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El Rebaltón: l’8 settembre in Trentino quando in Piazza Venezia cominciò a sventolare la svastica

Il giorno 10 da Berlino giungono direttive. Trento, assieme a Bolzano e Belluno, sarà parte della Operationszone Alpenvorland, una delle due zone d’operazione, assieme al Litorale Adriatico (province di Udine, Gorizia, Trieste, Fiume, Pola e Lubiana), che creano un cuscinetto alpino al territorio del Reich. Franz Hofer, Gauleiter del Tirolo-Vorarlberg, ne viene nominato commissario supremo

Di Davide Leveghi (nato a Trento nel 1993, diplomato al liceo classico Prati e laureato in storia all'università di Bologna. Specializzando in storia contemporanea) - 09 settembre 2018 - 17:41

TRENTO. Le colonne tedesche avevano cominciato la loro discesa per la penisola già nei primi giorni successivi all’arresto di Mussolini, avvenuto il 25 luglio 1943. Hitler, fiutato il tradimento del re e di Badoglio, concesse disposizioni alle forze armate tedesche affinché prendesse avvio il “piano Alarico”. Un nome sinistro che preannunciava, per l’Italia prostrata nel suo sogno di resuscitare la grandezza dell’Impero romano, una nuova discesa dei “barbari”.  La statale del Brennero fu invasa dai mezzi corazzati tedeschi. Oltre confine, i Gauleiter di Carinzia e Tirolo già si leccavano i baffi all’idea di riannettersi quelle terre, Sudtirolo in testa, strappate dal Regno d’Italia alla morente dinastia asburgica, e teatro qualche anno prima di una delle tragedie meno conosciute del Ventennio fascista, le Opzioni. L’occasione si sarebbe ben presto presentata, dopo i quarantacinque giorni badogliani vissuti tra il sollievo di un fascismo finito ed il terrore di una probabile occupazione nazista. 

 

Trento, l’8 settembre, non si è ancora ripresa dalla tragica incursione alleata di sei giorni prima, che ha provocato circa 200 morti. L’atmosfera tetra è cattivo presagio di ciò che sta per avvenire. Regna la rassegnazione, che ben presto prenderà il posto di una breve ed effimera gioia per la notizia dell’armistizio. L’inefficienza e l’impreparazione dei comandi italiani, mostrate in tutti i teatri di guerra che vedono impegnato il Regio esercito ed in gran parte della penisola, contrastano con l’efficace azione della Wermacht. L’azione su Trento è rapida ed incisiva.

 

Con le carte geografiche messe a disposizione dai comandi locali, i Tedeschi hanno vita facile. Gli assalti alle caserme e le cannonate dei carri armati fanno il resto. La mattina del 9, a scontri finiti, il bilancio parla di una cinquantina di morti e di duecento feriti. I punti nevralgici della città sono in mano agli occupanti, che convogliano la massa di soldati prigionieri verso il campo d’aviazione di Gardolo, in vista della deportazione in Germania. Qualcuno riuscirà a salvarsi, afferrato da mani salvifiche che lo spingono in casa e gli procurano abiti civili. Il proclama diramato dall’autorità tedesca il giorno successivo fa riferimento anche ai quei soldati che sono riusciti a mettersi in salvo nelle ore precedenti, intimando loro di presentarsi alle autorità. Il tono del proclama è perentorio. Tornare a lavorare, no scioperi, no rivolte.

 

Il giorno 10 da Berlino giungono direttive. Trento, assieme a Bolzano e Belluno, sarà parte della Operationszone Alpenvorland, una delle due zone d’operazione, assieme al Litorale Adriatico (province di Udine, Gorizia, Trieste, Fiume, Pola e Lubiana), che creano un cuscinetto alpino al territorio del Reich. Franz Hofer, Gauleiter del Tirolo-Vorarlberg, ne viene nominato commissario supremo. L’azione del “signorotto” tirolese è accorta. Hofer conosce il diffuso malcontento serpeggiante in regione nei confronti del fascismo, reo di non aver concesso ai Trentini l’agognata autonomia e d’aver favorito la vicina Bolzano, oggetto di un’opera di industrializzazione e di massicci investimenti. L’autorità di Salò, che di lì a breve verrà ricostituita con alla testa il redivivo Mussolini, liberato il 12 settembre dai paracadutisti tedeschi, verrà completamente estromessa dalle zone d’operazione, vedendosi ripetutamente negare pure il soggiorno dei propri gerarchi in queste terre.

 

Il partito fascista repubblicano, così come qualsiasi altra formazione politica,  non ha il permesso di costituirsi. Il giornale fascista Il Brennero viene sostituito dalla testata- controllata dai Tedeschi- de Il Trentino . Il prefetto fascista Italo Foschi, che ha assistito dalla sua casa di Molveno agli avvenimenti dei 45 giorni badogliani, viene deposto. Il suo ultimo atto sarà quello di consegnare una lista di proscrizione degli antifascisti a Hofer, che se ne serve per riunire alcune di queste figure nella sede della Banca di Trento e Bolzano, dove chiede collaborazione e disciplina in cambio dell’autonomia. Tra questi verrà scelta una figura non compromessa col fascismo, l’avvocato liberale Adolfo de Bertolini, come nuovo prefetto della città.

