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Coronavirus, anche le sex worker in difficoltà per il lockdown: senza clienti si fatica ad arrivare a fine mese, “Siamo abbandonate a noi stesse”

Sono almeno 120mila le escort rimaste senza lavoro, il 12% ha già fatto ricorso a qualche tipo di ammortizzatore sociale. In Trentino la maggior parte delle sex worker sono di origine straniera, ma non mancano le italiane, l’unità di strada Aquilone Lilla: “Stiamo cercando di mantenere i contatti con le ragazze e oltre al sostegno emotivo prepariamo dei pacchi alimentari per le donne più in difficoltà”

Di Kay Chernush for the U.S. State Department, Wikipedia
Di Tiziano Grottolo - 07 aprile 2020 - 06:01

TRENTO. “Siamo abbandonate a noi stesse” è questo il grido d’aiuto lanciato dalle molte sex worker che in questo momento di restrizioni si sono trovate improvvisamente senza lavoro. Stando ai dati raccolti da Escort Advisor, sito di recensioni fra i più visitati in Europa, circa il 12% delle lavoratrici del sesso intervistate ha presentato domanda all’Inps per ottenere il bonus da 600 euro. Un modo come un altro di integrare il proprio reddito che per molte di loro si è ridotto praticamente a zero.

 

In molte sono state costrette a chiedere aiuto alle associazioni o enti come la Caritas per riuscire a sopravvivere. Particolarmente critica la posizione di chi lavorava sulla strada: anche se in alcuni casi, spinte dal bisogno, c’è chi continua nonostante le restrizioni andando incontro anche a rischi maggiori. Le più esposte sono le prostitute straniere che non conoscono la lingua, non spendo né leggere né scrivere per loro è quasi impossibile chiedere aiuto anche alle associazioni, tanto meno provare a compilare una domanda per ricevere assistenza.

 

In Trentino, fra le associazioni che offrono un aiuto alle sex worker, c’è l’unità di strada “Aquilone Lilla” che fa riferimento alla cooperativa Punto d'approdo di Rovereto, fino a quando è stato possibile Giorgia e Chiara, le operatrici dell’unità di strada, uscivano per prendere contatto con donne e trans che ogni giorno si prostituivano: “All’inizio dell’emergenza abbiamo chiamato per ribadire la nostra presenza, pur non potendo presenziare in strada, ma anche per informarle riguardo le limitazioni e aiutarle nel comprendere la situazione attuale”.

 

Così Giorgia e Chiara, almeno una volta a settimana, contattano una trentina di ragazze che solitamente venivano incontrate in strada piuttosto che nell'appartamento dove lavoravano. La maggior parte delle donne seguite sono di origine straniera, soprattutto dall’est Europa, ma non mancano le italiane. Molto variegata anche l’età, si va dalle giovanissime di 20 anni fino alle 60enni. La relazione di fiducia costruita negli anni fa in modo che qualora ce ne fosse bisogno siano le stesse sex worker a farsi avanti per chiedere aiuto: “Sono cambiate le modalità non potendo più uscire usiamo il telefono, sostanzialmente continuiamo a fare da ponte fra le ragazze e i servizi sanitari del territorio, come il consultorio o i vari ambulatori”.

 

Ovviamente le difficoltà maggiori riguardano la sfera economica “non poter andare in strada – spiga Giorgia – significa non lavorare e così diventa difficile pagare l’affitto ma anche acquistare generi alimentari e di prima necessità”. Proprio per questo l’unità di strada si occupa di inviare dei pacchi alimentari alle persone più in difficoltà: “Alcune donne stanno provando a reinventarsi aprendo profili su siti internet specializzati su chat online o con servizi via webcam ma la maggior parte resta senza alternative e senza aiuti”. Il problema principale è che in Italia la prostituzione si muove in un’area grigia, di fatto tollerata vengono puniti solo i casi di favoreggiamento o sfruttamento, allo stesso tempo però mancano leggi che identifichino chiaramente la professione. Ciò rende impossibile avere accesso agli ammortizzatori sociali, salvo per chi ha già un’altra partita Iva e almeno ha potuto richiedere il bonus economico dell’Inps.

 

Se all’inizio dell’emergenza tutto sembrava più tranquillo e le difficoltà economiche sembravano gestibili – prosegue Giorgia – con l’allungamento delle restrizioni la situazione si è fatta insostenibile, aggravata anche dalla solitudine e dalla lontananza dalle famiglie, oltre che dalla mancanza di reti di sostegno sul territorio”.  In tutta Italia le unità di strada stanno cercando di mantenere i contatti con le donne per offrire sostegno emotivo e qualcosa in più per mangiare alle più bisognose.

 

Si stima che in Italia lavorino tra le 75mila e le 120mila sex worker, ma il numero potrebbe salire di molto se venissero prese in considerazione anche tutte le donne che lavorano, saltuariamente o a tempo pieno, come escort. Secondo lo stesso sondaggio redatto da Escort Advisor, fra le professioniste che utilizzano la piattaforma, il 46% ha risposto che non farà richiesta all’Inps o ad altri enti perché non ha bisogno di assistenza, mentre il 28% che se la caverà a patto che la crisi duri solo pochi mesi. Il 14% però non ha escluso di dover chiedere aiuto a partire dal prossimo mese. Infine il 12% delle intervistate ha fatto sapere di aver già chiesto aiuto, anche se nutre dei dubbi che con il suo lavoro possa ricevere assistenza. Donne, ma ci sono anche molti uomini, che hanno perso la loro principale fonte di reddito e che difficilmente potranno avere accesso agli ammortizzatori sociali, “invisibili” allo Stato e a gran parte della società.

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