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Mozione della Lega contro l'aborto in Comune, l'esperta: ''Ecco sette motivi per cui non serve a 'sostenere la vita' ed è anche dannosa''

Ci scrive da Barcellona Giulia Zanini ricercatrice trentina nel Dipartimento di Antropologia della University of Barcelona. E' lei a spiegarci perché il documento presentato da Bruna Giuliani a Trento possa in realtà distogliere denaro, attenzione ed energie pubbliche e private dalle politiche di effettivo supporto a tutte le persone (incluse le madri) presenti sul territorio

Pubblicato il - 25 marzo 2019 - 00:34

TRENTO. ''Per tutte e tutti coloro che non trovano sufficiente il diritto di ciascuna a decidere se e quando portare avanti una gravidanza a rendere la mozione dannosa, esistono almeno altre sei ragioni per cui questa mozione non solo non sia necessaria per “sostenere la vita”, ma possa in realtà distogliere denaro, attenzione ed energie pubbliche e private, e dirottare politiche dall’effettivo supporto di tutte le persone (incluse le madri) presenti sul territorio, e, se vogliamo, alle loro famiglie''.

 

Sette ragioni per dire ''no'' alla mozione depositata in Comune a Trento dalla Lega, dalla consigliera Bruna Giuliani (mamma dell'assessore provinciale Bisesti). A spiegarle è Giulia Zanini, trentina, ricercatrice in Scienze sociali che si occupa di riproduzione (Procreazione medicalmente assistita, infertilità, donazione di gameti, genitorialità LGBTQ+, childfree, aborto)  che ci scrive da Barcellona dove è PostDoctoral Resarch Fellow al Dipartimento di Antropologia della University of Barcelona.

 

Ecco la sua analisi che pubblichiamo integralmente.

 

Pochi giorni fa il capogruppo della Lega in consiglio provinciale, Bruna Giuliani, ha depositato in Comune di Trento una mozione che ricalca quelle presentate (e alternativamente accolte, respinte o ritirate) in altri comuni italiani nei mesi passati, e che si dice a favore del sostegno alla vita e al ruolo della famiglia. La mozione, su cui dovrà esprimersi il consiglio comunale, punta principalmente ad assicurare un impegno formale del sindaco e della giunta comunale: 1. a sostenere (economicamente e attraverso il proprio patrocinio) le associazioni presenti sul territorio che portano avanti progetti “a sostegno della vita e della famiglia”, 2. a promuovere politiche “a sostegno della vita” attraverso apposite campagne di sensibilizzazione, e 3. a proclamare Trento “città a favore della vita”. (QUI ARTICOLO)

 

In particolare, questa mozione è presentata come necessaria all’applicazione di un particolare aspetto della legge 194/78 sull’interruzione volontaria di gravidanza (IVG), che prevede che questa non sia usata “ai fini della limitazione delle nascite”. Per tutte e tutti coloro che non trovano sufficiente il diritto di ciascuna a decidere se e quando portare avanti una gravidanza a rendere la mozione dannosa, esistono almeno altre sei ragioni per cui questa mozione non solo non sia necessaria per “sostenere la vita”, ma possa in realtà distogliere denaro, attenzione ed energie pubbliche e private, e dirottare politiche dall’effettivo supporto di tutte le persone (incluse le madri) presenti sul territorio, e, se vogliamo, alle loro famiglie.

 

Per tutte e tutti coloro che non trovano sufficiente il diritto di ciascuna a decidere se e quando portare avanti una gravidanza a rendere la mozione dannosa, esistono almeno altre sette ragioni per cui questa mozione non solo non sia necessaria per “sostenere la vita”, ma possa in realtà distogliere denaro, attenzione ed energie pubbliche e private, e dirottare politiche dall’effettivo supporto di tutte le persone (incluse le madri) presenti sul territorio, e, se vogliamo, alle loro famiglie

 

1. Il paradosso della migliore applicazione della legge 194 /78 sull’interruzione di gravidanza a sostegno di associazioni che vorrebbero abrogarla. Come ha spiegato bene Giulia Siviero ne Il Post (QUI ARTICOLO), la mozione, che ricalca quella presentata inizialmente a Verona, viene principalmente promossa da soggetti che condividono le posizioni delle associazioni che intendono supportare, posizioni a favore dell’abolizione della legge 194/78 fino ad arrivare al divieto di aborto. E’ difficile capire come la maggiore inclusione di associazioni contrarie all’esistenza della legge 194/78 possa produrre una migliore applicazione della legge.

 

2. La legge 194 già prevede che ciascuna donna incinta che richieda informazioni sull’interruzione di gravidanza venga informata di tutte le opzioni disponibili.

