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Festival dello sport, il campione del Mondo Thuram a Trento (VIDEO): ''Il razzismo? Non finirà fino a quando i giocatori bianchi stanno zitti. E' squadra che vince''

Calcio e valori, sport e impegno sociale: Thuram ha portato al Festival dello sport la sua riflessione sulle vittorie calcistiche e la testimonianza nella lotta al razzismo. Da Mandela a Pelè e Maradona, il campione francese racconta la sua carriera: "Cannavaro e Buffon sono miei fratelli e sono diventato il giocatore che ero anche grazie a loro". Il campione del mondo ha parlato anche del suo primo libro “Le mie stelle nere”

Di Federico Holneider - 07 ottobre 2021 - 16:56

TRENTO. Calcio e impegno sociale: la lotta alla discriminazione di Lilian Thuram apre il Festival dello sport. Il difensore francese, ex Parma e Juve, vincitore di un campionato del mondo con la maglia della nazionale, si è raccontato tra vicende extra campo, la sua battaglia contro il razzismo e aneddoti della sua vita da professionista.

 

L’esperienza a Parma. “Sono arrivato nel '96 - racconta - ed era estate. Ho preso una bici, perché a Parma si gira così, e sono arrivato a piazza del Duomo. Non c’era nessuno e ho avuto come l’impressione che il tempo si fosse fermato. Mi sono innamorato da subito della città, lì conservo ricordi incredibili, tra cui la nascita di due figli. 1996-2001 tra cui la coppa Uefa".

 

L’esperienza a Torino, sponda Juventus. “Ho avuto la fortuna di giocare con giocatori importanti - sottolinea il francese - lì ho imparato tanto. Ho giocato con Cannavaro e Buffon al Parma e anche alla Juve poi. In tutti i 10 anni ho avuto uno come Buffon in porta, è normale poi fare bene. Loro sono miei fratelli e sono diventato il giocatore che ero anche grazie a loro. Alla Juve, rispetto al Parma, quando vai i campo devi soltanto vincere.” 

 

Campionato del mondo 1998 e Europeo 2000: i ricordi di una nazionale multietnica imbattibile. “Vincere il mondiale è un sogno. Quando sei bambino non sogni di giocare per Psg, Juve, Milan e così via. Sono originario della Guadalupa, ma sono cresciuto in Francia e quando si gioca sogni di vincere il mondiale senza pensare che prima devi giocare per un club. In Francia - continua Thuram - la nostra vittoria ha avuto un eco incredibile, ed è stata la scusa per dire che la squadra era composta tutta da giocatori di colore. Io, che sono cresciuto in Francia, mi sono domandato perché bisognasse aspettare di vincere un mondiale per confermare una cosa così eclatante. Nello sport si può avere una nazionale cos’, ma non nelle aziende e tantomeno nella politica”.

 

I primi passi verso l’impegno sociale. “È stato un processo cominciato da bambino. Sono nato in Guadalupa e dico spesso che 'sono diventato nero' all’età di 9 anni. Arrivato a scuola a Parigi, infatti, i bambini mi hanno insultato chiamandomi 'sporco nero' e ho chiesto a mia mamma perché di quel gesto. Mia mamma mi ha dato, però, una risposta sbagliata: sono fatti così e non possono cambiare. Io invece ho cominciato a chiedermi perché mi trattassero così e ho iniziato a capire che c’era una storia. Ho letto e parlato con le persone. Nel ‘96 Le Pen chiese alla nazione come facesse ad essere contenta per la nazionale francese, in quanto non  francese perché tutti 'neri'. Lui non capisce che non c’è correlazione tra colore della pelle e nazionalità, bisogna solo essere stupido per pensarlo".

Il mondiale 2006 vinto dall’Italia. “Non ricordo (ride, ndr.). Dopo la partita ero veramente inca**ato. Camoranesi a fine partita mi dice che io lo avevo già vinto il mondiale, e dovevo essere contento per loro visto che eravamo amici. So che è una fortuna vincere il mondiale e mi hanno aiutato ad accettarlo meglio perché ero contento per loro”.

