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Pane nero e “pezzo da macello”: 75 anni fa il corpo di Mussolini veniva appeso a piazzale Loreto

Le scene a cui si assistette 75 anni fa nello snodo milanese di Piazzale Loreto furono il punto d’arrivo, carico di significati simbolici, di un percorso di barbarizzazione della società. Esse raccontano non solo le dinamiche di piazza, ma anche di come la sovra-esposizione alla violenza possa portare una civiltà a regredire

Di Davide Leveghi - 29 April 2020 - 09:27

TRENTO. Il rovesciamento materiale e simbolico a cui fu sottoposto il corpo di Benito Mussolini – assieme a quello dell’amante Claretta Petacci e di alcuni gerarchi fascistiaffonda le radici ben prima di quel 29 aprile 1945 in cui Piazzale Loreto, snodo del traffico milanese, venne trasformato nella vetrina del tiranno ucciso. A costituire il sostrato necessario per comprendere quella macabra esposizione, al centro nell’Italia del dopoguerra di un’oscillazione “fra rimozione, imbarazzo ed esecrazione” (Isnenghi), vi fu innanzitutto l’esaltazione del corpo del leader propria dei regimi autoritari.

 

Nel corso del regime, attorno al corpo del duce gravitarono forme di culto atte ad esaltarne la fisicità virile, dalle trincee alle spiagge, dai campi in cui si mostrava a torso nudo intento nella mietitura del grano all’esasperata gestualità delle orazioni pubbliche. Utilizzando abilmente a fini propagandistici i nuovi mezzi di massa, venne trasformato in un’appendice del regime, in un oggetto mitico capace di penetrare profondamente l’immaginario popolare.

 

Ancor prima dell’arresto avvenuto nel pomeriggio del 27 aprile 1945, il corpo di Mussolini era stato simbolicamente scalfito nelle piazze e nelle strade in festa per la caduta del regime, il 25 luglio 1943. I suoi busti venivano trascinati nella polvere, le foto strappate, l’odonomastica del fascismo sostituita in un giubilo destinato presto ad essere frustrato dalla prosecuzione drammatica del conflitto, finalmente “sbarcato” anche sul suolo nazionale.

 

Nella guerra civile combattuta nella parte centro-settentrionale del Paese, la neonata Repubblica sociale cominciò a praticare come forma estrema di controllo della popolazione l’esposizione pubblica dei corpi impiccati o fucilati dei partigiani e dei loro collaboratori, degradandoli come fossero bestietrattamento che fino a quel momento era stato riservato ai soli indigeni delle colonie africane e che fu, fino a Piazzale Loreto, decisamente meno diffuso tra le forze partigiane.

 

Fu proprio questa pratica, riservata dagli squadristi della legione Ettore Muti a dei prigionieri politici, la mattina del 10 agosto 1944, a determinare la nemesi sul corpo del tiranno ucciso. Per rappresaglia ad un presunto attentato gappista contro dei camion tedeschi, infatti, 15 partigiani furono prelevati dal carcere di San Vittore, fucilati e lasciati per un’intera giornata riversi in Piazzale Loreto, custoditi e oltraggiati dai militi fascisti. È uno spettacolo che segna la città, rafforzando nella loro fede i resistenti comunisti e provocando perfino una crisi istituzionale all’interno dei vertici della Rsi milanesi.

 

Ci sono le corone di fiori, non a caso, e la scritta Piazzale Quindici Martiri vergata a mano, quel giorno in cui dal lago di Como, all’alba del 29 aprile 1945, giunge il camion che scarica i corpi di Mussolini, della Petacci e dei gerarchi Starace, Pavolini e Bombacci (tra gli altri). Catturato nel paesino di Dongo mentre cerca di fuggire in uniforme tedesca, il duce è stato fucilato il giorno prima assieme all’amante di fronte ad un cancello nella frazione di Giulino di Mezzagra. L’ordine di eliminarlo è arrivato dal Cln.

 

In piazzale Loreto, il 29 aprile, comincia invece per i cadaveri un “calvario in due tappe” (Luzzatto): prima il crucifige, il ludibrio, poi la crocifissione. È una scena densa di simbologia quella a cui si assiste quel giorno, a partire dagli assembramenti che ondeggiano e si ammassano per vedere dal vivo il corpo odiato, per scaricarvi sopra la vendetta delle sofferenze del fascismo e della guerra. È un vilipendio non lasciato al caso: gli si grida di “fare un discorso”, gli si spara, sputa e orina addosso, il cranio viene sfasciato a calci. Le donne di Milano gli gettano addosso ortaggi e pane nero, base della “dieta di guerra”. Uno scettro gli compare tra le mani, mentre la testa è appoggiata sul corpo della Petacci, quasi a dileggiare le sue tanto celebri doti amatorie.

 

I partigiani faticano a contenere la folla. Per mostrare alla piazza e all’Italia intera che a essere morto è proprio il duce, si decide di appenderlo ad un traliccio di un distributore. Anche il corpo del capo supremo che si credeva immortale si mostra nel suo sfacelo. Ma l’impiccagione a testa in giù è soprattutto il colmo della degradazione, la trasformazione del cadavere dell’uomo che aveva segnato le sorti del Paese per più di vent’anni in un animale da macello. Ogni cadavere viene accompagnato dalla didascalia del suo nome, rimanendo in quella posizione fino alle 14, quando per ordine del comando militare americano si staccano le salme e le si traslano all’obitorio.

 

Il “crudele rituale di rovesciamento simbolico” (Passerini) a cui furono sottoposti i corpi dei gerarchi e soprattutto di Mussolini finiva lì, ma la salma del duce avrebbe continuato ad essere “artefice di storia”, rocambolescamente rapita e nascosta per anni, riconsegnata alla famiglia negli anni ’50 e sepolta nel mausoleo tutt’ora al centro di lugubri pellegrinaggi. Per l’Italia antifascista quello spettacolo non avrebbe rappresentato certo un motivo di orgoglio, strumentalizzato ben presto dai nostalgici come esempio della barbarie partigiana. Calato nel contesto, in realtà, non fu che l’esito automatico della barbarizzazione a cui la guerra e il fascismo avevano condannato il Paese.

 

Questo articolo è il nono di una serie: Attra-Verso la Liberazione vuole essere una lente tramite cui vedere la lotta resistenziale senza le distorsioni del falso mito della memoria condivisa e senza l’agiografia che per decenni ha contraddistinto la narrazione della conquista della libertà contro la tirannide nazi-fascista. La grandezza della scelta partigiana, infatti, emerge dallo stesso racconto del contesto, nella sua durezza, nella sua complessità e problematicità, nel suo immenso e meraviglioso valore.

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