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Una “terra peculiare”: il fascismo e la Resistenza in Trentino, tra miti e rimozioni

Attorno alla storia del fascismo in Trentino continua ad aleggiare l’idea di una certa estraneità della popolazione con quel regime che pochi anni dopo l’entrata del nostro territorio nel Regno d’Italia avrebbe assunto il potere, plasmando il Paese e determinandone le sorti. Se da una parte il Trentino si sarebbe conformato al resto d’Italia, dall’altra la sua storia e la sua posizione geografica avrebbero inciso notevolmente, come dimostrato dai contorni della nostra Resistenza. “Attra-Verso la Liberazione continua così con un’intervista alla guida della più importante istituzione storica provinciale, il direttore della Fondazione Museo Storico del Trentino Giuseppe Ferrandi

Di Davide Leveghi - 15 aprile 2020 - 09:16

TRENTO. “La peculiarità della situazione trentina è l’unica maniera per inquadrare correttamente il fenomeno resistenziale, mossosi in una condizione eccezionale, numericamente ristretto, marginale ma non per questo meno straordinario. D’altro canto gli schemi interpretativi ordinari per comprendere l’elemento antifascista e antinazista non valgono per il Trentino”.

 

Attraverso la storia della Liberazione nella provincia di Trento si comprende la traiettoria peculiare compiuta da questa terra, dall’imporsi del regime alla mobilitazione della popolazione, dall’erosione del consenso delle classi dirigenti nei confronti di un fascismo che predilesse la vicina Bolzano al secondo grande “Rebaltón” della storia trentina, quando al regime fascista si sostituì un’occupazione tedesca fortemente venata di pantirolismo.

 

La posizione geografica, la funzione di “corridoio naturale tra il mondo tedesco e l’Italia”, lo rendevano di una tale importanza geografica da non essere equiparato al resto del Paese occupato dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943. Anzi, le peculiarità storiche di questa terra fecero decidere Hitler stesso per estromettervi il fascismo repubblicano: niente mobilitazione degli uomini abili a combattere negli organi della milizia fascista, niente organizzazioni fasciste, niente simboli della nuova Repubblica sociale insediatasi nella capitale sulla sponda bresciana del Lago di Garda.

 

L’eccezionalità della condizione trentina rifletteva la sua storia, sfruttata abilmente dai tedeschi, capaci di fare leva sui sentimenti di malcontento delle classi dirigenti trentine nei confronti di un regime che ne aveva ridimensionato il ruolo e frustrato le aspirazioni. Il fascismo in Trentino, moribondo dopo il 25 luglio 1943, subiva così il colpo di grazia l’8 settembre di quello stesso anno, quando le colonne tedesche che scendevano copiosamente la valle dell’Adige per raggiungere il nuovo fronte nell’Italia meridionale puntarono i cannoni contro le caserme del Regio Esercito, obbligando, dopo alcuni episodici scontri, i comandi italiani ad arrendersi.

 

Cominciava così una storia diversa dal resto dell’Italia centro-settentrionale, a coronazione di un percorso che aveva blandito una terra italiana solo di lingua trasformandola in una normale provincia dell’Impero. Il Trentino assieme alle province di Bolzano e Belluno, andava a formare la Zona d’operazione delle Prealpi, un territorio cuscinetto annesso de facto al Reich.

 

“La chiave interpretativa per capire il periodo occorso tra il settembre ’43 e il maggio ’45 va ricondotto al carattere di corridoio della nostra terra – spiega Giuseppe Ferrandi, direttore del Museo storico del Trentino – di via di comunicazione tra Germania e Italia, dunque di transito per le truppe prima e a fine guerra di via di fuga. Per questo la loro concentrazione fu forte e in virtù di questo Hitler stesso ordinò la creazione dell’Alpenvorland, la Zona d’operazione delle Prealpi, come a est venne creata quella dell’Adriatico”.

 

Le modalità d’occupazione delle zone più strategiche cambiava rispetto al resto d’Italia – continua – così le peculiarità della ZOP e della difficile Resistenza trentina dipesero da politiche che incidevano pesantemente sulla storia. Qui i tedeschi, infatti, affiancheranno alle politiche fortemente repressive una politica di grande intelligenza strategica, puntando su elementi identitari pantirolesi, vedasi il conferimento all’ex commissario di Trento Città Fortezza, l’avvocato liberale Adolfo De Bertolini, del ruolo di prefetto, e di malcontento dei trentini verso il regime fascista”.

 

“Furono operazioni per polarizzare l’opinione pubblica trentina: si diede vita al Corpo di Sicurezza Trentino, così che gli uomini abili a combattere non entrassero nella milizia repubblichina o nella Wehrmacht. Si eliminarono dunque potenziali renitenti, disertori e possibili partigiani. Le caratteristiche del territorio trentino non riflettevano quelle in cui si trovarono a combattere i partigiani nel resto d’Italia. La componente più forte nella Resistenza trentina fu l’elemento nazionale, non quella di guerra civile tra fascisti e antifascisti, né quella di classe. La guerra si combatté semmai tra formazioni partigiane e sostenitori del Reich, con difficoltà oggettive di crescita ed espressioni di una Resistenza militare ai soli margini dei confini provinciali, sull’Altopiano di Folgaria, nel Tesino, nell’Alto Garda”.

