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“Mai come ora che non ti abbiamo più, ti rivogliamo indietro”. La lettera di Giacomo Bertò offre uno spaccato sul disagio degli studenti e gli vale il premio di “Studente dell’anno”

Giacomo Bertò, studente del liceo classico Arcivescovile di Trento, vince il premio "Studente dell'anno 2020 Your Edu Action". Fondamentale la sua lettera alla Scuola scritta durante il lockdown e ancora attuale. Il rettore Bruno Daves: "Siamo orgogliosi di come sia riuscito a leggere la situazione, mettendola nero su bianco. Le relazioni sono un aspetto fondamentale in questo momento trascurato"

Di Mattia Sartori - 22 dicembre 2020 - 15:46

TRENTO. Non sei un edificio chiuso. Sei un mare di opportunità rubate”. Così Giacomo Bertò, studente di quarta del liceo classico Arcivescovile di Trento, si rivolge alla scuola in una lettera scritta durante il lockdown. Una lettera d’amore, che con la sua spontaneità e sincerità ha avuto eco a livello nazionale, tanto da suscitare una risposta del Presidente Mattarella e l’interesse di vari personaggi e scrittori come Martina Colombari, Alessandro d’Avenia ed Enrico Galiano.

 

Il suo scritto però non l’ha solo portato sulle pagine dei giornali, ma gli ha permesso anche di vincere il premio “Studente dell’anno 2020 Your Edu Action”. Il riconoscimento, che viene accompagnato dai premi per il docente e il dirigente dell’anno, mira a riconoscere le persone che hanno svolto il proprio ruolo all’interno della scuola con maggiore animosità.

 

“Tutto nasce dalla mia passione per la scrittura – racconta Giacomo –, una passione che coltivo fin dalle medie. Ho sempre creduto nel potere delle parole e delle emozioni e questo mi ha portato qualche anno fa ad aprire un blog dove condividere i miei pensieri. Il mio sogno però è sempre stato quello di arrivare alla carta stampata e finalmente l’anno scorso è arrivata l’occasione: sono stato contattato dalla casa editrice A.Car per pubblicare il mio libro “Jackyc’è”. Sembrava che andasse tutto bene, ma è arrivato il coronavirus”.

 

Lo scoppio della pandemia manda all’aria tutti i piani di Giacomo, che viene costretto a rimandare la presentazione del libro e ad abbandonare la scuola come i suoi coetanei. “Per me è stata una crisi – spiega il ragazzo –, nonostante il rapporto di amore-odio che ogni studente ha con la scuola non riuscivo a starne lontano. Per questo ho deciso di scrivere la famosa lettera. Inizialmente era solo per me, non avevo intenzione di pubblicarla, ma poi mia madre l’ha letta e mi ha convinto”.

 

Le parole di Giacomo trovano consensi tra i coetanei e non solo: arrivano anche a sui quotidiani, diffondendosi poi rapidamente fino a raggiungere il Presidente della Repubblica Mattarella che risponde con una lettera di suo pugno. “La scuola che ami – scrive il capo dello Stato -, come luogo di incontro e aggregazione, come mare di opportunità, vivila quale valore che oggi si comprende meglio”.

 

 

Il punto è proprio questo, il motivo per cui la lettera di Giacomo è piaciuta così tanto: riesce a fotografare la situazione di disagio che i ragazzi stanno sperimentando in mancanza di un contesto comunitario. Il rettore dell’Arcivescovile, Bruno Daves, complimentandosi col suo studente dice: “Siamo contenti del premio che ha ricevuto, ma in particolare siamo orgogliosi di come sia riuscito a leggere la situazione, mettendola nero su bianco”.

 

“Nel periodo che stiamo vivendo – continua il rettore - i ragazzi si trovano improvvisamente privati delle relazioni interpersonali che alla loro età si trovano principalmente a scuola. Come istituto noi crediamo che l’educazione nasca proprio dalla relazione e per questo cerchiamo di creare una comunità educante dove l’apprendimento sia collettivo e i ragazzi possano crescere insieme”.

 

Ovviamente con lo scoppiare della pandemia non si è più potuto portare avanti questo sforzo e a perderci sono stati proprio i ragazzi. Daves: “Gli studenti sono stati repentinamente spogliati dei rapporti garantiti dalla scuola e si sono accorti di quanto fosse importante. Il merito di Giacomo è stato proprio questo: fare luce su un bisogno intrinseco nelle persone, che forse come adulti stiamo trascurando troppo di questi tempi”.

