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Storia e musei: come la Polonia veicola un’idea falsa sul proprio passato (ma l'incognita Coronavirus potrebbe cambiare tutto)

Nel mese di marzo, dopo un lungo braccio di ferro, il direttore del Museo degli ebrei polacchi di Varsavia ha rassegnato le dimissioni. Il suo approccio non piaceva al governo conservatore perché troppo incentrato sulla persecuzione sofferta dagli ebrei da parte dei polacchi. La politica della memoria di uno dei più popolosi Paesi d’Europa passa anche attraverso le istituzioni museali, ma l’emergenza Covid potrebbe cambiare tutto. Ne abbiamo parlato con la professoressa Carla Tonini, tra i massimi esperti italiani della storia polacca

Di Davide Leveghi - 22 aprile 2020 - 09:18

TRENTO. La memoria dell’Olocausto rappresenta per ogni Paese europeo una questione spinosa. Dalla Francia alla Germania, dalle repubbliche dell’ex Jugoslavia all’Ungheria – dove l’estrema destra antisemita manifesta liberamente tra l’indifferenza e gli ammiccamenti del partito di governo – la Shoah incarna l’eredità più ingombrante a cui le memorie collettive nazionali rispondono di conseguenza, tra specifiche prese di coscienza, rimozioni, colpevolizzazioni, autoassoluzioni. Spesso a seconda di un più o meno travagliato percorso nazionale, ogni Paese re-agisce diversamente nei confronti del proprio passato.

 

Le politiche della memoria adottate dai governi, sotto questo punto di vista, rispecchiano perfettamente la persistenza di miti, stereotipi, pregiudizi, omissioni. Ed a Est di quella che fu la “cortina di ferro” non c’è Paese che più della Polonia possa raccontare quanto la memoria nazionale e quella della persecuzione degli ebrei possano trovarsi a collidere ogniqualvolta il potere politico pretende avocarsi il diritto di guidare la ricerca storica.

 

Non è passato molto, infatti, da quando il governo guidato dal PiS – ‘Diritto e Giustizia’, il partito conservatore creato a inizio millennio dai fratelli Kaczyński – ha introdotto una legge che punisce chiunque osi accostare l’Olocausto alla Polonia, mentre da tempo si è ormai consolidato il ruolo dell’Istituto di Memoria Nazionale (Ipn) di interprete di “una politica della memoria che mette in luce gli aspetti positivi più che quelli negativi della storia polacca”, rifiutando per la nazione, nata nel 1918 dopo secoli di spartizioni, il ruolo di vittima degli eventi e degli “scomodi vicini” e prediligendo semmai gli episodi eroici del ‘900 nazionale.

 

In quest’ottica i musei non si sottraggono di certo, come dimostrano le recenti dimissioni date dal direttore del Polin- Museo della storia degli ebrei polacchi Dariusz Stola, colpevole di avere una visione divergente da quella del governo. “Polin nasce da un progetto degli anni ’90 degli storici ebrei presenti nell’Istituto storico di Varsavia – spiega Carla Tonini, professoressa dell'Università di Bologna e tra i massimi esperti italiani di storia polaccal’idea è quella di creare un museo che non si focalizzi sulla sola pagina dello sterminio ma sull’apporto degli ebrei alla cultura polacca, con uno sguardo anche al futuro oltre che al passato”.

 

“L’idea era rivoluzionaria tanto che altri musei ebraici, come quello di Ferrara, si sono modellati su quello di Varsavia. Gli anni ’90, infatti, sono quelli in cui la storiografia ha acceso il dibattito sul rapporto tra i polacchi e gli ebrei, con il libro di Gross sul pogrom di Jedwabne. È una soluzione che toglie le castagne dal fuoco, tanto che è proprio il PiS, con l’allora presidente Lech Kaczyński a porre la prima pietra. Rispetto alla politica della memoria sostenuta da questo partito, infatti, parlare dell’intera storia degli ebrei in Polonia rispettava la sostanziale tregua imposta con gli storici di non raccontare solo la persecuzione”.

 

“L’Olocausto nel Polin è solo un capitolo – continua – e gli ebrei sopravvissuti grazie ai polacchi che guidano questa istituzione inseriscono questa tragedia in un contesto più ampio. Con il tempo i rapporti si incrinano, quando alla vecchia generazione subentra quella più giovane di storici ebrei. La generazione dei figli, che predilige un approccio più emotivo, decidendo di approfondire gli aspetti dell’oppressione e della persecuzione ebraica da parte dei polacchi. Un approccio fatto proprio giusto dal direttore Stola, costretto alle dimissioni un mese fa dopo un lungo braccio di ferro con il governo”.

