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“L’Italia chiamò”: peripezie di un inno cantato dai balconi nell’Italia in quarantena

Tra le iniziative tese a rafforzare il senso di comunità in questa fase di distanziamento forzato c’è quella di cantare l’inno nazionale dai balconi. Un elemento che visto da una prospettiva storica non manca certo di offrire spunti di riflessione. “Attra-Verso la Liberazione” comincia così dall’attualità, parlandone con la storica Valentina Colombi, tra i curatori nel 2011 della mostra “Fare gli Italiani – 150 anni di storia nazionale”

Di Davide Leveghi - 11 April 2020 - 10:39

TRENTO. Mentre l’Anpi già immagina un 25 aprile in cui “riunirsi” sui balconi per celebrare la Libertà cantando, l’Italia e il resto del mondo pensano alla liberazione come uscita da un’emergenza che non si vedeva dai tempi della Seconda guerra mondiale. Le autorità politiche e sanitarie cercano così di risolvere il rompicapo di indicare l’inizio del graduale ritorno alla normalità e gli italiani, nell’attesa e nel bisogno di vicendevole conforto, sfoderano (più o meno) vecchie canzoni.

 

I tricolori fanno capolino sulle ringhiere e le finestre, mentre nell’aria risuonano le parole scritte nel 1847 da Goffredo Mameli, poeta risorgimentale entrato nel pantheon degli eroi nazionali dopo la gloriosa morte nella difesa della Repubblica Romana. Il Canto degli italiani – questo il titolo originale – divenuto noto come Inno di Mameli, rispolverato per l’occasione, politicamente trasversale, a suggello di un’idea di nazione prostrata ma determinata a rialzare la testa. Perciò così, anche nella piazza virtuale del 25 aprile, l’evento s’aprirà cantando l’inno nazionale per chiudersi con l’immancabile Bella Ciao.

 

“In qualche modo stride il verso ‘siamo pronti alla morte’ con il rinchiudersi in casa – esordisce la storica Valentina Colombi – ma dà l’idea dell’evoluzione dei simboli, del percorso tutto loro che seguono. La storia dell’Inno d’Italia da questo punto di vista è davvero sorprendente. Nato come canto della componente repubblicana e democratica del Risorgimento, a Unificazione compiuta rimane parte di un immaginario addomesticato dalla monarchia, oggetto di una memoria scomoda. L’inno ufficiale è quello della casa Savoia, la Marcia Reale”.

 

“Si dice che abbia avuto la sua consacrazione durante le Cinque Giornate di Milano – continua – il suo uso è estemporaneo, come durante l’Esposizione Universale del 1862 quando venne suonato come l’inno italiano. E’ famoso, quindi, ma non gode di grande fortuna. Perché, allora, sarà proprio lui a diventare l’inno?”.

 

A determinarne le sorti saranno la guerra e il referendum Repubblica-Monarchia. Ma il suo percorso di consolidamento non è del tutto chiaro, istituzionalizzandosi attraverso vere e proprio peripezie della storia. “L’impennata di gloria si ebbe nel 1943 quando venne trasmesso alla fine del discorso di Badoglio. Pare che a Ventotene sia stato cantato dai confinati compattati di fronte ad un gruppo di tedeschi, tra cui forse Spinelli. La sua entrata sulla scena istituzionale, però, avviene il 12 ottobre 1946, quando nell’organizzazione delle festa nazionale del 4 novembre, in un’Italia fresca dalla nascita della Repubblica, si deve decidere cosa suonare. Viene proposta dal ministro della Guerra Manlio Bosio e il governo De Gasperi acconsente. Accanto al Canto degli italiani, però, si scrive la parola ‘provvisoriamente’. L’inno non ha ancora una valorizzazione piena”.

 

Di qui comincia un rapporto difficile tra gli italiani e il proprio inno, un rapporto precario come la sua stessa ufficialità. Nell’Italia delle divisioni – sociali, culturali, economiche, politiche – fanno capolino forze politiche che mirano alla secessione. E negli anni ’90, neppure la Nazionale di calcio, tra i pochi elementi capaci di accomunare il Paese, canta quelle parole intrise di una retorica ottocentesca, incomprensibili per molti, astruse.

