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Riqualificazione della destra Adige, Italia Nostra non ci sta: "La vegetazione al di sopra degli abitanti"

Duro il comunicato dell'associazione che si occupa della salvaguardia artistica e culturale. Cinque i grossi errori rinfacciati ad amministratori ed urbanisti, incapaci a loro giudizio, di uscire da vecchi schemi e di riconoscere i propri errori

Di Davide Leveghi - 30 agosto 2019 - 19:49

TRENTO. Non è andato giù all'Associazione Italia Nostra il piano di riqualificazione di Piedicastello annunciato dal Comune di Trento. “Perché l'urbanistica – chiedono in un comunicato diramato alla stampa – non impara mai dai propri sbagli condannandosi a ripeterli?”.

 

Sono ben cinque i punti sollevati in contrasto con il piano di riqualificazione dell'ex area Italcementi e del quartiere della destra Adige, dimostrazione, a giudizio dell'associazione che si occupa della salvaguardia dei beni artistici, culturali e naturali, della perseverante tendenza della disciplina urbanistica a commettere sempre gli stessi errori.

 

C'è un primo errore tipico dell'anti-urbanesimo, dicono, ed è il “decentramento dei servizi di rango elevato, come il polo fieristico o il centro polifunzionale. Si ritiene – continua - che attività fortemente attrattive vadano collocate ai margini, per non congestionare il centro, ma è un'idea ingenua che produce più effetti negativi di quelli che presume di evitare. In particolare, mette fuori gioco il trasporto collettivo, impossibilitato a servire efficacemente un ambito periferico. Infatti, il piano per Piedicastello ne ignora l'esistenza. Prevede, invece, non a caso, un nuovo grande parcheggio”.

 

Il secondo errore, si dice, ricorre spesso in politica, ed è l'ignoranza della topologia: la vicinanza a piazza Duomo, “ombelico della città”, non sarebbe affatto garanzia di centralità di una zona, quella dell'ex Italcementi, posta a ridosso della parete del Bondone.

 

Accanto alla topografia, v'è poi l'ignoranza dell'orografia, della forma del territorio. A riguardo Italia Nostra pone una serie di quesiti: “un fiume non è una striscia azzurra su una mappa; una parete rocciosa non è un accumulo, sulla carta, di curve di livello. Nella realtà, l'Adige è un canale tra argini in rilievo: come si può pensare di affiancarci un parco fluviale? La parete del Bondone è un muro di pietra alto cento metri che già allunga la sua ombra poco dopo mezzogiorno: come si possono costruire abitazioni al suo piede? Questa è la decisione più incomprensibile, poiché contrasta con il mero buonsenso: destinare alla vegetazione le parti più pregiate del territorio – con la migliore esposizione, le migliori vedute, i migliori rapporti con la città – per confinare invece gli abitanti nell'angolo più recondito e insalubre, dove il sole tramonta a mezzodì. Privilegiare la vegetazione a scapito della popolazione: non è il mondo alla rovescia?”.

 

Al punto quarto, l'errore sarebbe “continuare a vedere le strade come fonte di disagi anziché come luogo civile per eccellenza”. V'è infine la tendenza, si dice, a “disegnare, ancora una volta, la città attorno a qualche specifica funzione, pur sapendo che le funzioni sono quasi sempre provvisorie, mentre la forma urbana è molto spesso definitiva. Il giorno in cui il polo fieristico sarà dismesso (chi pensa che non possa accadere non conosce la storia universale delle città) che cosa ne faremo di uno scatolone circondato dal nulla?”.

 

Il dibattito è aperto, e la posizione di Italia Nostra è chiara: la responsabilità non è tanto dell'architetto autore del progetto quanto degli “amministratori guidati da luoghi comuni e opportunismi”, oltre che di un' “urbanistica incapace di emendarsi e riscattarsi, perseverando nei suoi fallimenti”. L'importanza della disciplina, concludono, dovrebbe non solo spingerci a capire come progettare le città, ma anche ad imparare come non progettarle.

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