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I pieni poteri di Orbán come il decreto che sospese la democrazia tedesca nel 1933. Lo storico Filippi: "Il difficile sarà tornare alla normalità, è facile perdere i diritti"

Partendo da un post in cui l'assunzione dei pieni poteri da parte del presidente ungherese Orbán suscita la memoria del decreto del 24 marzo 1933, con cui Hitler sospese la democrazia weimeriana, lo storico Francesco Filippi ci aiuta a riflettere sulla tendenza diffusa a chiedere il governo di un uomo forte, sull'anormalità dello stato emergenziale e sui rischi di perdere i propri diritti. "Dovremo passare dallo spavento allo stupore verso queste misure emergenziali"

Di Davide Leveghi - 31 marzo 2020 - 13:23

TRENTO. Non è cosa nuova sentire rimbalzare sui media l'appello ai pieni poteri. Tutti ricordiamo, in questa estate infuocata dai rivolgimenti parlamentari, quando a proporsi agli italiani per l'assunzione di tutte le prerogative necessarie per mettere in atto le politiche promosse dal suo partito (“Chi sceglie Salvini sa cosa sceglie”, disse riferendosi alle misure prese da Ministro degli Interni) fu il leader della Lega.

 

Eppure, se quella richiesta - per la palese contrarietà ai valori costituzionali e democratici - suscitò giustamente le proteste di tutti, rievocando fantasmi del passato nazionale, questa fase emergenziale, in cui il numero dei Paesi sottoposti a misure stringenti cresce di giorno in giorno, rimette sul piatto a livello internazionale la questione della sospensione temporanea dei diritti decisa dagli esecutivi.

 

Al cuore del problema, in fondo, ci sta proprio quell'aggettivo che si accompagna alla 'sospensione': 'temporanea'. Quanto infatti questa sospensione e questa assunzione piena dei poteri potrà durare? Quali saranno le conseguenze sulla società democratica? Chi, nei singoli Paesi, ha il potere di dichiarare lo stato d'emergenza concluso?

 

Il campanello d'allarme questa volta arriva dall'Ungheria, dove il presidente Viktor Orbán, con l'appoggio del Parlamento, ha assunto i pieni poteri per la gestione dell'emergenza Coronavirus, ottenendo così non solo la possibilità di governare per decreto in un Paese dove tutti i diritti costituzionali vengono sospesi, ma pure la prerogativa di decidere a propria discrezione quando porre fine allo stato d'emergenza.

 

Tale scelta non ha lasciato certo indifferente l'opinione pubblica europea. E se dallo stesso Matteo Salvini arriva il plauso - “Saluto con rispetto la scelta democratica del parlamento ungherese”, ha commentato – sono diversi gli appelli lanciati all'Unione Europea per monitorare la situazione democratica di un Paese già al centro di attacchi alle libertà; e agli occhi di uno storico questa piena assunzione dei poteri non può che evocare altre memorie, specie per le modalità parlamentari con cui Orbán si è addossato tali funzioni.

 

 

“Ho fatto un collegamento banale – spiega lo storico levicense Francesco Filippidi carattere meramente linguistico, partendo dal modo in cui in italiano si è tradotto 'Ermächtigungsgesetz', 'Decreto dei pieni poteri', la legge con cui Hitler, sfruttando un passaggio previsto dalla Costituzione di Weimar in caso di emergenza nazionale e pericolo per il Reich diede nel 1933 il colpo di grazia alla democrazia tedesca”.

 

Senza violare la Costituzione – continua – Hitler seppe prendere le redini del potere. Il contrappeso al potere del Cancelliere, in quella che era una repubblica presidenziale, era Hindenburg, figura rispettata e carismatica, ma ormai anziana e malata. Il contrappeso non si attivò, non era in grado di farlo, e a Hitler basterà non nominare nessuno una volta morto Hindenburg, accentrando così su di sé tutti i poteri. Il potere assoluto fu assunto in via democratica, qualcosa che in questo momento è avvenuto anche in Ungheria, dove l'accentramento dei poteri ha potuto contare sul controllo dei 2/3 del Parlamento da parte di Orbán”.

