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Nell'estate del 1922, c'è un "agosto nero": tra devastazioni e omicidi, il fascismo all'assalto dei palazzi del potere

Nella primavera-estate del 1922, i fascisti, organizzati militarmente, danno la spallata decisiva ai movimenti d'opposizione, preparandosi alla presa del potere. Tra devastazioni di sedi delle organizzazioni di sinistra, incendi di tipografie, spedizioni punitive contro militanti nemici, le sedi municipali costrette a sciogliersi sono decine, così come i morti. Continua la rubrica "Cos'era il fascismo"

Di Davide Leveghi - 29 agosto 2021 - 18:51

Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli, potevo sprangare il Parlamento e costituire un governo, esclusivamente di fascisti. Potevo, ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto” (dal discorso alla Camera di Benito Mussolini, 16 novembre 1922)

 

Pertanto il fascismo è nella condizioni psicologica e nella condizione di fatto di un condottiero sul campo di battaglia e non può non considerare come nemico chiunque osteggi o anche non assecondi appieno l’azione sua…viceversa i dissenzienti sembrano voler considerare il fascismo come un partito qualunque col quale discutere e trattare da pari a pari…ora è evidente come questo stato di incomprensione dei non fascisti verso il fascismo possa in uno od altro momento rendere necessaria una chiarificazione tale che valga a dare un carattere di irriducibilità al significato ed agli effetti del rivolgimento nazionale” (da Il Popolo d’Italia del 20 giugno 1923)

 

TRENTO. Sciopero stroncato, violenze diffuse nelle province e nei centri urbani, devastazioni delle sedi e dei giornali delle opposizioni, pressioni sulle autorità liberali e decine di omicidi. Può essere questa la sintesi di ciò che avvenne nella penisola in quell’agosto del 1922, quando l’offensiva fascista si volgeva dall’eliminazione del nemico interno all’attacco diretto contro le istituzioni statali.

 

Eccetto la città di Parma, che si era opposta strenuamente all’arrivo di nutritissime colonne fasciste, riuscendo perfino a scacciarle (QUI l’articolo), il bollettino delle violenze rovesciate sul Paese da parte del braccio armato del Pnf nel mese centrale dell’estate ’22 dimostra quanto l’offensiva verso la presa del potere avesse subito un’accelerazione. Il contesto in cui si muovono i principali attori di questa tragedia è quello di forze antifasciste divise, scoraggiate e sfilacciate, oltre che di un governo centrale debole e impotente.

 

L’1 agosto, infatti, Luigi Facta ha assunto nuovamente il compito di guidare un governo. Sfiduciato il mese prima di fronte alla palese incapacità di gestire l’ordine pubblico, il politico giolittiano riceveva dal re l’incarico di dar vita ad un nuovo esecutivo dopo che tale missione era stata fallita rispettivamente nell’ordine da Orlando, Bonomi, De Nicola, Meda e De Nava. Da subito, il Facta II avrebbe dovuto occuparsi di una “patata bollente”: alla proclamazione dello sciopero contro l’illegalismo fascista da parte dell’Alleanza del lavoro, coalizione di forze della sinistra, il partito nazionale fascista aveva risposto avocandosi il diritto di stroncarlo. Agitando lo spettro del ritorno del Biennio rosso, si era così dichiarato difensore della Nazione. Una Nazione da difendere con l’ampio ricorso alle armi e alle violenza.

 

I mesi precedenti, d’altronde, già si erano colorati di tinte alquanto oscure. L’impunità verso le violenze fasciste era diventata pressoché totale, tanto che le spedizioni venivano effettuate con l’utilizzo massiccio dei mezzi pubblici, in cui i fascisti salivano senza pagare il biglietto e malmenando i ferrovieri, tradizionalmente schierati a sinistra. La macchina bellica fascista, inquadrata nel novembre del ’21 nel partito-milizia, si muoveva liberamente e sfacciatamente, imponendosi sempre più come l’incontrastato dominus della politica nazionale.

 

Per meglio comprendere gli aspetti qualitativi, oltre che quantitativi, di questa escalation, è bene quindi illustrare la cronaca delle violenze che spazzarono il Paese nell’agosto del 1922, cominciando proprio dalle prime ritorsioni contro lo sciopero. Alla proclamazione, i fascisti hanno già organizzato dei servizi di crumiraggio in grado di sostituire gli aderenti, anche nel settore pubblico. A Livorno, Firenze e Siena, ancora il giorno 1 gli squadristi devastano tipografie e circoli socialisti. Ad ogni reazione da parte dei militanti delle sinistre, segue una ritorsione, come avvenuto a Vigevano, dove al ferimento di uno squadrista in un assalto alle sedi socialiste, si risponde con la devastazione della Camera del lavoro.