 

3. La legge 194 è una legge che già si presenta a sostegno della maternità – ragion per cui è considerata un compromesso da coloro che furono coinvolte nella sua promulgazione e che sostenevano un diritto all’Ivg slegato dalla protezione della maternità- e la sua applicazione già prevede che ciascuna venga informata a proposito delle opzioni disponibili. Ne consegue che una piena applicazione della legge non può passare dal finanziamento di associazioni o iniziative che offrono informazioni parziali rispetto al tipo di supporto cui una donna ha diritto per legge. Una adeguata applicazione si ottiene facendo in modo che a tutte le donne che si rivolgono al proprio medico o ad un consultorio per avere delle informazioni siano offerte tutte le opzioni, in maniera empatica e imparziale, inclusa quella dell’interruzione di gravidanza, secondo i canoni di sicurezza sanitaria previsti dalla stessa legge, e che le informazioni non siano fuorvianti o false ma basate sulle raccomandazioni provenienti da studi (si vedano per esempio le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità).

 

4. Ostacolare l’accesso all’interruzione di gravidanza non diminuisce gli aborti: li rende più insicuri. Lo dicono alcuni studi internazionali (il più celebre è il report 2018 sull’aborto nel mondo dell’Istituto Guttmacher): ostacolare l’accesso all’interruzione di gravidanza a chi sia decisa ad abortire, non diminuisce gli aborti, ma li rende più insicuri per diversi motivi. Tra questi quello che, non trovando risposte alla richiesta di assistenza per interrompere la gravidanza, alcune donne ricorrono a metodi alternativi di interruzione, spesso mettendo in pericolo la propria salute e, in casi estremi, la propria vita (e non salvando un’altra vita). Una politica a favore della vita guarda al pericolo per ciascuna donna derivante dalla mancanza di sostegno e servizi di fronte alla richiesta di interruzione di gravidanza. Un sostegno che include ascolto, confronto e rispetto delle decisioni altrui riguardo alla propria gravidanza, e alla propria famiglia.

 

5. Stanziare fondi pubblici o promuovere pubblicamente chi intende convincere chi vuole abortire a non farlo toglie risorse alle strutture che possono offrire un servizio pubblico dignitoso, imparziale e completo al sostegno di qualsiasi percorso relativo alla gravidanza, maternità, e all’interruzione di gravidanza. In questo modo, le associazioni che intendono sostenere ulteriormente le madri e le famiglie che si trovano in difficoltà economica possono continuare a farlo, senza interferire con un servizio pubblico di sostegno ad un percorso riproduttivo appropriato per ciascuna donna.

 

6. Le interruzioni di gravidanza che avvengono nei servizi pubblici continuano a diminuire a livello nazionale, come riportato dalla relazione su Ivg del ministero della salute presentata a gennaio 2019 su dati raccolti nel 2017 (in Trentino c’è stato un lieve aumento nel 2017 rispetto al 2016, ma come già spiegato da Luca Pianesi su ildolomiti.it, questo non è particolarmente rilevante, dal punto di vista statistico). Secondo questa relazione il tasso di abortività – il numero di Ivg per 1000 donne tra i 15 e i 49 anni di età -, considerato dall’Oms l’indicatore più affidabile per calcolare la tendenza del ricorso all’Ivg, scende, nel 2017 a 6.2 ‰, contro il 6.5 ‰ del 2016 e il 16.9 ‰ del 1983.

 

Al contrario, sembrerebbe dalla relazione che la disponibilità di questi servizi debba essere incrementata e migliorata, per venire incontro a quelle donne che accedono all’aborto al di fuori del servizio pubblico, e sono quindi considerate fuori legge. Il numero degli aborti che avvengono in queste situazioni è stimato attorno ai 12.000 e 15.000 l’anno solo per le donne italiane sul territorio nazionale, un numero invariato dal 2007, ma diminuito parecchio da quando la legge è stata introdotta. Dato che ostacolare l’accesso all’interruzione di gravidanza non diminuisce gli aborti (vedi punto 4), se si ritiene che questi numeri debbano diminuire, lo sforzo può andare solo nella direzione di rinforzare il sistema di informazione e supporto per le donne che lo richiedono, secondo le modalità descritte al punto 2 e secondo un sistema di servizi efficiente e rispettoso di ciascuna situazione e sensibilità.

 

7. Gli aborti diminuiscono nei contesti in cui esiste un maggiore accesso alla contraccezione, da una parte, e un insieme di politiche volte al rispetto dei diritti di ciascuna di operare delle scelte sulla propria vita riproduttiva e al sostegno, materiale e culturale, a queste scelte (vedi, a questo proposito, lo stesso report dell’Istituto Guttmacher citato sopra e, più semplicemente, i numeri derivanti da un cambiamento materiale e culturale rispetto alle opzioni riproduttive femminili dal 1982 ad oggi). In definitiva, è chiaro dall’analisi proposta, che se la mozione presentata in Comune ricevesse la maggioranza dei consensi, questa non solo non consentirebbe di raggiungere lo scopo che si propone, ma risulterebbe in una chiara distrazione di energie, iniziative e fondi pubblici da un adeguato supporto alla salute e alle esperienze riproduttive di tutte e di tutti.

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