“Mori, Mori, tu devi morire”: l’occupazione fascista di Bologna come “prova generale della rivoluzione”
A cavallo fra il maggio e il giugno 1922, dopo la grande mobilitazione ferrarese, al centro di una spettacolare azione fascista ci finisce Bologna. La ragione? Cacciare il prefetto Mori, troppo duro coi protagonisti della violenza fascista. È, come scritto dal ras Italo Balbo, una “prova generale della rivoluzione”. Prosegue, nell’anno del centenario della marcia su Roma, la rubrica “Cos’era il fascismo”

“Palazzo d’Accursio trasformato in caserma di guardie regie, carabinieri, agenti in borghese, squadroni di cavalleria. Evoluzioni di prammatica. Il viceré ha ordinato la sospensione del transito. Cordoni su 4 e 6 file. Abbiamo trovato un nuovo sistema per sfondare i cordoni. Non più l’impeto disordinato e senz’ordine della folla, ma finta pressione e manovra diversiva da una parte e contemporaneamente azione in forza dal lato opposto. Abbiamo sempre potuto sfondare. Quando si muovono squadroni a cavallo, i fascisti non devono fuggire ma restare fermi agitando fazzoletti bianchi e cappelli. I cavalli si spaventano, si inalberano e buttano giù di sella i cavalieri. Altro sistema: getto di petardi, di bombette, di racchette-razzo alle spalle degli squadroni a cavallo: esito uguale: cavalli spaventati e sfondamento matematico dei cordoni. Stamani siamo stati così in permanenza padroni della piazza” (dal diario di Italo Balbo)
TRENTO. Nell’escalation che portò alla marcia su Roma di fine ottobre 1922, l’occupazione di Bologna rappresentò di certo un momento di cruciale importanza. A pochi giorni dalla marcia di quarantamila uomini capitanati da Italo Balbo sulla vicina Ferrara, migliaia di camicie nere vennero concentrate nel capoluogo emiliano con lo scopo di ottenere la defenestrazione del prefetto Cesare Mori, considerato troppo morbido con i “partiti sovversivi”.
In realtà l’atteggiamento del prefetto (definito sprezzantemente “viceré asiatico” e “lurido questurino di Cagoia”, cioè Nitti), insediatosi in città a partire dal febbraio 1921, si distingueva da quello di molti colleghi semplicemente per la netta lotta all’illegalismo; lotta che, senza distinzioni di colori, finiva così per colpire anche i fascisti, protagonisti nel Bolognese di continue azioni contro la forte presenza delle sinistre. Alcuni dati, sotto questo profilo, restituiscono la portata dell’operato di Mori: nel primo semestre del ’21, nella provincia di sua competenza, erano state arrestate 84 camicie nere a fronte di 52 “sovversivi”, “dato” – come spiega nel suo Squadristi lo storico Mimmo Franzinelli – “in controtendenza, considerato che nello stesso periodo i fascisti imprigionati in Puglia erano solo 15 (a fronte di 191 rivoluzionari) e in Toscana 27 (contro 187)”.
Da parte sua, il prefetto non s’era mosso solo attraverso gli arresti degli autori delle violenza. “Alla fine dell’estate del 1921 – spiega ancora Franzinelli – ricevuti dal governo poteri di coordinamento regionale dell’ordine pubblico, Mori ridusse lo spazio di manovra delle bande armate, bloccando le spedizioni da altre province nelle rispettive basi di partenza. Gli ufficiali di collocamento governativi da lui costituiti tolsero ai fascisti il controllo del mercato del lavoro; inoltre il divieto d’immigrazione della manodopera stagionale precluse l’organizzazione del crumiraggio antibracciantile”.
Le conseguenze di questo operato, se ne deduce, non poterono che essere inevitabili. Una coalizione di interessi fra gli agrari, primi sostenitori dello squadrismo, le camicie nere e diversi prefetti della regione, infastiditi dalle ingerenze di Mori, portò di fatto al suo allontanamento, raggiunto in più fasi. Mentre i fascisti orchestravano una campagna denigratoria a colpi di manifesti murali e articoli di giornale – il principale quotidiano locale, Il Resto del Carlino, era diretto da Nello Quirici, iscritto al Pnf e stretto amico di Balbo – la fronda dei prefetti riuscì a ottenere dal presidente Ivanoe Bonomi la revoca dei poteri straordinari su tutta la regione.
