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Per colpa di un bicchiere di troppo o di un garofano all'occhiello: le pratiche di opposizione al fascismo in Trentino

Le forme di opposizione al regime fascista non si manifestarono semplicemente nelle modalità compiute dell'antifascismo ma in un ventaglio molto più variegato di pratiche, a metà tra ribellismo, delinquenza e dissidenza. Così, anche in Trentino, si processarono uomini e donne che, per un bicchiere di troppo o una perdita dell'autocontrollo, maledirono il duce, il re o il fascismo, se ne fecero beffa con canti e motteggi, e via dicendo. Ne abbiamo parlato con il ricercatore Michele Toss, autore di una ricerca sulla pratiche di opposizione al fascismo nel nostro territorio

Di Davide Leveghi - 05 maggio 2020 - 09:41

TRENTO. Quando si parla di antifascismo, contestualizzato nella realtà compresa tra gli anni ’20 e la metà dei ’40, c’è la tendenza a pensare che questo interessasse solo un ristretto numero di persone. Alla figura dell’antifascista, così, si collegano i vecchi socialisti ridotti al silenzio e alla rabbia sorda, gli esuli spesso braccati, i confinati, i prigionieri, gli emarginati. Il regime fascista, ingurgitato tutto e tutti, avvolta un’intera nazione nella dimensione totalitaria che condizionava terribilmente ogni aspetto della quotidianità, semplicemente rigettava questi corpi estranei.

 

L’epopea resistenziale ha aggiunto a questa immagine dell’antifascismo un elemento unificante. Girando lo sguardo al passato, l’antifascismo veniva pertanto schiacciato sulla Resistenza, vent’anni di attività d’opposizione venivano accostati in continuità con due anni in cui anche chi aveva combattuto per il fascismo, nella divisa del Regio esercito, compiva la scelta di opporsi alla barbarie, redimendosi in qualche modo agli occhi di una nuova Italia democratica e antifascista.

 

La realtà, d’altro canto, presenta molte più sfumature. In una società gerarchizzata, totalmente immersa in una mentalità d’ordine autoritario, le manifestazioni di opposizione al regime potevano palesarsi anche in maniera estemporanea, frutto di una perdita di controllo, di uno stato d’animo particolare, di un bicchiere di troppo. Non erano necessariamente l’espressione di un compiuto sentimento antifascista, di una riflessione o di un’identità tenuta nascosta per la necessità di lavorare o di non subire le repressioni fasciste; potevano invece, essere semplici atteggiamenti di sfida o ironia, a cui il regime, comunque, rispondeva duramente.

 

Il dissenso popolare al fascismo si manifestava attraverso una grande varietà di forme, più articolate della sola opposizione convinta antifascista – spiega Michele Toss, ricercatore del Museo storico di Trento e autore di una ricerca sulle pratiche di opposizione al fascismo in Trentino – c’è un ventaglio ampio di tanti piccoli episodi minori, facenti parte di quell’universo ambiguo che è la cosiddetta zona grigia. Si tratta di manifestazioni a metà strada tra il ribellismo, la delinquenza e la dissidenza vera e propria”.

 

Armandosi di grande pazienza, Toss ha così indagato le più svariate condanne pronunciate contro uomini e donne trentini protagonisti di episodi di resistenza al regime, accompagnando allo studio del casellario politico – fonte di riferimento per lo studio dell’antifascismo durante il regime – una selezione precisa delle carte degli archivi dei Tribunali di Trento e Rovereto e della Corte di Appello del capoluogo. “Cercando di uscire da una categoria che ingessava la mia ricerca, cioè quella dell’antifascismo – continua – ho avuto modo di trovarmi di fronte a dei contorni molto più variegati di opposizione al fascismo, un vero e proprio campionario di insulti, epiteti, motteggi, grida notturne, scritte sui muri, manifesti sovversivi, volantini, atteggiamenti di sfida, canti sediziosi o parodie”.

 

“Accanto a chi portava il garofano all’occhiello della giacca, dunque, la linea tra dissenso ideologico o personale diviene molto difficile da individuare. Ci sono anche episodi che ai nostri occhi possono sembrare banali ma che devono essere considerati nel contesto degli anni ’20 e ’30, in cui la società è militarizzata, il controllo sociale è massimo, il regime ha strumenti tentacolari come la scuola e la propaganda che avvolgono gli individui, che non lasciano spazio al dialogo”.