 

Con l'appoggio dell'estrema destra di Fidesz, infatti, il presidente ungherese s'è arrogato il diritto di governare per decreto, sospendendo il diritto alla libera informazione, l'attività dei tribunali, gli stessi diritti costituzionali dei cittadini magiari. Niente di così nuovo rispetto ad altri Paesi, anche nell'Europa occidentale, che si sono trovati ben prima a dover fronteggiare l'emergenza, ma con qualche dettaglio non indifferente a sancirne il rischio (definitivo) di deriva democratica.

 

“I poteri che si arroga Orbán sono simili a quelli presi nel campo dei Paesi occidentali come l'Italia, la Spagna, la Francia, con l'utilizzo di decreti presidenziali. C'è una differenza, però: in questi ci sono dei contrappesi, lo stesso periodo emergenziale deve essere prorogato ogni 6 mesi, mentre in Ungheria un'unica persona, il presidente Orbán, appunto, può decretarne la fine. Alcune postille alla legge, poi, risultano strane, come quella che sancisce da 1 a 8 anni di carcere per chi diffonde notizie che creano scompiglio. Si parla di fake news, ma chi decide cosa sono?”.

 

L'emergenza ha ormai colpito il mondo intero e ad una situazione eccezionale è cosa normale che si oppongano misure altrettanto eccezionali. Ciò non significa che le antenne non debbano essere tenute alte, che la democrazia non debba essere tutelata. E se in Ungheria, una situazione che appariva già prima piuttosto compromessa può risultare ulteriormente aggravata, anche nelle società occidentali i campanelli d'allarme non mancano.

 

Quello di chiedere i pieni poteri è un fenomeno da 15 anni anni a questa parte visibile anche in questa parte di mondo – evidenzia Filippi – c'è la presa d'atto, infatti, di un concetto triste, e cioè che sempre più persone vedono che il modello democratico rappresentativo liberale sta mostrando la corda nell'affrontare i problemi complessi della società, che sia il sistema meno efficiente. Si veda coloro che hanno notato il sistema cinese come più efficace nel fronteggiare la crisi. È una rappresentazione falsa, segno che l'insoddisfazione dei cittadini occidentali non si applica a chi gestisce i modelli di governo ma ai modelli stessi”.

 

“C'è una verticalizzazione della politica, una decadenza del sistema democratico nel rapporto tra il capo di un partito e il suo popolo, dove salta completamente la mediazione. Si vota il leader, e questo porta a una decadenza della fiducia. Come dice lo storico Emilio Gentile, siamo di fronte a una 'democrazia recitativa' dove all'interno dei riti democratici esiste solo il rapporto tra il leader e la folla, dove tutti fingono e si tifa il capo fazione. La verità è che per problemi complessi non esistono soluzioni semplici”.

 

E se in emergenza, tra droni che volano sulle nostre teste e proposte di tracciare i cellulari, si impongono misure straordinarie, una volta passata questa fase tornare alla normalità potrà non risultare così automatico. “Il problema degli stati di emergenza è la difficoltà a tornare indietro. Non voglio demonizzare la presa in carico di misure eccezionali, ma evidenziare come non sarà facile ricordarsi di tornare alla normalità. Di passare dalla spavento allo stupore di fronte a queste misure. Dovrà tornare anormale che i droni passino per controllarci, che uno si debba giustificare per i propri spostamenti. Non sto parlando di un rischio di deriva. La storia ci insegna la facilità di perdere questi diritti”.

 

Tornando così al parallelo tracciato tra l'assunzione dei pieni poteri da parte del presidente ungherese Orbán e il Decreto dei pieni poteri del 24 marzo 1933 in Germania, Filippi conclude: “Non esiste un determinismo storico, la storia, per usare un detto trito e ritrito, non si ripete. Però è vero che dal passato possiamo trovare degli indizi su come va il presente, e se non stiamo rivivendo in Ungheria ciò che avvenne in Germania nel '33, esistono d'altra parte interessanti affinità dal punto di vista storico, e preoccupanti da quello sociale. Alcuni esempi storici possono ri-raccontare cosa possono fare certe popolazioni sotto certi movimenti ideali”.

 

“E se ogni popolo ha un diverso rapporto con il proprio passato, di certo una partita importante si giocherà nel modo in cui l'Unione europea affronterà questa questione. Potrebbe non essere valida l'opzione di seguire pedissequamente le modalità di trattare l'Ungheria come si fece con la Germania nel 1933”.

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