elettrica (metà mondo non può) i problemi sono tanti e forse non è questa la strada per essere migliori

Di di Raffaele Crocco, presidente dell'associazione 46 Parallelo di Trento e coordinatore del progetto "Atlante delle guerre e dei conflitti del Mondo" - 23 November 2020 - 13:01

TRENTOSolo auto elettriche e ibride in Gran Bretagna a partire dal 2030, cioè fra dieci anni. Boris Johnson, probabilmente per marcare la differenza con l’Unione Europea, ha comunicato questa decisione alcuni giorni fa, anticipando di dieci anni appunto il resto d’Europa, che ha fissato il termine per la produzione, la vendita e l’uso dei motori termici – quelli benzina e diesel, insomma - nel 2040. E’ una scelta che d’istinto fa venire in mente belle cose: la lotta all’inquinamento, lo schierarsi con chi vuole un Pianeta più verde e salubre, il dare voce ai milioni di ragazzi che dalle piazze hanno urlato “fate qualcosa”.

 

Prima di gioire, dobbiamo però farci delle domande. Siamo certi sia la cosa giusta, in queste condizioni? Siamo sicuri che davvero sia questa la prima cosa da fare, l’urgenza inderogabile per intervenire a favore del clima e migliorare la vita umana? Scorrendo dati, notizie e cifre, qualche dubbio viene. Vediamo.

 

• Il cambiamento climatico è dovuto all’inquinamento atmosferico, questo lo sappiamo per certo. Quello che sappiamo anche è che – mediamente – l’inquinamento è dato per il 64% dagli edifici privati, le abitazioni con i riscaldamenti, gli impianti di condizionamento dell’aria, la produzione e il consumo di energia. Il 26% per cento deriva dalle industrie e il 10% è dato dal traffico. Ora, quello che si sta facendo ovunque è intervenire su questo, il traffico, molto prima che investire nella ristrutturazione degli edifici, negli impianti di riscaldamento e nelle abitudini delle persone. Lo fa Johnson, anticipando la data di morte dei motori termici, in un Paese in cui l’industria automobilistica è tutta o quasi in mano straniera. Lo fa la Merkel in Germania, mettendo 5 miliardi di euro a disposizione delle case automobilistiche tedesche per la ricerca sull’elettrico. Dal punto di vista ambientale è stupido. Anche se tutta Europa andasse a elettricità, la qualità dell’aria cambierebbe di poco. Forse sarebbe meglio investire i miliardi nella ristrutturazione degli edifici privati: tutti.

• Le auto elettriche vanno con batterie al litio, lo sappiamo. Le miniere di litio conosciute – a parte nuovi enormi giacimenti trovati in Messico – si trovano in Cile, Argentina – nei deserti salati – e in alcuni Paesi Africani, qui controllati da società cinesi. Ovunque, a lavorare nelle miniere sono anche bambini, migliaia, che oltre ad essere sfruttati, muoiono per le intossicazioni del minerale. Non esistono certificazioni di sorta, le case automobilistiche – come per il coltan nei cellulari – usano minerale che è sempre risultato di sfruttamento. Una catena perversa che alimentiamo ad ogni nuovo acquisto.

• Le batterie al litio hanno un altro difetto: si consumano, devono essere cambiate. E quelle vecchie devono essere smaltite, perché inquinano. Tendenzialmente, il litio inquinante sotto forma di batteria torna vicino al punto di appartenenza, perché lo smaltimento lo facciamo trasformando in pattumiere intere regioni dell’Africa e di altri continenti. Le più grandi discariche del Mondo, spesso a cielo aperto, sono piene dei residui della quieta ed ecologica vita dei cittadini più ricchi del Pianeta.

• Altra considerazione: le auto elettriche vanno ricaricate, cioè serve elettricità. Il continente africano riesce a produrre in un anno, l’equivalente dell’energia elettrica che la città di New York consuma in una notte. Insomma, non ci sono centrali, non c’è corrente elettrica. Questo vuol dire che un cittadino d’Africa non potrà avere auto elettriche, solo a motore termico. Questo lo trasformerà – nella testa e nelle considerazione di molti – ancora di più in un essere di serie B, reo di inquinare ancora il Pianeta, perché incapace di avere elettricità. Si spaccherà ancora di più il Mondo, le differenze cresceranno.

 

Le differenze, per altro, cresceranno anche a casa nostra, perché è difficile capire – con le politiche salariali attuali in Europa e Stati Uniti – chi potrà permettersi un’auto elettrica. Difficile immaginare anche come ci si regolerà per i trasporti di merce e uomini, affidati per quasi il 70% alla gomma. Insomma, forse è meglio essere prudenti. Meglio non accontentarci delle apparenze e chiederci se davvero le scelte di Johnson o dell’Unione Europea vadano nella direzione giusta, di creare un Mondo migliore.

 

I dati ci dicono che non è così: rispondono solo alla voglia di rilanciare l’economia, puntando a un mercato certo e fregandosene di quanto questa scelta possa ampliare il distacco, le differenze, fra ricchi e poveri. Sono scelte, infine, che dimostrano come oggi, in queste condizioni, se non interveniamo sui diritti al lavoro e sulle politiche di distribuzione della ricchezza, sventolare la bandiera di una ipotetica green economy sia un lusso permesso solo ai ricchi, a chi può pensare al superfluo. Per i 3 miliardi e 700 milioni di individui che sulla Terra vivono con meno di 5,5 dollari al giorno, l’unica green economy nota è quella delle loro tasche vuote.

 

L'editoriale di Raffaele Crocco per Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo 

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