 

Oltre al fuoco, che avvolge e devasta le centrali delle opposizioni, c’è il piombo. Ancora il giorno 2, negli assalti ai municipi amministrati da forze d’opposizione si lasciano sul terreno decine di morti, tra i lavoratori e perfino tra i rappresentanti pubblici eletti. Così avviene a Livorno e ad Ancona. Ferrovieri, sindacalisti, edili, vengono raggiunti dalle bastonature, da Vicenza a Novi Ligure, da Imola ad Osimo.

 

Nel giorno della cessazione dello sciopero, decisa dai dirigenti socialisti non senza ulteriori malumori tra le forze della sinistra (QUI l’articolo), diverse sedi municipali sono occupate dai fascisti, le giunte costrette a sciogliersi. Ciò avviene a Milano, Livorno, Pesaro, Varese, Pistoia. Incendi, assalti e devastazioni ai circoli operai e alle Camere del lavoro punteggiano un Paese in preda alla violenza nera. Nonostante la fine dello sciopero, l’offensiva squadristica prosegue. Il giorno 4, anche le giunte comunali di Alessandria, Firenze, Gallarate, Savona e Voghera sono costrette a dimettersi.

 

Mentre a Parma la popolazione resiste all’assalto fascista, altre città cadono in mano delle squadre. Il 5 agosto palazzo San Giorgio, sede del Comune di Genova, viene occupata dai fascisti provenienti dalla vicina Alessandria. La sede dell’Avanti!, a Milano, è devastata per l’ennesima volta, mentre a Mestre, Bologna, Verona e Vigevano le amministrazioni socialiste o comuniste sono costrette a dimettersi.

 

Michele Bianchi, segretario del Pnf, il 7 agosto ordina la smobilitazione militare. “Piegati gli scioperi – spiega lo storico Mimmo Franzinelli in Squadristi – le Federazioni provinciali, previo accertamento della distruzione delle forze avversarie, faranno rientrare le squadre d’azione”. Le violenze, però, non finiscono. Su richiesta dello squadrista Giuseppe Caradonna, capo delle squadre d’azione pugliesi, la città di Bari viene occupata dall’esercito. La torpediniera Orione punta i cannoni sulla città vecchia, in cui si sono asserragliati i socialisti. Battaglioni dotati di mitragliatrici ed autoblindo occupano la Camera del lavoro, arrestando i dirigenti locali dell’Alleanza del lavoro.

 

L’Italia centro-settentrionale è percorsa dalle violenze. A Mortizza, nel Piacentino, l’uccisione del segretario del fascio locale provoca una grande concentrazione di fascisti, che devastano le proprietà dei sovversivi. Non si risparmiano nemmeno le case e le fattorie, e la violenza raggiunge anche i deputati. Il socialista Armando Bussi, poi partigiano catturato e ucciso nell’eccidio delle Fosse Ardeatine, viene bastonato.

 

L’offensiva, di fronte alle sacche di resistenza, riprende forza, coordinata dalle autorità centrali del Pnf. Si agisce militarmente, le azioni contro i municipi “sovversivi” sono condotte capillarmente, gli agguati pure, lasciando sul terreno decine e decine di morti. Cadono a decine anche le amministrazioni socialiste; dopo numerosi piccoli centri, il giorno 16 è il turno di quella di Piacenza.

 

Oltre alle sedi e alle organizzazioni antifasciste, anche sui giornali non si lesinano i soprusi. In Piemonte si dà fuoco ai pacchi del quotidiano La Stampa, dopo la pubblicazioni di alcuni articoli di matrice antifascista. Gli edicolanti smettono di ritirarli per paura di ritorsioni. Mentre sedi locali e nazionali vengono incendiate e devastate, in Emilia si impone perfino il bando sulla distribuzione dei giornali l’Avanti!, La Giustizia, Ordine nuovo, Umanità nova, La voce repubblicana, Il Paese, Il Mondo, l’Asino.

 

Gli ultimi giorni del mese non danno alcun segno di flessione. A Treviso, dopo l’uccisione del segretario del fascio di Castelfranco, l’onorevole Giuriati guida le violenze squadristiche contro i repubblicani, costretti dopo una settimana a firmare una resa. A Varese, il municipio viene occupato e il sindaco socialista Luigi Cova costretto a dichiarare sotto violenza lo scioglimento della sua amministrazione. L’assalto con le armi ai municipi amministrati dalle forze di sinistra avviene anche con l’avallo e il sostegno delle forze dell’ordine, come a Cormons, nel Goriziano, o a Salussola, nel Biellese.

 

Il giorno 29, il deputato socialista Giacomo Matteotti, in vacanza con la famiglia a Varazze, è costretto a fuggire sotto l’intimazione fascista: o se ne va spontaneamente o ci penseranno gli squadristi. Tra fischi e insulti, il segretario del Partito socialista unitario è obbligato a salire sul treno, scortato fino alla stazione (ne abbiamo parlato in questo articolo – QUI).

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