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Dal progetto ''Adotta il fieno'' alla ricerca di quello per le stalle degli Emirati Arabi, la nuova fatica di Diego d’Incau con il libro "Ovunque andrai sarai per sempre mio figlio''

Da qualche anno progetta iniziative rigorosamente green, nel pieno rispetto di una bio-economia che non concede facili riscontri. E stimola a ripensare lo sviluppo, non solo quello della ruralità, pure su metodi per riappropriarsi delle consuetudini in voga nel primo Novecento. Nel libro edito da Albatros l’epopea di una famiglia contadina di Tavernaz tra azioni e rocambolesche vicende agricole tra gli anni ’30 e i nostri giorni

Di Nereo Pederzolli - 16 gennaio 2021 - 12:06

TRENTO. Falciare "a braccio" l’erba spontanea di prati incolti per recuperare il senso più veritiero delle comunità montane. Impegno senza indugi improntato ad una visione decisamente strampalata quanto innovativa. Diego d’Incau è un personaggio in questo minuscolo – e per certi versi incredibile – settore del comparto agricolo. Tra itinerari su antichi tracciati, valorizzazione di produzioni (ingiustamente) minori della montagna. Riuscendo pure a scrivere un romanzo, appena pubblicato da Albatros: "Ovunque andrai sarai per sempre mio figlio", firmato con lo pseudonimo Tita Dal Casel.

 

Da qualche anno progetta iniziative rigorosamente green, nel pieno rispetto di una bio-economia che non concede facili riscontri. E stimola a ripensare lo sviluppo, non solo quello della ruralità, pure su metodi per riappropriarsi delle consuetudini in voga nel primo Novecento.

 

Coniuga passato con una visione curiosamente insolita. Forte di variegate esperienze nel comparto della valorizzazione di produzioni agroalimentari (vitivinicole su tutte) Diego d’Incau è balzato sulla cronaca (Qui info) per creare il mercato del fieno rigorosamente falciato a mano destinato alle stalle più esigenti – quelle degli Emirati Arabi – e contemporaneamente sfruttare il fieno per confezioni riservate al benessere, sia animale che delle persone. Viaggiando per mezza Italia con due asine, solo per coinvolgere diverse scolaresche in micro azioni di educazione ecologica, stimolando i giovani a scoprire mestieri, usi e consumi della montagna.

 

Proprio su questi temi è improntato il suo romanzo fresco di stampa. L’epopea di una famiglia contadina di Tavernaz, località incastonata tra i monti sul confine veneto/trentino, Sovramonte e Lamon, azioni e rocambolesche vicende agricole tra gli anni ’30 e i nostri giorni.

 

Vita ostica, contrapposizione sociale, i deboli che devono sopportare le angherie di "signorotti" più loschi che potenti, tra scene di caccia, taglio del legname, il bosco come risorsa e rifugio sicuro, dopo processi, soprusi, drammatiche ripercussioni belliche, pure l’emigrazione verso l’Australia, senza tralasciare riscontri legati alla Valsugana e alla città di Trento.

 

Tutto questo in quasi 300 pagine di un romanzo che Diego d’Incau alias Tita Dal Casel (è il nome di suo padre, patriarca tra i boscaioli di Sovramonte) ha scritto minuziosamente a penna, su quaderni come a suo tempo si usava nelle aule pluriclassi delle scuole di montagna. "Tra sogno e realtà – ribadisce l’istrionico autore – per onorare le fatiche dei nostri antenati, per rispettare la Madre Terra, pure per incentivare i giovani ad investire sull’innovazione agricola. Sempre con azioni ecocompatibili e in strategie di bio economia".

 

Etica e impresa, un binomio che nel romanzo si lega a nuove forme di meccanizzazione agricola, quelle che riescono a mitigare la fatica contadina senza stravolgere i valori più sinceri della coltivazione rurale. Diego d’Incau cita vari interpreti. Tra questi Egidio Maschio, fondatore di un’azienda che con la meccanizzazione ha reso la terra meno bassa, contribuendo a sviluppare l’innovazione. Proprio come quella che auspicano i protagonisti del romanzo, gente semplice, caparbia, decisa a scommettere sulla qualità della vita senza mai slegarla dai valori più semplici e condivisi della loro comunità di Tavernaz.

 

La prefazione al romanzo è di Barbara Alberti ("un dono inatteso da non lasciarsi sfuggire") mentre la chiusura è affidata ai padri fondatori di Slow Food, Carlo Petrini e Silvio Barbero. Attuale vicepresidente Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, a Brà che scrive: un romanzo che dialoga tra passato e futuro e che può aiutare ad alzare il nostro sguardo verso questo - ancora troppo poco considerato - orizzonte.

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