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Il domino delle città: dal Sud al Nord, il luglio 1922 e la presa fascista dei centri urbani

Nel luglio 1922, tra continue devastazioni di sedi socialiste e omicidi politici, lo squadrismo avanza inarrestabile mettendo a soqquadro l’intero Paese. Una dopo l’altra, le principali città italiane finiscono nelle mani delle camicie nere, che occupano i centri urbani e scacciano le giunte comunali avverse. Prosegue, nell’anno del centenario della Marcia su Roma, la rubrica “Cos’era il fascismo”

Squadra d'azione di Cremona con al centro il ras Roberto Farinacci (tratta da wikipedia)
Di Davide Leveghi - 10 luglio 2022 - 12:58

I covi della belva rossa sono stati distrutti a centinaia. Mai in Italia passò vento più purificatore e di più leonina forza. Dovunque splende e palpita il tricolore riconsacrato tra le pingui risaie nel sole di Luglio che avvampa” (dal discorso del ras piemontese Cesare De Vecchi dopo la presa di Novara, 20 luglio 1922)

 

TRENTO. Agguati, spedizioni, ritorsioni. Il “sottofondo” del luglio 1922 non si discosta tanto da un anno caratterizzato dall’escalation della violenza fascista. A rendere questo mese centrale nelle tappe che portano alla Marcia su Roma, però, v’è l’intensificarsi di un’offensiva da tempo lanciata dalla camicie nere e che trova nell’estate del ’22 un momento decisivo verso la conquista del potere: la presa delle città.

 

Tra luglio e agosto (QUI l’articolo) di quell’anno, infatti, sono svariate le importanti città a cadere sotto i colpi delle squadre d’azione: Cremona, Viterbo, Novara, Rimini, Ravenna, Milano, Ancona, Bari, Terni, Varese, i centri urbani sono invasi dai fascisti, le sedi delle opposizioni devastate, gli avversari politici malmenati e umiliati, le amministrazioni invise estromesse dalle istituzioni. Emergeva così, sempre più chiaramente, l’inadeguatezza dello Stato liberale e delle sue autorità, sfruttata a pieno dal fascismo, che capitalizzerà questa crisi alla fine d’ottobre.

 

Non è un caso che proprio a luglio il governo Facta venisse sfiduciato dalla Camera. Dimessosi nel corso del fallimentare sciopero legalitario promosso dall’Alleanza del lavoro (QUI l’articolo), il vecchio liberale piemontese si sarebbe visto affidare di nuovo dal re il compito di formare un governo. L’esecutivo, nato già morente, finirà il suo corso con il rifiuto di Vittorio Emanuele III di firmare lo stato d’assedio durante la Marcia su Roma (QUI l'articolo).

 

Ad aprire il mese di luglio, come raccontato nella precedente puntata (QUI l’articolo), vi fu la presa di Andria, unica città pugliese amministrata dalle sinistre. A guidare le azioni contro le leghe bracciantili e il Comune v’era il salentino Achille Starace, già a quel tempo ras della “Venezia Tridentina”, vecchio nome – dal sapore risorgimentale - dell’attuale Trentino-Alto Adige. In questo come in altri casi, il protagonismo dei ras, gli influenti capi locali delle camicie nere, emerse con grande evidenza, alimentando più o meno accese rivalità all’interno del Pnf.

 

L’esempio più lampante fu indubbiamente quello del molisano Roberto Farinacci, giornalista, sansepolcrista e comandante indiscusso delle squadre d’azioni cremonesi; è il 5 luglio, quando il ras in questione lanciava l’offensiva su Cremona, espugnando il municipio retto dai socialisti. Mentre in Parlamento si cercava di richiamare il governo all’azione, la città lombarda venne sconvolta dalle violenze. Le camicie nere occupavano militarmente il centro, incendiavano le abitazioni dei deputati Guido Miglioli e Giuseppe Garibotti, “colpevoli” d’aver denunciato le violenze commesse dai fascisti. Dopo uno scontro con i carabinieri, gli uomini di Farinacci arrivarono a conquistare perfino la prefettura.

 

L’assedio fascista di Cremona si concludeva solamente a metà mese, dopo due settimane di violenze. In un’aula comunale ormai svuotata dagli spaventati consiglieri antifascisti, Farinacci si auto-proclamava sindaco. A una centinaio di chilometri di distanza, intanto, un’importante città della provincia piemontese cadde in mano fascista.

 

A far scattare la scintilla per la presa di Novara fu la morte di un caposquadrista durante una rissa con dei giovani comunisti. A ribollire fu dapprima la provincia: diversi influenti ras guidano la ritorsione, da Cesare Maria De Vecchi a Cesare Forni, capo dello squadre della Lomellina. Una ventina di paesi del circondario vengono spazzati dalla brutalità delle camicie nere, che distruggono tutte le sedi di sinistra; le violenze, nondimeno, non si fermano.

 

Mentre alcune squadre proseguivano nelle scorribande in campagna, il grosso delle camicie nere converge su Novara. All’arrivo degli squadristi in città, 200 guardie regie a presidio della Camera del lavoro locale si volatilizzano, lasciando la sede dei lavoratori alla mercé della brutalità fascista. Gli uomini di De Vecchi, armi alla mano, prendono il controllo del municipio e solo il 20 luglio il ras pone fine all’occupazione, ordinando la smobilitazione delle squadre. Dal balcone del municipio, il futuro quadriumviro della Marcia su Roma saluta il nuovo commissario prefettizio, giunto da Roma per sostituire l’amministrazione dimissionaria. L’offensiva militare, a questo punto, torna a rivolgersi verso la provincia, con saccheggi e distruzioni capillari.

 

Un’ultima citazione merita infine l’occupazione di Ravenna. È il 26 luglio quando nella vertenza fra gli agrari e i barocciai (conduttori di carri per il trasporto di diversi materiali) delle Camere del lavoro socialista e repubblicana fanno capolino i sindacati fascisti. Le squadre, organizzate da Italo Balbo – già protagonista della presa di Bologna (QUI l’articolo) e Ferrara (QUI l’articolo) – circondano la città romagnola.

 

Scoppia il caos: gli scioperanti in città isolano e linciano un barocciaio fascista, scatenando la reazione delle forze dell’ordine, che sparano sulla folla. Nove scioperanti rimangono a terra morti, 24 feriti vengono portati in ospedale ma molti altri, per paura, si fanno curare clandestinamente per evitare le denunce. La città viene a questo punto presidiata dalla polizia come dalle squadre, mentre nei quartieri periferici le forze antifasciste si organizzano, armandosi e respingendo alcuni attacchi.

 

Dopo la proclamazione dello sciopero contro l’illegalismo fascista, la Romagna – come era già avvenuto nei giorni precedenti in Piemonte e nelle Marche – viene travolta dalla violenza squadristica. Una “colonna di fuoco”, guidata da Balbo, batte le province di Ravenna, Rimini e Forlì, bruciando decine di sedi e sezioni politiche e sindacali delle sinistre. Lo strumento dello sciopero legalitario, lanciato a fine mese a livello nazionale, si dimostrerà assolutamente inutile; anzi, deleterio. I fascisti, abili nel rievocare i fantasmi del “Biennio rosso”, si presentarono all’opinione pubblica italiana come i difensori dello Stato e della Nazione.

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