 

Autore di una mostra nel 2018 sull’ondata antisemita scatenata cinquant’anni prima dal governo di Władysław Gomułka, Stola viene accusato dal governo d’avere politicizzato il museo, puntando troppo sull’antisemitismo. Il suo rifiuto di acconsentire alla scelta del PiS di dar vita ad un nuovo museo sulla rivolta del Ghetto di Varsavia, espressione anch’essa di una visione eroica del passato, crea la definitiva rottura. Ma il “convitato di pietra”, il mondo dell’ebraismo americano in particolare, spinge il presidente Andrzej Duda alla cautela: i finanziamenti provenienti dall’estero sono corposi, agire con troppa decisione potrebbe incrinare i rapporti con gli Usa.

 

“Stola si è dimesso dopo un lunghissimo braccio di ferro tra Polin e governo – spiega Tonini – lasciando il posto al suo vice, Zygmunt Stepiński, non certo candidato espressione del PiS. È stato un compromesso, con cui il governo che guarda a Ovest non vuole rompere. Ricordiamo che Trump ha un cognato ebreo. Certamente le pressioni sul Museo, d’altro canto, non mancheranno”.

 

Quando i condizionamenti esterni mancano e ci si concentra sulla storia nazionale, l’antifona cambia; e a dimostrarlo è soprattutto un museo, quello dell’Insurrezione di Varsavia, immaginato già negli anni ’80 e aperto nel 2004, quando ancora la destra non era giunta alla presidenza. “Il Museo dell’Insurrezione è l’apoteosi dell’eroismo, l’esaltazione della guerra con un’esibizione di armi, cunicoli, volti sorridenti, quasi fosse un momento di libertà e gioia. Si sottolinea il senso di abbandono dell’Occidente e il male assoluto della Russia sovietica, nonostante la battaglia di Varsavia si combatta contro i nazisti. La seconda guerra mondiale rappresenta dunque la memoria più sentita per i polacchi, più del comunismo, come avviene invece in Ungheria. La vicenda del direttore del Polin, nondimeno, è l’esempio della tendenza dei polacchi a volersi male”.

 

Le politiche della memoria messe in campo dai governi polacchi – a prescindere dai colori – veicolano le lacune, le omissioni e le enfatizzazioni di alcune pagine storiche, cercando di esaltare la Nazione eliminando le “spigolosità” – dalla collaborazione con gli occupanti nazisti a quella con il comunismo, passando per gli innumerevoli episodi di antisemitismo d’una popolazione profondamente cattolica. Il segno dei governi, nondimeno, ne ha marcato i contorni.

 

Per quanto riguarda la Resistenza in Polonia – spiega Tonini – durante il comunismo era parte della memoria ufficiale, mentre in maniera sotterranea si alimentavano le memorie dell’Armia Krajowa, l’Armata nazionale perseguitata da Stalin in quanto considerata fascista. Il 1956 cambia le carte in gioco, c’è maggiore apertura, e negli anni ’80 si è potuto scrivere anche dell’Ak. A destra ora si cerca perfino di recuperare la memoria di frange ancor più radicali, nazionaliste, inserendole nel Pantheon nazionale. Soffocare la ricerca storica, però, risulta difficile, e rispetto alla vera e propria guerra della memoria scatenata dal governo in nome del buon nome della Polonia nel 2005-2007 ora ci sono più istituzioni indipendenti, ricercatori e Università”.

 

Politiche della memoria e cultura, però, subiranno come ogni ambito dei ridimensionamenti alla luce della crisi economica che si staglia all’orizzonte in virtù delle restrizioni imposte dall’epidemia. “Gli effetti sociali saranno devastanti – conclude perentoria Tonini – e vedremo se il PiS si dimostrerà in grado di gestirli. Gli ambiti storici e culturali, dal canto loro, subiranno tagli draconiani, così come il dibattito sui diritti civili che in Polonia sono sempre all’ordine del giorno. Lo stesso Ipn rischia di scomparire o di essere molto ridimensionato, anche se questo dimostra che non tutti i mali vengono per nuocere”.

 

Allo stesso modo che molti Paesi ex comunisti, anche la Polonia rischia che l’emergenza sanitaria possa erodere ulteriormente lo stato di diritto. Il governo, da parte sua, ha dichiarato di voler mantenere le elezioni per il 10 maggio, nonostante le forti restrizioni alle libertà (sono stati chiusi perfino i boschi) e la minaccia dell’opposizione di boicottare l’appuntamento elettorale. Prima che la tempesta economica si abbatta sul Paese, il PiS ne approfitta per dare un altro giro di vite ai diritti individuali - su tutti l'aborto.

 

Questo articolo è il quinto di una serie: Attra-Verso la Liberazione vuole essere una lente tramite cui vedere la lotta resistenziale senza le distorsioni del falso mito della memoria condivisa e senza l’agiografia che per decenni ha contraddistinto la narrazione della conquista della libertà contro la tirannide nazi-fascista. La grandezza della scelta partigiana, infatti, emerge dallo stesso racconto del contesto, nella sua durezza, nella sua complessità e problematicità, nel suo immenso e meraviglioso valore.

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