 

Un premio dunque sicuramente meritato dal ragazzo trentino, che dà a tutti un realistico spaccato sulle difficoltà dei ragazzi e offre spunti di riflessione a chi lavora in ambiente scolastico. Bisogna cercare il modo di ripristinare le relazioni in completa sicurezza, aspettando il momento di tornare tra le tanto odiate (e allo stesso tempo amate) mura scolastiche.

 

La lettera completa:

 

Cara scuola, ecco cosa mi manca di te

 

Sono Giacomo Bertò, ho 16 anni e frequento la terza liceo classico a Trento. In questi giorni di intontimento generale ho scritto una lettera come un innamorato alla sua amata: ho scritto una lettera alla scuola. Eccola.

 

Cara scuola, come stai? Spero meglio di come sto io. Di come stiamo noi. In molti si dimenticano di chiederlo, di interessarsi a cosa provano gli studenti. Quasi avessimo deciso noi di separarci da te, dalla normalità quotidiana. Invece, mai come ora che non ti abbiamo più, ti rivogliamo indietro. Ti rimpiangiamo. Troppo tardi? Spero di no. Ma quando ci rivedremo? Aprile? Maggio? Settembre?

 

Cara scuola, sapessi come ti hanno rimpiazzata! La chiamano “didattica a distanza”. Al posto del professore uno schermo, una voce. Parlano e noi, connessione permettendo, ascoltiamo. Ma la testa gira, va via, come i giga e il collegamento. La lavagna non c’è più. Non c’è il mio vicino di banco. Tutto è tanto, troppo lontano. Riprovi a concentrarti, fissi lo schermo, cerchi un sorriso nella webcam.

 

“L’apprendimento non può essere solo la somma di una quantità di nozioni, messe in fila; deve essere condivisione, coinvolgimento.” Lo dicono tutti. Ma come si fa così? E se non capiamo? Dove sono finite le alzate di mano? Gli sguardi dei prof, quelli dei miei compagni, il suono della campanella? Dov’è la mia bidella preferita? Le relazioni che fine hanno fatto? Cara scuola, prima ci lamentavamo delle troppe ore passate tra le tue mura, ora iniziamo quasi a sognarle. Ne capiamo il valore.

 

Era questo che dovevamo imparare signor Virus? Ok, ora basta però C’è anche chi si fa problemi per la valutazione… il “programma”. Ma non era scomparso il “programma”? Non erano le competenze a contare ora? Quante ne dobbiamo tirare fuori, in questa tragedia? Chi pensa invece ad arginare il nostro smarrimento, la nostra paura? I numeri servono, ma tu, cara Scuola, tu sei molto più! Sei centro di aggregazione, luogo d’incontro di anime ribelli dai volti brufolosi, dove ognuno scopre il suo piccolo spazio. Sei una palestra dove le nostre teste crescono, si confrontano, dove ci si innamora, si sogna, si cresce.

 

Non sei un edificio chiuso. Sei un mare di opportunità rubate. Siamo noi o sei tu scuola che devi adattarti a questa situazione? Per fortuna qualcuno ha capito che questo inarrestabile susseguirsi di drastici avvenimenti ha lasciato spaesati anche i ragazzi e le ragazze, i bambini e le bambine. Che anche noi stiamo perdendo amici e parenti, che anche noi non siamo felici di questi giorni, che sembrano tutti uguali. E no, non sono vacanze, mi piacerebbe fosse chiaro questo!

 

Cara scuola, ci manchi… Mi manchi! Non ci siamo nemmeno salutati. Quest’anno niente lacrime degli studenti di terza media al suono dell’ultima campanella: io ne avevo versate così tante con la mia mitica 3D! Rimarrà un vuoto dentro, mancherà l’urlo di liberazione allo scadere dell’ultima ora, gli abbracci con i prof preferiti, con i compagni, gli arrivederci e la consapevolezza che dopo tante fatiche verrà l’estate, avrà i nostri occhi…

 

E ora invece, cosa verrà? Cara Scuola, non ci dimenticare. Prenditi, come sempre, cura di noi.

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