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La sera del sabato santo? Ci si bagna gli occhi con il Nosiola e domenica arrivavano i rami di ulivo: ecco perché

I vignaioli del Vino Santo hanno celebrato fino a qualche anno fa il rito delle ‘glorie’. Usanza che affonda radici nelle devozioni di fine’800, magistralmente riesumata a suo tempo dal compianto Giuseppe Bepi Morelli, amministratore comunale di grande sagacia e di vedute lungimiranti, fautore già negli Anni ’70, del turismo e della cultura popolare a rischio d’estinzione

Di Nereo Pederzolli - 10 April 2020 - 19:58

TRENTO. E’ un rito sospeso, ma non nel senso di ‘rimandato’ causa virulenza coronaria. E’ proprio la magia che aleggia (in sospensione) tra la fede nella resurrezione della Pasqua e la gioia di usare il vino per ‘vedere la luce’. Ecco le Glorie di un 2020 decisamente di passione. Bagnarsi gli occhi, la sera del sabato santo, con un goccio di vino bianco, di Nosiola appena svinato.

 

Vino di e per la resurrezione, momento di fraternità, tra sincere usanze delle comunità rurali in Valle dei Laghi, dei vignaioli più fedeli alla tradizione pasquale. Un modo per gioire, per scambiarsi gli auguri di circostanza, pure per discutere sui primi assaggi dei vini dell’ultima vendemmia. Occasione gioiosa, le ‘glorie’ per sperare nella giusta evoluzione dell’annata agraria.

 

La Settimana Santa è sempre stata al centro di tante usanze contadine. La domenica delle palme si brandivano rami d’ulivo, dopo la benedizione religiosa. Servivano per scongiurare l’onda malefica dei temporali carichi di grandine. Fasci di rami d’ulivo – le cosiddette ‘olivèle’ - bruciati in bracieri davanti casa, fumi accompagnati da preghiere, una specie di sacrificio scaramantico, sperando che lassù, Lui placasse l’impeto, risparmiasse le piantagioni, i raccolti.

 

I contadini, per Pasqua, depositavano nelle chiese vere e proprie fascine di rami d’olivo. Altro che rametti, ora segno di pace o da appendere quasi per vezzo sulle porte di casa. Fasci grossi così, pesanti, da poter usare più volte, sperando comunque nell’inutilità. Se li procuravano negli oliveti, durante la potatura primaverile. ‘Olivèle’ in quantità, da portare a casa - dopo la benedizione del parroco - da bruciare in caso di pericolo. Quasi tutti, nel frattempo, speravano nei miracoli. E la sera prima di Pasqua, si bagnavano gli occhi col vino.

 

I vignaioli del Vino Santo hanno celebrato fino a qualche anno fa il rito delle ‘glorie’. Usanza che affonda radici nelle devozioni di fine’800, magistralmente riesumata a suo tempo dal compianto Giuseppe Bepi Morelli, amministratore comunale di grande sagacia e di vedute lungimiranti, fautore già negli Anni ’70, del turismo e della cultura popolare a rischio d’estinzione. Riuniva a Castel Toblino i ‘patriarchi del vino nostrano’. Tra i più assidui ‘glorificatori’ è Arrigo Pisoni, assieme a Giovanni Poli e qualche altro storico socio della locale cantina sociale. L’età non conta. Caparbiamente riescono ancora a coinvolgere qualche giovane vignaiolo.

 

Però, questa volta, non ci sarà, purtroppo, la cerimonia delle Glorie. Lo impone l’iter di prevenzione al covid. Ma rimane intatto il significato di questa chiamiamola ‘rustica reunion’. Aspersione sospesa, dunque, in attesa di tempi migliori. Del resto anche l’altro rito enologico legato al periodo pasquale – quello della pigiatura delle uve Nosiola lasciate appassire fino fine quaresima per generare il prezioso Vino Santo Trentino DOC – è stato drasticamente ridotto. Pigiatura privata, ogni singola cantina dell’Associazione di tutela di quel ‘passito della passione’ ha ‘mostato’ in proprio, torchiando a debita distanza, secondo le procedure antivirus.

 

Adesso, in attesa di assaggiare a partire dal 2026 il Vino Santo 2019 pigiato in questi giorni ci si consola con le Glorie. Anche queste da celebrare in privato. Invito che i vignaioli dei paesi tra Vezzano, Santa Massenza, Pergolese, Madruzzo, fin su a Stravino e Cavedine rivolgono a tutti i cultori del buon vino. Anche se rigorosamente …iorestoacasa.

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