 

Così nelle pratiche d’opposizione al fascismo in Trentino studiate da Toss rientrano gli “scopeloti” dati agli uomini col fez, gli sputi e gli escrementi lanciati contro le immagini del duce, i cori da osteria cantati da qualche ubriaco che barcollando ritorna a casa, con la lingua ormai sciolta. E ancora la ragazza di Riva del Garda che in pubblica via, con la sigaretta in mano – dettaglio evidenziata nella sentenza, a testimonianza della visione sprezzante del fascismo verso la “donna emancipata” – si burlava di una foto di Mussolini dandosi una pacca sul sedere, i “porco”, “vigliacco”, “lazzarone”, “paiazzo”, ringhiati, borbottati o urlati contro il capo del fascismo o il re, fino alle manifestazioni più evidenti di una fede comunista o anarchica, con le parodie ai canti fascisti o “Bandiera rossa” cantata nella pubblica via, “vera e propria hit delle forme di opposizione”.

 

“Non dobbiamo banalizzare questi atteggiamenti – prosegue – il fascismo ha permeato nel profondo la società, e così i contorni di queste pratiche sono sfumati, nonostante le carte di polizia di per sé siano una fonte parziale, laddove vedono come forma di sedizione qualsiasi comportamento che rompe l’ordine pubblico. Una peculiarità del Trentino, indubbiamente, è la sua posizione geografica rispetto al resto d’Italia, e così durante il regime emerge l’elemento regionale identitario, le divisioni sull’appartenenza si acuiscono. Il passaggio dall’Impero all’Italia lascia un’eredità che si interseca e alimenta con le forme d’opposizione. Ricordiamo che il fascismo in Trentino è innanzitutto una forza nazionalista, e per questo qui come in quella che dal ’27 sarebbe divenuta la provincia di Bolzano, si ripetono in senso offensivo aggettivi come ‘sporco italiano’, ‘tedesco’, ‘austriacante’”.

 

A determinare i processi sono per lo più le delazioni. In altri casi, gli autori o le autrici vengono colti in flagrante. Nei piccoli paesi le voci corrono e le osterie finiscono per essere svolgere un ruolo decisivo nelle vicende. “Il vino ha un ruolo fondamentale. Questo si riflette anche nelle strategie di difesa adottate, in cui si dice di essere stati completamente ubriachi o di non ricordarsi di nulla proprio in virtù del troppo vino bevuto. Le strategie che emergono, in fondo, sono due: c’è che il fascismo lo ha combattuto a viso aperto, sacrificando tutto, e lo dimostra anche in tribunale e chi dall’altra non si assume la responsabilità dei propri atti. Cerca scappatoie, incolpa il vino, il proprio carattere irascibile, la propria vita difficile”.

 

E’ una straordinaria fonte che permette di calare questi uomini e donne nella loro dimensione umana e individuale, con magari una famiglia da mantenere, la paura di soffrire le conseguenze della sentenza, il carcere, la possibilità di non lavorare più. È uno specchio di come la popolazione trentina e le classi sociali più basse cercassero di convivere con il fascismo”.

 

Di tutto ciò, però, cosa è rimasto nella memoria collettiva trentina? C’è poco di questo tipo di memoria antifascista – spiega Toss – e questo è anche un po’ colpa degli storici che hanno lasciato un buco nello studio della società fascista in Trentino. Spesso la categoria di antifascismo si è utilizzata in funzione ideologica, con una retorica che al 25 aprile banalizza il discorso. Quello che bisogna fare, invece, è complicare, perché la realtà è complicata, è fatta di tante sfumature. Antifascismo e Resistenza, con cui spesso si è creata una linea diretta, sono fenomeni in discontinuità non solo temporale, alimentandosi in modalità che sono in entrambi i casi diverse”.

 

La Fondazione Museo storico del Trentino, da parte sua, ha dato vita ad un archivio online del Novecento trentino. Una vera e propria piattaforma web in cui si mete a disposizione del pubblico un agile strumento di indagine “per cogliere gli intrecci tra le vicende individuali e i grandi eventi che hanno attraversato il Novecento trentino”. Così è possibile ricercare i propri parenti o donare del materiale tra le migliaia di schede raccolte per l’Archivio di scrittura popolare o film di famiglia, i soldati trentini nella Seconda guerra mondiale e gli uomini e le donne che si sono opposti al regime o hanno partecipato alla Resistenza.

 

Questo articolo è l’undicesimo di una serie: Attra-Verso la Liberazione vuole essere una lente tramite cui vedere la lotta resistenziale senza le distorsioni del falso mito della memoria condivisa e senza l’agiografia che per decenni ha contraddistinto la narrazione della conquista della libertà contro la tirannide nazi-fascista. La grandezza della scelta partigiana, infatti, emerge dallo stesso racconto del contesto, nella sua durezza, nella sua complessità e problematicità, nel suo immenso e meraviglioso valore.

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