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“La surreale liberazione dell'8 settembre 1943”: storia del problematico rapporto dei sudtirolesi con il nazionalsocialismo

Il rapporto della minoranza tedesca con il fascismo prima e il nazismo poi, sviluppatosi in un percorso accidentato, è stato per lungo tempo oggetto di rimozioni, tensioni e vittimismo. Questo ha concorso a offrire spesso racconti falsi e assolutori, incapaci di restituire la complessità della storia. Ne abbiamo parlato con lo storico Hannes Obermair, che ci ha condotto "Attra-Verso la Liberazione" a riflettere sul difficile portato dei totalitarismi in Alto Adige

Di Davide Leveghi - 17 aprile 2020 - 14:36

TRENTO. Nel raccontare il rapporto tra fascismo e minoranza sudtirolese si eccede spesso nella retorica del popolo vessato, privato della possibilità di esprimersi nella propria lingua e della propria cultura. Non è però nell’immagine delle Katakombenschulen – le scuole clandestine in cui si continuava a insegnare il tedesco – che si esaurisce la storia della vita tra Salorno e il Brennero una volta instauratosi al potere il fascismo. A marcarne le sorti nelle simpatie della popolazione sudtirolese fu sì l’esasperato nazionalismo italiano, ma fu il fascismo solo forza nazionale e non invece progetto ideologico e sociale?

 

Credo che il fascismo italiano, al di là del dato assodato e comunque traumatico dell’antecedente annessione all’Italia, sia stato per la popolazione di lingua tedesca e ladina semplicemente il ‘fascismo sbagliato’ – risponde lo storico Hannes Obermairl’avversione nei suoi confronti non fu tanto contro il suo autoritarismo, non ancora totalitario, quanto verso la lingua che parlava. Ci sono un retroterra, dei quadri mentali che dispongono la popolazione ad accettare uno scarto forte. La situazione poi si intensificherà ma credo che ciò spieghi il successo di quel ‘fascismo giusto’ per i tedeschi, cioè il nazismo, che finalmente parlava la loro lingua”.

 

In un primo momento, tuttavia, il fascismo italiano di per sé veniva ammirato dalla borghesia sudtirolese. La frase pronunciata dal parlamentare del Deutscher Verband Friedrich von Toggenburg in un’intervista al Corriere della Sera 'se fossi italiano sarei fascista' è espressione che fa capire come parti conservatrici della popolazione fossero predisposte, anche per mancanza di strumenti democratici, all’autoritarismo prima e al totalitarismo poi. Già durante la guerra d’altronde si è provata una gestione dittatoriale; il Kaiser e la Chiesa sono i pilastri di una visione autoritaria della società. L’unico elemento che ostacolerà il fascismo sarà pertanto il suo tentativo con alterne fortune di sostituire l’élite tedesca con un’élite italiana. Giunto nel ’34 in Alto Adige con l'organizzazione VKS presto capeggiata da Peter Hofer, il nazismo rappresenterà allora quel ‘fascismo giusto’ atteso, la soluzione völkisch”.

 

Puntando maggiormente sulle città, dove l’investimento economico si accompagnava a quello monumentale e simbolico, il regime trovò maggiore attitudine alla collaborazione a Bolzano, Merano e Bressanone più che nelle valli periferiche, dove non solo permaneva una maggiore resilienza ma pure le classi tradizionalmente deputate a essere interlocutrici del fascismo rappresentavano una percentuale più risicata. Ciononostante chiunque intravedesse un’opportunità di venire a patti con il regime, ovunque fosse, non si faceva sfuggire l’occasione, come raccontato magistralmente da Claus Gatterer per il caso di Sesto Pusteria.

 

Il fascismo portava nell’immobilismo secolare del rurale Alto Adige (al di là dei centri urbani più dinamici e moderni) l’industria e l’innovazione, aprendo inaspettati spazi d’affari colmati non solo dai grandi gruppi industriali italiani. La stampa, ammansita dalle leggi liberticide, lasciava libertà di movimento al solo mondo cattolico. Così il Dolomiten, giornale letto da tutta la comunità sudtirolese, si trasformava in un bollettino del regime.

 

“Se fino al ‘23/’24 in quella che sarà la provincia di Bolzano c’era pluralismo nella stampa – spiega Obermair – questo verrà spazzato via dalle leggi che diedero un giro di vite del regime, lasciando campo al solo Dolomiten, espressione di un cattolicesimo autoritario. Il monopolio athesiano nasce con il fascismo, prospera sotto l’ombrello protettivo del Vaticano e continuerà a essere il punto di riferimento della minoranza tedesca, mentre l’organo del regime in lingua tedesca, l’Alpenzeitung, non godrà certo di grande seguito”.

