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| 25 mar 2020 | 20:07

L'agricoltura trentina e il rischio gelate, da quando le piante venivano interrate alle moderne tecnologie

Cala il termometro, crescono le preoccupazioni. Specialmente quando i frutteti non sono coperti né dall’impianto antibrina e neppure dall’assicurazione. Scelte opinabili, dettate anche da un certo fatalismo, se non da sopite speranze legate alla fiducia di schivare i ghiaccioli sui fiori delle piante

TRENTO. Coda dell’inverno o inizio primavera con brivido? In ogni caso anche le campagne di fondovalle del Trentino sono state sferzate dal gelo. Un drastico abbassamento che ha fatto scattare misure di protezione tra sistemi che ricorrono alla più sofisticata tecnologia informatica e il ricordo di pratiche contadine decisamente da antologia. Gelate che potrebbero ripresentarsi anche nelle prossime mattinate.

 

Cala il termometro, crescono le preoccupazioni. Specialmente quando i frutteti non sono coperti né dall’impianto antibrina e neppure dall’assicurazione. Scelte opinabili, dettate anche da un certo fatalismo, se non da sopite speranze legate alla fiducia di schivare i ghiaccioli sui fiori delle piante. In una fase vegetativa forse non ancora completamente germogliosa, ma comunque avanti.

 

Il 2019 è stato il quarto anno più caldo dal 1800, con una temperatura media superiore di 0,96 gradi rispetto al caldo record di 2014, 2015 e 2018. Con strascichi di vampate giunte pure tra le Dolomiti e in questo inizio anno.

 

Nella piana lungo l’asta destra del fiume Adige la scorsa notte è scattato l’allarme. I frutticoltori erano stati avvisati da sms partiti dai consorzi e dalla Fondazione Mach. Tra input delle stazioni di rilevamento, internet e un silente, capillare passaparola. Difficile trovarsi comunque impreparati.

 

E pensare che fino a metà degli Anni ’50, tra le campagne solitamente battute dal gelo primaverile, era in voga un sistema di protezione decisamente ancestrale. Quello che prevedeva l’interramento delle piante, Proprio così. Le viti – di ogni età – e le piante ancor giovani di melo, pure pesca o albicocca – venivano "staccati" dalla pergola o slegate dal minuscolo palo adduttore, per essere delicatamente piegate, riposte (riparate) nel solco scavato a fianco delle radici. Messe sotto terra, i cumuli sui tralci (potati in autunno) in attesa delle temperature più miti. Quando venivano dissepolte, per ritornare al tradizionale aspetto, sistemate sulle pergole, tra piante di gelso e spazi di terreno coltivati pure ad orto.

 

Gli annuali di viticoltura conservano rarissime foto di questa pratica contadina che ha comunque radici – è il caso di dire – remote quanto lontane. Lo praticano ancora certi viticoltori georgiani, sulle pendici del Caucaso, per proteggere un patrimonio viticolo con una biodiversità incredibile, non a caso varietà che hanno scandito l’evoluzione viticola mondiale.

 

Quando anche l’interramento era precario, ecco allora l’accensione di fuochi, disseminati tra i filari. Operazione suggestiva, teatrale, che però nessun frutticoltore vorrebbe mettere in scena. Adesso si spera nell’evoluzione della primavera e nelle moderne tecniche di protezione di fiori e germogli. Altrettanto suggestive: l’impianto irriguo diffonde spruzzi d’acqua che – gelando – creano una fredda corazza al fiore, difendendolo dal brusco calo di temperatura.

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