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Quando il “corpo” della Nazione venne messo nelle mani del “duce”. 98 anni fa il re affidava il potere a Mussolini. L’avrebbe tenuto per oltre vent’anni

Il 30 ottobre del 1922 re Vittorio Emanuele III, dopo le tragiche ore della Marcia su Roma, accettò di affidare il compito di formare il governo a Benito Mussolini. Fu l'inizio di una tragedia che avrebbe sconvolto la vita e la storia del Paese, in una vicenda fatta di corpi battuti, umiliati, mutilati, adulati ed infine vilipesi

Di Davide Leveghi - 30 ottobre 2020 - 15:13

TRENTO. Consumata la “farsa” della prova di forza, con la debole risposta del governo liberale guidato da Luigi Facta e le porte della capitale “spalancate” dalla decisione del re di non firmare lo stato d’assedio, il “corpo della Nazione” sarebbe stato presto addomesticato dal fascismo. Dopo aver battuto e umiliato i corpi degli avversari politici, o meglio dei nemici, fossero socialisti o comunisti, anarchici o liberali, tra olii lassativi e manganelli, sarebbe stato il turno di un intero popolo.

 

Più che la Marcia su Roma, eletta a mito fondativo del fascismo, furono gli esiti di quella “prova muscolare” a sancire la grande vittoria di Mussolini e del suo frastagliato e indisciplinato movimento. Era il 30 ottobre 1922, infatti, quando a seguito delle trattative serrate fra la corte, i vecchi liberali simpatizzanti dei fascisti e i capi del Pnf, si consumò la scelta che avrebbe consegnato nelle mani del maestro di Predappio un intero Paese, e con sé le sue sorti.

 

Il liberale Luigi Facta aveva già consegnato le sue dimissioni, inevitabili dopo la scelta di Vittorio Emanuele di non bloccare la marea nera che convogliava su Roma. L’esercito, che aveva spianato le armi contro le orde di squadristi, le depose. L’entrata nella capitale, così, non fu che l’esito ineluttabile, mentre le decisioni per i destini del Paese già pendevano a favore del fascismo. Alla proposta di mediazione di un governo in coabitazione con Antonio Salandra, fiancheggiatore liberale dei fascisti, il quadrumvirato alla guida del Pnf rispose di no: l’unico governo possibile doveva essere quello guidato da Mussolini.

 

Sceso in treno da Milano, dove attendeva gli esiti delle trattative, Mussolini avrebbe a quel punto accettato il compito affidatogli dal re di formare un esecutivo. Assieme a liberali, popolari, nazionalisti e democratici, il Pnf avrebbe governato fino a quando la legge Acerbo e le elezioni del giugno 1924 non avrebbero stravolto completamente ciò che rimaneva della democrazia liberale italiana. Il corpo della Nazione sarebbe stato definitivamente violentato, così come quello di uno dei più infiammati oppositori del fascismo, quel Giacomo Matteotti che nell’aula della Camera stava per pronunciare un discorso contro i brogli elettorali e le malefatte nel settore petrolifero quando venne brutalmente caricato su un’auto e fatto sparire.

 

Sono i corpi, dunque, che tornano nella storia dell’Italia che dal primo dopoguerra arriva fino a Piazzale Loreto. Quello “mutilato” della Vittoria, che alimentò il nazionalismo italiano. Quelli martoriati dalla barbarie fascista, rincorsi e uccisi per procura negli esilii degli antifascisti, pestati a sangue e gettati nei più bui bugigattoli delle galere patrie, confinati in isole brulle e in carceri di miseria. I corpi, infine, scolpiti nei ritrovi ginnici o ondeggianti nelle oceaniche adunate del regime.

 

Su tutti, poi, il corpo del capo. Un corpo desiderato da tutte le donne, fatto oggetto di culto nelle lunghe nuotate o nella mietitura del grano. Un corpo che, paradossalmente, avrebbe vissuto proprio un rovesciamento quando l’incubo fascista – divenuto nazi-fascista – venne travolto dall’avanzata degli Alleati e dal contemporaneo slancio delle forze partigiane e antifasciste.

 

Nel luogo in cui il fascismo repubblicano milanese s’era fatto beffe dei cadaveri di 15 gappisti, Mussolini, la sua compagna e altri gerarchi avrebbero subito l’infame sorte e la più umiliante delle nemesi. Coperti di sputi, di calci, fatti oggetto del lancio di pane nero e ortaggi, simbolo della sofferenza di un intero popolo trascinato nella miseria della guerra, i corpi dei fascisti dovevano subire la stessa sorte sofferta dal Paese: il vilipendio.

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