 

Parigi, Thuram invita 80 persone appena espulse dal ministro degli interni a vedere la partita contro l’Italia. “Lo ho fatto perché per me è normale. Parlando al telefono con amici ho saputo di questa cosa e per regalare un momento di felicità a queste persone, ho prenotato i biglietti. Dopo la partita esco e ci sono tanti giornalisti che mi chiedono perché avessi fatto una cosa del genere. Mi sono chiesto perché tutti quei politici mi criticassero ed è stato un momento difficile, perché ho pensato di aver sbagliato. Ma quando mi sono svegliato il giorno seguente ho detto che non è possibile che ci siano persone che non possono avere un momento di felicità perché non hanno un permesso di soggiorno. La politica è pericolosa: ti fanno credere che queste persone non siano come te, che ci siamo noi e loro e che loro non possano avere gli stessi diritti. Invece dobbiamo aiutare gli altri ad avere diritti perché sono esseri umani”.

 

Il rapporto con Pelè. “Grandissimo giocatore, ma non riesco a capire un cosa: era il giocatore più importante e mi sembra che non abbia avuto le parole giuste per cambiare la visione delle persone di colore. Non si è mai espresso contro il razzismo e questo mi da un po’ fastidio. Alcune persone non sono solo giocatori di calcio, sono molto più importanti e devono prendere la parola per aprire gli occhi a chi non capisce”.

 

Il rapporto con Maradona. “Mi piace molto perché non ha mai dimenticato la sua infanzia. Sapeva da dove veniva e ha sempre dato la voce per aiutare le persone. Da tutte le parti lo amano. Ho avuto la fortuna di incontrarlo, l’ultima volta al mondiale vinto dalla Francia. Quando lo ho visto mi ha detto 'Oh Thuram' e lì mi sono sorpreso mi riconoscesse. Lui lotta contro il potere, magari in modo sbagliato, ma mi piace quando un giocatore diventa uomo e chiede al potere di cambiare le cose”.

 

Il suo primo libro “Le mie stelle nere”. “Ho scritto questo libro perché quando ero giocatore tante volte le persone venivano per chiedermi l’autografo. Io chiedevo a loro quando fosse la prima volta che avessero sentito la storia delle persone nere. Tutti pensano solo alla schiavitù. Da li ho capito dove iniziano i pregiudizi. Ho quindi pensato che bisognasse scrivere un libro per raccontare le personalità di spicco tra le persone di colore per mettere sotto i riflettori un altro tipo di persone”.

 

La figura di Nelson Mandela. “Ho avuto la fortuna di incontrarlo due volte. La cosa che ti colpisce sono i suoi occhi, si vede che lui ama la gente. Lui è andato in galera perché chiedeva più giustizia e lottava contro la supremazia bianca. Non accettava il suo posto, ci aiuta a capire che il cambiamento avviene perché ci sono persone che lottano”.

 

Gli ululati allo stadio. “Perché? Per anni hanno detto che la persona di colore era una mancata evoluzione della scimmia. Cosa vuol dire? Che per capirlo bisogna fare un paragone con il sessismo. Negli anni hanno creato l’idea che gli uomini siano superiori alle donne. Di conseguenza bisogna educare gli uomini, altrimenti pensano che sono diversi e si sentono superiori. Stessa cosa per il razzismo, definire le persone per colori crea inevitabilmente una distinzione. Questa è la trappola della politica”.

 

I Tweet polemici di Osihmen e Koulibaly contro il razzismo. “Se Marcus (suo figlio, ndr.) fosse tornato in Italia avrebbe avuto problemi. Non ho bisogno dei tweet per saperlo. Victor parla di educazione e fa bene: bisogna educare la gente”.

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