 

Lo stesso antifascismo trentino, in fondo, proveniva grosso modo da un ambiente legato per ideologia e storia familiare all’irredentismo italiano. “Chi sono i leader della Resistenza trentina? – continua Ferrandi – Gianantonio Manci, erede di una famiglia nobile esposta nelle rivendicazioni irredentiste, che partecipò con Gigino Battisti all’Impresa di Fiume. La componente comunista, i cui quadri, vedi Mario Pasi, venivano spesso da fuori. I democristiani, legati alla tradizione del popolarismo. Sono tutte posizioni che si muovono nel quadro della collocazione del Trentino nella storia, e che per questo tengono conto delle rivendicazioni autonomistiche nella futura Italia democratica (si veda il manifesto del febbraio 1944)”.

 

Gli “eredi di Battisti” non confluiti nel fascismo e l’associazionismo cattolico, unico in grado di mantenere una certa libertà di movimento durante gli anni del regime, formano il nucleo dell’antifascismo trentino. Un antifascismo che, da parte sua, si trova a operare in un contesto ben diverso dal resto del Paese, dov’è l’accesa conflittualità sociale del primo dopoguerra a scatenare le forze della reazione.

 

Gli elementi di scontro di classe e scontro politico incidono anche in Trentino ma in maniera minore rispetto al resto d’Italia – prosegue Ferrandi – non a caso i pochi fenomeni di squadrismo avvengono in zone come Nomi e il Basso Sarca dove ci sono classi lavoratrici più forti e organizzate, che creano agitazioni durante il Biennio Rosso. Le condizioni generali delle classi lavoratrici trentine spiega però perché il fascismo non abbia nel nostro territorio assunto le caratteristiche squadristiche e violente. A dominare è l’elemento nazionale”.

 

Un elemento, dunque, determinante sia durante l’occupazione tedesca in seno alla Resistenza che nell’ascesa del fascismo nel primo dopoguerra in seno, questa volta, al mondo dei Legionari trentini e dell’irredentismo.

 

“L’input al movimento, se vediamo la Marcia su Trento e Bolzano dell’inizio ottobre del ’22, fu esterno. Ma in Trentino, in quel momento, già era cominciato a crearsi un consenso autoctono verso il fascismo, soprattutto nella sua componente di forza nazionale e nazionalistica. Dobbiamo pensare che però, in generale, il fascismo non poté contare sul retroterra combattentistico, visto che la grande maggioranza degli uomini avevano combattuto in divisa asburgica. Le stesse condizioni economiche e sociali di scontro per la sua ascesa in Trentino non sussistono”.

 

E così il regime punterà tutto su questo aspetto, cominciando un lavoro capillare di mobilitazione e di formazione, nelle scuole come nella monumentalistica, nella cultura come nell’amministrazione. I frutti, dell’efficacia come delle cause di disgregazione, si raccoglieranno allora negli anni ’30. “Nel 1927 viene creata la Provincia di Bolzano, con un provvedimento anti-trentino che chiude il dibattito sul cosiddetto ‘trentinismo’ togliendo a Trento il ruolo di guardiana dell’italianità dell’Alto Adige. È uno choc per la classe dirigente trentina, ridimensionata e portata così a ridurre il proprio consenso verso il fascismo. Su coloro che vedevano una continuità tra irredentismo e fascismo si produce un vero e proprio disincantamento. Diversa è la questione per le generazioni più giovani. Gli anni ’30 rappresentarono il momento di massimo splendore del regime, di maggiore invasività e pervasività della propaganda. La peculiarità trentina rispetto al resto d’Italia sfuma, con un’omogeneizzazione alla realtà nazionale”.

 

“Ciò si riflette nei sentimenti dell’antifascismo trentino, abbattuto, solo. Il fascismo negli anni ’30 sta vincendo, contando anche che alcuni elementi indigeribili per l’opinione pubblica trentina, come lo scontro con la Chiesa, sono stati eliminati dal Patto del 1929. I giovani sono stati educati alla guerra, i nuovi trentini sono a disposizione dei destini dell’Impero”, conclude Ferrandi.

 

 

 

 

Ma i corsi e i ricorsi storici sono sempre dietro l’angolo e la disastrosa guerra fascista ribalta ulteriormente le sorti del consenso nella società trentina. I reduci scrivono dal fronte, i racconti dei feriti scioccano una popolazione prostrata dai sacrifici, le classi dirigenti voltano le spalle al regime, dimostrandosi ben contente di venire a patti coi nazisti. Tutti elementi che si rifletteranno nelle memorie dei trentini, con analoghe attenuazioni (al resto del Paese e, in generale, d'Europa) delle proprie responsabilità e un diffuso sentimento di vittimismo verso qualcosa di cui, volenti o nolenti, convintamente o meno, avevano fatto parte.

 

Questo articolo è il secondo di una serie: Attra-Verso la Liberazione vuole essere una lente tramite cui vedere la lotta resistenziale senza le distorsioni del falso mito della memoria condivisa e senza l’agiografia che per decenni ha contraddistinto la narrazione della conquista della libertà contro la tirannide nazi-fascista. La grandezza della scelta partigiana, infatti, emerge dallo stesso racconto del contesto, nella sua durezza, nella sua complessità e problematicità, nel suo immenso e meraviglioso valore.

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