Tale revoca, nondimeno, aveva del sorprendente: secondo Bonomi, infatti, Mori non avrebbe più dovuto svolgere il compito conferitogli su tutto il territorio regionale poiché le condizioni d’ordine pubblico risultavano ormai “notevolmente migliorate”; tutto ciò mentre l’offensiva fascista saliva di livello, mirando a rovesciare le istituzioni liberali.
Ancor prima di Bologna, come detto, nell’occhio del ciclone fascista c’era finita Ferrara. Qui, tra il 12 e il 13 maggio ’22, s’erano riuniti 40mila disoccupati inquadrati militarmente da Balbo, portatori di rivendicazioni assistenzialistiche ottenute infine tramite la minaccia del ricorso alla violenza (QUI l’articolo). “L’esperimento ferrarese, coronato dal pieno successo, funse da esempio per ulteriori mobilitazioni, contraddistinte dai seguenti elementi: limitazione degli atti di violenza, «segretezza, mobilitazione delle masse inquadrate militarmente, scioglimento degli organi del fascio e passaggio dei poteri a un comitato segreto emanato dalle squadre d’azione»”, precisa Franzinelli.
A far scattare la scintilla della mobilitazione bolognese, invece, fu la morte di un capo squadrista, protagonista del movimento in Valpadana. Celestino Cavedoni, ex capitano di Marina e aderente al Fascio sin dalle origini, aveva infatti perso la vita durante una spedizione contro i comunisti a Calderara di Reno: il 25 maggio, presentatisi armati fino ai denti alla cooperativa del paese, dove era stata indetta una riunione sindacale, i fascisti avevano ingaggiato lo scontro a colpi di bombe a mano, rubate, con la complicità dei guardiani, nella vicina polveriera di San Nicolò.
Una di queste, tuttavia, era esplosa nelle mani dello stesso Cavedoni, uccidendolo sul colpo. La reazione fascista, come al solito, fu durissima: alle ritorsioni nei confronti delle cooperative locali, s’accompagnò la falsa accusa ai sovversivi d’aver assassinato il capo squadrista. Dal canto suo, dalle informazioni ricavate dalle indagini sulla morte di Cavedoni, il prefetto Mori s’era fatto ben altra idea: lo squadrista, più che dai comunisti, era stato ucciso da un suo stesso errore. Tale conclusione del prefetto, dunque, non poté che alimentare la rabbia fascista, portando le camicie nere a definire un piano per allontanare Mori una volta per tutte.
Il 26 maggio un comitato segreto presieduto tra gli altri dal ras Leandro Arpinati e da Italo Balbo ordinava l’offensiva: la Camera del lavoro locale veniva un’altra volta occupata e devastata, così come numerosi circoli delle sinistre. Le linee telefoniche e telegrafiche vennero tagliate, il centro urbano in mano ai bivacchi fascisti, che trasformarono la centralissima via Indipendenza in un enorme accampamento con tende e giacigli di paglia.
Nei giorni seguenti, Bologna è sotto assedio. La prefettura circondata, Mori isolato – nessuno, infatti, può avvicinarsi al palazzo. A turno le camicie nere orinano sulla porta della prefettura, lanciando insulti e minacce e intonando il coro sinistro: “Mori, Mori, tu devi morire”. Mentre la città è in preda alla guerriglia, il circondario veniva travolto dalle ondate squadriste, che raggiunsero diversi paesi della zona.
Chiamato in causa per dirimere la questione, il governo finì per accontentare le richieste fasciste. Facta, da poco subentrato a Bonomi, convocava Mori a Roma per consultazioni, trasferendo pro tempore i poteri ad un’autorità militare. Al suo posto (stimato da Mussolini per la sua risolutezza, Mori diverrà celebre come prefetto in Sicilia nella lotta alla mafia), dopo pochi giorni, veniva nominato il viceprefetto di Genova Rossi, molto gradito ai fascisti. Mussolini, soddisfatto dal successo, richiamava i suoi uomini all’ordine attraverso un telegramma: “La vostra disciplina – scriveva – farà epoca nella storia italiana. Obbedendo oggi acquistate il diritto di comandare domani, per le maggiori fortune della Patria. Vi abbraccio tutti, capi e gregari”. Balbo, invece, annotava posteriormente sul diario: “E’ la prova generale della rivoluzione”.











