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“Io, donna trans umiliata e denigrata dai tribunali”. La lotta di Alexandra per vedersi riconoscere il diritto a scegliere il proprio nome

La sentenza avrà sicuramente una vasta portata anche per altre cause, dal momento che fissa il diritto delle persone transgender a scegliersi il proprio nome. Alexandra: “Spero che d’ora in poi nessun’altra persona debba affrontare quello che ho passato”

Di Tiziano Grottolo - 18 febbraio 2020 - 18:24

TRENTO. Una sentenza che sicuramente avrà una grande portata, anche perché a pronunciarla è stata la Corte Suprema di Cassazione, ovvero il vertice della giurisdizione ordinaria italiana: in sintesi con questo verdetto è stato messo nero su bianco che d’ora in avanti le persone trans potranno scegliersi il proprio nome (QUI articolo). La questione infatti non è banale, capita che alcune persone pur nascendo con un assetto cromosomico determinato, maschile o femminile, non vi si riconoscono e per questo scelgono di affrontare il percorso per cambiare sesso, processo che in Italia è regolamentato dalla legge numero 164 del 14 aprile 1982 e che riguarda all’incirca 100 individui all’anno.

 

Questa è la strada intrapresa da Alexandra (assistita dall’avvocato trentino Alexander Schuster) che fin dall’infanzia, nonostante un assetto cromosomico maschile, si è sempre sentita donna e per questa ragione ha intrapreso il suo percorso per una transizione che però ha dovuto ben presto misurarsi con la legislazione italiana: “Mi sono sentita umiliata e denigrata per tutto quello che ho dovuto subire”, spiega a Il Dolomiti.

 

In breve, la legge di riferimento “norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso” prevede che la persona in questione presenti un’istanza in tribunale, tenendo presente che la stessa giurisprudenza è arrivata alla conclusione di non ritenere l’operazione chirurgica un requisito necessario per completare la transizione. In mezzo ci sono anche una serie colloqui con psichiatri, sessuologi e psicologi e ai quali possono aggiungersi terapie ormonali e anche interventi chirurgici. L’ultimo passaggio è quello anagrafico, quando il tribunale trasmetterà le informazioni al comune di residenza che dovrà aggiornare i dati anagrafici della persona che ha completato la sua transizione.

 

In un certo senso è proprio qui che la vicenda di Alexandra prende una piega inaspettata: il tribunale di Torino, dove la donna ha presentato l’istanza, pur adeguandosi alle svolte giurisprudenziali e dunque non ritenendo che l’operazione chirurgica fosse requisito necessario per la transizione rigetta comunque l’istanza nella parte in cui la donna chiede di essere riconosciuta con il nome di Alexandra.

 

Oltre al danno è arrivata anche la beffa perché fra le altre motivazioni addotte per il diniego della richiesta il consulente del tribunale fece leva sul fatto che Alexandra non amava partecipare ai Pride: “Pensare che ci sia qualcuno che chiamato ad esprimersi su una questione tanto delicata ragioni per stereotipi lo trovo aberrante. Non ho niente contro i Pride – racconta – solo che non mi appartiene, la lotta comunque è giusto che ci sia e che i Pride continuino ad esistere visto che siamo ben lontani dal raggiungere una parità sui diritti Lgbtq e anche per quelli delle donne, semplicemente preferisco non prendervi parte”.

 

Sempre sostenuta dall’avvocato Schuster, la donna fa ricorso fino a quando il suo caso non approda in Cassazione che le dà ragione: “Ci sono voluti cinque anni di battaglie legali ma alla fine ne è valsa la pena e di questo devo ringraziare Alexander di cuore, non è da tutti seguire una causa, avanti e dietro da Torino, con la sua competenza e passione lo consiglierei a chiunque dovesse trovarsi ad affrontare una situazione simile alla mia”.

 

Dopo la sentenza della Cassazione potrebbe perfino non esserci più bisogno di infinite lotte in tribunale, per vedersi riconoscere quello che a tutti gli effetti è un diritto, infatti si legge: “Non emergono obiezioni al fatto che sia la stessa parte interessata, soggetto chiaramente adulto, se lo voglia, ad indicare il nuovo nome prescelto, quando non ostino disposizioni normative o diritti di terzi, attesa l'intima relazione esistente tra identità sessuale e segni distintivi della persona, quale il nome”. E ancora: “Il prenome non va necessariamente convertito nel genere scaturente dalla rettificazione, dovendo il giudice tener conto del nuovo prenome, indicato dalla persona, pur se del tutto diverso dal prenome precedente”.

 

“Spero che con questa sentenza altri non debbano affrontare il mio stesso calvario – afferma Alexandra – mi sono sentita umiliata e denigrata ma alla fine ho avuto giustizia, per quanto riguarda il raggiungimento di un’effettiva parità c’è ancora molta strada da fare, omosessuali, trans e donne occupano ancora l’ultimo gradino della scala sociale”. Con questa vittoria, che è prima di tutto personale, Alexandra ha sicuramente contribuito all’emancipazione delle persone transgender che da oggi potranno scegliersi un nuovo nome, senza che un tribunale intervenga arbitrariamente. 

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