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Coronavirus, un anno di pandemia per i bimbi più piccoli, la psicologa: "Casi di temporanea regressione. Le tensioni passano dai genitori ai figli"

Roberta Bommassar, presidente dell'ordine degli psicologi della Provincia di Trento, spiega come ha influito l'arrivo del Covid sulla salute mentale dei più piccoli. “Alcuni tornano a chiedere per brevi periodi il ciuccio o il pannolino per sentirsi in qualche modo rassicurati, importante ricordare che i bambini tendono a riflettere le emozioni di chi li circonda ed a sentirsene responsabili”

Di Filippo Schwachtje - 26 March 2021 - 05:01

TRENTO. L’arrivo del Coronavirus ha cambiato profondamente la nostra quotidianità: dal primo lockdown la primavera scorsa all'odierna zona rossa, in 12 mesi il mondo pre-Covid sembra ormai un ricordo lontano.

 

Modificazioni così intense hanno avuto effetti importanti sul benessere psicologico di tutti, anche – o forse soprattutto – dei più piccoli. Roberta Bommassar, presidente dell'ordine degli psicologi della Provincia di Trento, fa il punto sulla salute mentale di bambini e ragazzi sul territorio, concentrandosi oggi sulla fascia dai 3 ai 6 anni.

 

Lockdown e prima infanzia: da un punto di vista psicologico quali sono le maggiori problematicità causate dalle chiusure nei più piccoli?

Partiamo dicendo che il lockdown, o più in generale lo scoppio della pandemia e le conseguenti misure anti-contagio, hanno determinato un peggioramento trasversale nella salute mentale delle persone. Riferendoci in particolare ai bambini – ed includendo grossomodo quelli d’età compresa tra i 3 ed i 6 anni – possiamo individuare diverse problematiche legate al concetto di permeabilità, al contesto abitativo di riferimento ed all'emergere di fenomeni regressivi.

 

Procedendo in ordine, cosa intende con permeabilità?

Più i bambini sono piccoli più sono permeabili agli stati d'animo degli adulti; la metafora più adatta è quella dello specchio: riflettono – talvolta amplificando – le emozioni di chi li circonda. Se in casa si sviluppano tensioni causate da lunghi periodi di convivenza “forzata”, da difficili situazioni economiche o da problematiche domestiche d'altro tipo, il bambino le somatizza. Con l'arrivo del Covid si è verificato un aumento esponenziale di queste situazioni. Negli ultimi mesi abbiamo assistito ad una crescita, per esempio, nei disturbi del sonno o dell'alimentazione dei più piccoli. Sono in parte le conseguenze delle ansie e delle preoccupazioni degli adulti con cui vivono. Va ricordato poi che i bambini leggono la realtà che li circonda con una modalità egocentrica, pensando quindi d’esser sempre la causa principale delle situazioni in cui si trovano, anche quindi degli stati d'animo dei genitori. Proprio per questo è fondamentale parlare spesso con i figli, spiegandogli chiaramente l'origine e le motivazioni, per esempio, di un litigio.

 

Le problematiche a cui fa riferimento sono a loro volta influenzate anche dal contesto abitativo in cui un nucleo familiare si trova ad affrontare un lockdown, o una zona rossa. Come influisce tutto questo sulla salute mentale dei bambini?

Durante l'età infantile i bambini hanno la necessità di uno spazio aperto – possibilmente all'esterno – dove potersi in poche parole sfogare, dove giocare e scaricare da un punto di vista fisico le tensioni accumulate. In questo frangente, durante un periodo di permanenza forzata in casa il contesto abitativo fa ovviamente tutta la differenza del mondo. Vivendo in un condominio, ad esempio, può risultare difficoltoso trovare materialmente gli spazi dove permettere ai più piccoli di correre e giocare. Irrequietezza psicomotoria ed irritabilità – che si possono manifestare, ad esempio, con frequenti pianti isterici – sono le modalità più frequenti di somatizzazione.

 

In che modo i fenomeni regressivi rientrano nel quadro da lei delineato finora?

Il bambino potrebbe cercare rassicurazione dal contesto negativo che, per un motivo o per l'altro, si trova a fronteggiare affidandosi ad una serie di comportamenti “più” infantili, molti dei quali ha appena fatto lo sforzo di lasciare. Il fine è deresponsabilizzarsi, regredendo alla prima infanzia e quindi ad una condizione d’oblio e di completa dipendenza dagli adulti. Potrebbe, per esempio, tornare a volere il ciuccio o addirittura bagnare il letto ed utilizzare il pannolino. In questo caso è importante per i genitori non cadere nel panico: si tratta di una fase, di un periodo transitorio che si risolverà nel tempo.

 

Proprio a questo proposito, che consigli si sentirebbe di dare ai genitori?

Prima di tutto di avere molta pazienza. Rallentare i ritmi familiari, rinunciare almeno in parte a determinati standard – per quanto riguarda, ad esempio, l’ordine della casa – e distribuire i compiti fra la coppia può aiutare. Nel rapporto con i figli è importante ritagliarsi del tempo da dedicare esclusivamente a loro, ricordando che se prima potevano socializzare all'asilo – anche se in età infantile i bambini risentono molto meno della mancanza di rapporto coi compagni rispetto ai ragazzi più grandi – ora sono i famigliari gli unici interlocutori. Nella gestione dei bambini, gli adulti devono in poche parole adattarsi al nuovo contesto ed ai nuovi ritmi imposti dalla pandemia.

 

L’utilizzo delle mascherine potrebbe a suo parere influire in qualche modo nello sviluppo dei bambini?

In linea generale direi di no, i bambini hanno capacità di adattamento e di recupero che noi adulti non possiamo immaginare. Diverso è il discorso per quelli che presentano disturbi dello spettro autistico o problematiche di altro genere: in questo caso le mascherine possono causare un certo disorientamento. Negli asili invece è importante che gli educatori utilizzino un linguaggio compensativo per ovviare alla mancanza della mimica facciale, una delle componenti comunicative che l'utilizzo delle protezioni rende praticamente impossibile. Ma anche in questo frangente direi che non c'è da preoccuparsi, a maggior ragione perché in casa le mascherine non si usano ed i bambini possono quindi “imparare” dai genitori.

 

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