 

Per questo i canti dai balconi che si ripetono durante l’emergenza Coronavirus appaiono per lo meno curiosi agli occhi di chi si occupa di storia. “E’ un inno dal testo piuttosto lontano dal senso comune delle persone – spiega Colombi – superato quanto criptico. Come mai ora lo si canta dai balconi con la mano sul cuore? Un momento importante è sicuramente quell’insieme di operazioni con cui le Istituzioni per i 150 anni dell’Unità cercano di contrastare il secessionismo. Si lavora per costruire una narrazione sul perché siamo uniti, di recuperare gli elementi comuni di fronte alla disgregazione e alla creazione del più piccolo, di ricostruire un senso di unità ed identità”.

 

L’andamento talvolta paradossale della storia, però, vuole che proprio quella forza politica che si cercava di combattere nella sua idea di disgregazione della comunità nazionale ora si sia fatta interprete del nazionalismo più oltranzista. Il leader del partito – da cui è caduta l’indicazione geografica – lo impone anzi in senso opposto come un elemento di rottura di fronte a delle forze che a suo dire avrebbero in odio i simboli nazionali (vicenda che in Trentino ha avuto seguito nella ripresa fatta del post di Matteo Salvini da parte dell’assessore all’Istruzione Mirko Bisesti).

 

“I flussi e i riflussi della storia – prosegue Colombi – hanno creato un ‘delitto perfetto’: a capitalizzare il percorso di chi ha cercato di ritrovare i motivi del nostro stare assieme è il partito che per vent’anni ha screditato i simboli nazionali. In quest’epoca in cui tutta scorre velocemente e la memoria è corta, vedere la traiettoria leghista sotto la lente dell’inno nazionale illumina sulla strumentalità della politica”.

 

“Oltre a questo fa riflettere l’afflato identitario. Se nel 2011 si è cercato di rimettere sul tavolo i valori che ci tengono assieme, che sono quelli della Costituzione nata dalla Resistenza, ora bisogna stare all’erta di fronte a una lettura in chiave nazionale dell’evento più globale di tutti, una pandemia. In un riflusso, infatti, ci troviamo a ripensare con la logica dei muri, delle frontiere, della Nazione, dello slogan leghista, anche questo dotato ora di un nuovo significato nazionale e non più regionale, del ‘padroni a casa nostra’”.

 

A chiudere il cerchio della storia dell’Inno, vi è poi la sua ufficializzazione, avvenuta solo nel 2017 per iniziativa dell’allora Alleanza Nazionale, erede diretta del Movimento Sociale Italiano. Approvata dalla Commissione affari istituzionali con il sostegno del Partito Democratico, la delibera vede il mancato pronunciamento della Lega, che nella seduta finale non si presenta dichiarando di non aver nessun interesse sull’argomento.

 

Divenuto ufficiale, l’inno ha subito infine la riappropriazione popolare in questa emergenza, cantato dai balconi a esprimersi vicinanza reciproca e unità di fronte alla grande prova dell’epidemia. D’altronde non è l’unica canzone che abbia subito una traiettoria sui generis, basti pensare al coro Va, pensiero (dal Nabucco di Giuseppe Verdi) – metafora di un’Italia assoggettata dallo straniero riciclata proprio in funzione anti-italiana dalla stessa Lega Nord – o a Bella Ciao – canto simbolo, per lo più postumo, della lotta partigiana e dell’antifascismo ri-popolarizzato da una serie tv spagnola di successo.

 

“Il tema, sia nel caso dell’inno che di Bella Ciao, è quale cultura vogliamo proporre – conclude Colombi – in quest’ultimo caso è peculiare che in Italia sia oggetto di divisione mentre dall’estero venga identificata come simbolo dell’Italia. Inoltre può avere ancora un bellissimo significato per la lotta al fascismo, ma ha ancora senso l’elemento della lotta all’oppressore straniero? Il quadro storico in cui ci troviamo deve interrogarci su quali siano i simboli ora e come debbano essere ripensati per l’idea di patria che vogliamo”.

 

Questo articolo è il primo di una serie: Attra-Verso la Liberazione vuole essere una lente tramite cui vedere la lotta resistenziale senza le distorsioni del falso mito della memoria condivisa e senza l’agiografia che per decenni ha contraddistinto la narrazione della conquista della libertà contro la tirannide nazi-fascista. La grandezza della scelta partigiana, infatti, emerge dallo stesso racconto del contesto, nella sua durezza, nella sua complessità e problematicità, nel suo immenso e meraviglioso valore.

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