 

Con l’ascesa del nazismo si rifletteranno anche in questo giornale le simpatie filonaziste ma in maniera non troppo evidente. Ricordiamo che il fascismo, almeno fino all’avvicinamento con la Germania, tenterà in ogni maniera di tenere a bada il filonazismo della popolazione tedesca. Le simpatie verso il ‘fascismo giusto’ si riverberano anche in figure come Michael Gamper, che in un primo momento, quando la Germania nazista non ha ancora mostrato il suo volto ferocemente anticlericale, mostra attrazione verso il nazismo. Egli è espressione in fondo di un cattolicesimo conservatore che immagina una società con un grande Führer e una grande Chiesa”.

 

Ma il nazismo, come detto, porterà nella società sudtirolese elementi di forte frammentazione. E non solo tra un mondo profondamente cattolico e uno più sedotto dalla retorica pangermanista, quanto tra generazioni diverse, tra i padri che avevano combattuto e perso la guerra, assistendo inerti all’ascesa del fascismo o talvolta accettandolo e una gioventù ammaliata dalla nuova religione del Blut und Boden, del ‘Sangue e Suolo’. L’Heimat sarebbe stata così lacerata dall’accordo tra i regimi fascisti delle Opzioni, con l’attivismo euforico delle associazioni naziste capillarmente nate sul territorio (e spesso riunite clandestinamente nell’impotenza delle autorità italiane) che spingevano per l’abbandono dell’amato maso e delle proprie valli.

 

Gli esiti della guerra avrebbero però inciso sull’andamento dell’esodo verso il Reich, determinando l’opportunità di rivedere la propria terra ri-entrare in seno al mondo tedesco. L’8 settembre 1943, mentre l’esercito italiano si sfaldava su tutti i fronti, la Wehrmacht, che da tempo distribuiva armi alle associazioni naziste sul territorio provinciale, occupava l’Alto Adige; nasceva, per volontà di Hitler stesso, la Zona d’Operazione delle Prealpi, territorio cuscinetto di fatto annesso al Terzo Reich. Si manifestava in provincia di Bolzano quello che alcuni storici definiscono il “collaborazionismo etnico-irredentistico”.

 

“E’ una collaborazione, quella mostrata dai sudtirolesi, di tipo nazionale e basata sulla futile ed effimera speranza di tornare a un’idea della Grossdeutschland, della ‘Grande Germania’. Siamo già dopo Stalingrado, però, e le sorti della guerra stanno volgendo in senso contrario alle forze dell’Asse. L’8 settembre 1943 la situazione in provincia è pertanto surreale. Si era già predisposta questa ‘liberazione’, e tra le espressioni di giubilo della popolazione, si sente finalmente di poter tornare a essere tedeschi. Si sente che si riaprono le porte alla revisione delle Opzioni, che erano state uno straordinario plebiscito pro-tedesco, l’ultimo grande risultato diplomatico della Germania nazista. Si vede la prospettiva di revisionismo e di poter comandare nuovamente in casa propria, sentimento condiviso da larghi strati della popolazione di lingua tedesca e ladina”.

 

La Wehrmacht è vista come la propria armata, dove già tra l’altro combattevano optanti sudtirolesi. La popolazione italiana, di contro, soffrì il cambio vedendosi spodestata dalla sua posizione di privilegio. Ci fu qualche angheria ma nessun massacro o ‘lagerizzazione’. I nazisti, d’altronde, non lo desideravano, dovendo mantenere un buon rapporto con Mussolini”.

 

Dopo le scene di donne e bambini che portano fiori e cesti cibo e bevande ai soldati tedeschi, dunque, comincia in Alto Adige quella riorganizzazione della società che sfrutta l’amministrazione parallela creata di fatto con le Opzioni, facendo perno in particolare sull’ADO, organizzazione che coordinava i trasferimenti degli optanti secondo gli accordi con il regime fascista, e sottoposta alle SS.

 

Venne costituita la Sod, cioè una milizia capillarmente presente sul territorio e direttamente legata alle SS, autrice di denunce degli oppositori, delazioni e arianizzazioni nel caso dei beni sequestrati agli ebrei, già schedati dai fascisti con le leggi razziali del ’38 – spiega Obermair - i giovani vennero invece avviati verso la Wehrmacht o le SS, dove proporzionalmente per la popolazione sudtirolese ci fu una significativa quota di volontari. Gli uomini più vecchi furono arruolati nei Polizei Bataillon, in maniera coatta, e adoperati in operazioni di ordina pubblico”.

