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Coronavirus, a Est i “malati d’Europa” peggiorano. Zanoni (OBCT): “L’epidemia fa dare un giro di vite all’autocrazia”

Nei Paesi dell'Europa orientale e dei Balcani l'emergenza Coronavirus offre la possibilità ai governi di dare un giro di vite sui diritti e le libertà della popolazione. Zanoni (OBCT): "Le cose non sono cambiate da un giorno all’altro, sono semmai peggiorate"

Di Davide Leveghi - 21 aprile 2020 - 09:11

TRENTO. Nei Paesi dove la democrazia ha radici meno solide, affrontare l’emergenza diventa per il potere l’occasione perfetta per dare un giro di vite ai diritti democratici. Stato di diritto – spesso già fragile o compromesso – libertà politiche, libertà di stampa e d’espressione, già oggetto di attacchi più o meno sfacciati in tempi normali, rischiano di subire l’ennesimo colpo sotto i provvedimenti straordinari adottati dai governi in virtù dell’emergenza sanitaria.

 

Volgendo lo sguardo a Est, verso Paesi solo avviati sulla strada dell’ingresso nell’Unione Europea o ancora impantanati nelle “paludi” di un turbolento passato recente, l’esile impalcatura democratica pare oscillare sotto gli scrosci della tempesta Covid-19. “Nei Paesi dove il deficit democratico era già presente – spiega Luka Zanoni, direttore responsabile della testata giornalistica dell’Osservatorio Balcani e Caucaso – il Coronavirus lo ha reso più evidente. Uno sguardo ai Balcani occidentali lo dimostra e non tanto per i numeri, che come abbiamo imparato anche da noi con l’eccezione dei morti, sono un po’ farlocchi, quanto per un atteggiamento autocratico sempre più pesante”.

 

“Guardiamo la Serbia – continua – dove inizialmente si era voluto assumere un atteggiamento simile a quello lombardo, del ‘non ci fermiamo’, ma poi sono state adottate misure più pesanti. Lì lo stato d’emergenza è stato proclamato esautorando il Parlamento e introducendo in un primo momento una norma che impediva ai media di dare informazioni che non provenissero dal governo. La giornalista Ana Lalić, per questo, è stata sottoposta a fermo dopo che aveva scritto un articolo d’inchiesta sullo stato della sanità di una regione serba, la Voivodina. Inizialmente arrestata è stata poi rilasciata e ha subito la macchina del fango, venendo ora presentata come il nemico pubblico numero 1”.

 

La libertà d’azione dei media indipendenti, d’altra parte, non è nuova in Serbia a questo tipo di trattamento, con il potere pronto a mettere in atto qualsiasi tipo d’azione pur di screditare chi osa criticarlo. “Giocando a un videogioco online, può capitare che esca un annuncio in cui accanto al volto della Lalić c’è la scritta ‘Nemico pubblico n°1’. È un annuncio pagato, una cosa gravissima. La tendenza autoritaria del potere in Serbia non è cosa nuova, ma è accentuata dal Coronavirus. Le cose non sono cambiate da un giorno all’altro, sono semmai peggiorate”.

 

In altri Paesi dell’area, d’altronde, la situazione non è tanto migliore. In Montenegro, nello spregio più totale della privacy, sono stati pubblicati i nomi dei cittadini contagiati per evitare che uscissero di casa. Nella già fragile Bosnia-Erzegovina, ognuno dei tre principali gruppi etnici sembra seguire un diverso approccio per fronteggiare la crisi, con la Repubblica Srpska, l’entità serba, propensa ad accodarsi a Belgrado, mentre l’Albania registra un’acutizzazione negli attacchi ai media non allineati.

 

Ma non è certo l’appartenenza o meno all’Unione a fare la differenza, come ampiamente dimostrato dalle misure adottate dal presidente ungherese Viktor Orbán, dalle restrizioni alle privacy decise dalla Bulgaria o dalla scelta del governo polacco di tenere le elezioni in maggio nonostante il lockdown vigente nel Paese, il tutto per capitalizzare alle urne la probabile scarsa affluenza. Il “virus autocratico” attraversa l’Europa e lo stesso “modello Orbán” fa proseliti un po’ ovunque, dalla vicina Slovacchia alla piccola e più ricca Slovenia, passando per la Romania, dove vive la comunità ungherese più grande fuori confine, immersa nel parallelismo etnico che la fa guardare più a Budapest che a Bucarest.

 

Laddove c’è un atteggiamento repressivo e autoritario – spiega Zanoni – si sfrutta quello che possiamo considerare il Dna del potere. Il Covid enfatizza qualcosa che c’era già. Come scritto dallo storico israeliano Harari in un articolo apparso sul Financial Times l’alternativa che in questo momento si pone ai governi è quella tra l’assoluta trasparenza o la spinta repressiva massima. Questi Paesi sembrano spingere per quest’ultima”.

 

In certi casi non si tratta nemmeno di erosione dello stato di diritto perché questo non c’era ancora o era lì da costruire. L’atteggiamento dell’Ue è stato finora quello di appoggiarsi a figure che garantissero la stabilità. Per questo parliamo di ‘stabilocrazie’.

 

Di fronte al delinearsi di un quadro peggiorativa, la domanda sorge spontanea: l’Europa dove sta? Troppo silente, troppo lontana dai cittadini, troppo divisa tra le sue diverse anime, essa sostiene i Paesi in questione dimostrando però al tempo stesso tutto il suo deficit di comunicazione e autorevolezza.

 

“Uno dei temi di questo momento è la cosiddetta Covid-diplomacy, cioè quelle misure diplomatiche adottate dai governi per presentarsi all’opinione pubblica mondiale o dei Paesi interessati con un volto benevolo. L’invio dei medici dall’Albania è sì un gesto nobile da parte del premier Rama ma nasconde anche degli interessi. Cosa che stanno facendo anche altri Paesi. Nei Balcani, così, spiccano gli aiuti provenienti da Russia, Cina e Turchia (dove tra l’altro il governo ha deciso per un’amnistia massiccia che ha tenuto però in carcere chi è stato condannato per reati di terrorismo, e cioè gran parte dei giornalisti) ma di quelli più corposi stanziati dall’Unione non si sente parlare”.

 

In ballo perciò non c’è solo la tenuta democratica di singoli Paesi dell’Europa orientale e sud-orientale, ma la stessa immagine dell’Europa. Come avviene con i pazienti che contraggono il virus, le patologie pregresse possono risultare fatali.

 

L’Osservatorio Balcani Caucaso e Transeuropa ha dato vita ad uno speciale con cui seguire attraverso approfondimenti la situazione Coronavirus nei Paesi dell’Est europeo.

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