 

De Bertolini pagherà la sua scelta di farsi scudo della popolazione trentina con un processo per collaborazionismo, da cui uscirà indenne, a fine guerra. Il suo primo proclama, caratterizzato in un suo passaggio dal monito a collaborare con le autorità militari e dal richiamo a una “vittoria finale della armi germaniche”, assesta un duro colpo all’antifascismo regionale. Il rancore degli antifascisti si paleserà nel dopoguerra, anche se non mancheranno le critiche nelle ore immediatamente successive, testimoniate da una preoccupata e disillusa lettera di Giannantonio Manci, figura centrale dell’antifascismo trentino.

 

I primi provvedimenti di Hofer sovvertono il regime precedente. Trento diviene sede d’una Corte d’Appello autonoma, mentre la vicina Bolzano vedrà la nascita di quel Tribunale speciale in cui passeranno numerosi esponenti della Resistenza trentina. In Piazza Venezia, il tricolore col fascio verrà sostituito dalla svastica, con la Casa del Littorio convertita in sede del Comando di zona delle truppe germaniche. Le SS si sistemano in una villetta in via Brigata Acqui, che popolarmente verrà chiamata “villa triste”, luogo di torture ed “interrogatori duri” (così venivano eufemisticamente chiamate le sevizie). Agli uomini abili si aprono diverse possibilità: l’arruolamento nella Todt (lavoro coatto), quello nella polizia, nella Wermacht, nelle forze repubblichine (sconsigliato, in parte ostacolato e comunque scelto da pochi) o nei CST, i Corpi di Sicurezza Trentini. Quest’ultima possibilità avrebbe permesso ai giovani trentini di rimanere nella propria terra per il mantenimento dell’ordine pubblico. I CST in realtà finirono per essere utilizzati in operazioni di rastrellamento nelle valli trentine e nelle province venete limitrofe.

 

A nulla valsero le proteste di Mussolini e della autorità saloine per l’estromissione dai territori delle zone d’operazione, che delegittimava agli occhi degli Italiani la sovranità del nuovo stato fascista repubblicano. Il dibattito storiografico, con le dovute differenze fra le province di Bolzano (a maggioranza tedesca, visto il congelamento delle opzioni a causa della guerra, ed oggetto di mai sopite volontà annessionistiche da parte di forze interne al nazismo), di Belluno (dove maggiore libertà d’azione venne data alla RSI per la costituzione della milizia, largamente disertata dalla popolazione) e di Trento (rimaneggiata nei suoi confini con l’assegnazione a Bolzano dei territori mistilingui al di sopra della chiusa di Salorno), ha ruotato attorno alle finalità effettive delle zone d’operazione.

 

Costituivano queste un disegno politico in vista d’una futura annessione o una necessità militare in virtù della guerra e dell’avanzata alleata? Fonti naziste, oltre che i provvedimenti presi nei drammatici seicento giorni hoferiani, farebbero propendere per la prima opzione. La furia di Hitler per il “tradimento” italiano, la fame di terre dell’imperialismo nazista e l’opera instancabile dei circoli tirolesi per la riannessione dei territori “perduti” a Versailles nel ’19 costituirono la base per un’operazione di inglobamento di queste terre nel Reich. Come al solito è necessario sfumare il discorso a seconda di realtà territoriali peculiari, non gettando nello stesso calderone l’italiana Belluno (annessa dopo la Terza guerra d’indipendenza al Regno d’Italia), le province giuliane e la Bolzano forgiata nella sua “italianità” dalle politiche d’immigrazione fasciste in un territorio a maggioranza tedesca.

 

Trento rappresenta da questo punto di vista una realtà a sua volta specifica. Hofer, attraverso una serie di subdole operazioni, seppe sfruttare lo scarso entusiasmo della popolazione trentina nei confronti del fascismo, alimentato dal senso d’abbandono da Roma, e l’anelito autonomistico, per accattivarsi il favore dei trentini. La stessa “italianità” di questa terra, di cui era custode il Museo del Risorgimento, fu oggetto di saccheggio da parte del commissario militare, in funzione della sua cancellazione. Si propose pure il cambiamento dei libri di testo, mentre la regione era oggetto di ricerche antropologiche sulla sua presunta tedeschità (analoga manovra che i nazionalisti italiani fecero riguardo all’Alto Adige).

 

L’organizzazione poliziesca e repressiva messa in atto sul territorio trentino renderà estremamente difficile la diffusione di una Resistenza armata forte e ramificata. Il Trentino, nonostante ciò, seppe dare all’esperienza resistenziale nazionale alcuni fulgidi esempi di lotta al nazifascismo, specie nelle valli periferiche, oltre che coi martiri della strage del 28 giugno 1944, con cui venne sgominato il primo CLN trentino.

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