 

La realtà fu dunque composita e a manifestazioni più uniche che rare di opposizione alla barbarie nazista – come nel caso del rifiuto di giurare fedeltà ad Hitler del reggimento Schlanders o quello di partecipare alla rappresaglia delle Fosse Ardeatine del Bozen – coesistettero con la partecipazione diretta di sudtirolesi ai crimini nazisti, dai rastrellamenti ai campi di sterminio.

 

La Resistenza anti-nazista e anti-fascista di lingua tedesca, in questo contesto, non poté che essere numericamente marginale e socialmente marginalizzata, nata ancora al tempo delle Opzioni e strenuamente abbarbicata ad un’idea di Heimat dilaniata dalla frammentazione della società sudtirolese creata dall’accordo nazi-fascista. “Si trattò di una Resistenza cattolica e nata di fronte alla scelta coatta delle Opzioni, legata a quell’Andreas Hofer Bund nato proprio nel ’39 attorno a figure come Erich Amonn, Hans Egarter, Josef Mayr-Nusser, Michael Gamper. I primo due cercarono un contatto con il Cln bolzanino, per costruire un futuro insieme. Ma come quella italiana in Alto Adige, la Resistenza tedesca fu isolata e solitaria”.

 

Attraverso la Resistenza si comprende l’evoluzione della politica in Alto Adige. Le Resistenze si sviluppano su linee etniche e dopo la morte sotto tortura del primo capo del Cln altoatesino Manlio Longon – eroico nel non fare il nome di Amonn -  l’elemento nazionale rende impossibile il dialogo tra i due gruppi. A Liberazione avvenuta, l’esperienza isolata della Resistenza si perde nel compattamento etnico richiesto dall’Svp, partito che esaurisce le differenze interne in nome del fronteggiamento con lo Stato italiano. Il suo primo ceto dirigente è proprio quello anti-nazista di Amonn, ma di lì a breve una nuova classe dirigente, cresciuta nell’adesione al nazismo, prenderà il suo posto - lo storico leader Silvius Magnago fu soldato nella Wehrmacht, con la cui divisa perse una gamba sul fronte russo.

 

Amonn sarà usato come foglia di fico da parte dell’Svp per coprire l’adesione al nazismo di molti componenti del partito. Nel dopoguerra la Resistenza tedesca sarà in realtà doppiamente isolata, da una parte dall’opinione pubblica italiana che preferisce la visione di una popolazione sudtirolese compattamente filo-nazista, e dall’altra dagli stessi sudtirolesi che li vedono come traditori. La Resistenza di lingua tedesca non verrà mai coinvolta nel 25 aprile, se non negli ultimi anni grazie al lavoro di certi storici che hanno contribuito a demistificare la storia sudtirolese e all’Anpi. L’idea è ora quella i ricostruire il tessuto e il valore perpetuo della liberazione dei totalitarismi al di là dell’appartenenza etnica. Un racconto simmetrico, una liberazione duplice che è patrimonio collettivo”.

 

L’analfabetismo storico tuttavia c’è ancora in Alto Adige/Südtirol – conclude – basti pensare al vicesindaco di Bolzano Oswald Ellecosta che nel 2010 disse di non voler partecipare alle celebrazioni della Liberazione perché ‘per i sudtirolesi la vera liberazione è avvenuta l’8 settembre 1943’. O ancora allo storico Othmar Parteli che elogia sulle pagine del Dolomiten il Landeshauptmann del secondo dopoguerra Alois Pupp sottacendo faziosamente la sua piena adesione al nazismo. Qui questo atteggiamento è funzionale e non è morto. Il vittimismo, che sia da parte tedesca che italiana continua ad esserci senza motivazioni valide, in fondo, non è che la spia perfetta di rimozioni e di un persistere di non volersi rendere conto di come sia andata la storia”.

 

Questo articolo è il terzo di una serie: Attra-Verso la Liberazione vuole essere una lente tramite cui vedere la lotta resistenziale senza le distorsioni del falso mito della memoria condivisa e senza l’agiografia che per decenni ha contraddistinto la narrazione della conquista della libertà contro la tirannide nazi-fascista. La grandezza della scelta partigiana, infatti, emerge dallo stesso racconto del contesto, nella sua durezza, nella sua complessità e problematicità, nel suo immenso e meraviglioso valore.

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