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Giacomo Matteotti, un corpo martoriato: dalle aggressioni in vita al ritrovamento nel bosco alle porte di Roma

Il 16 agosto 1924, dopo due mesi dalla scomparsa, il corpo del deputato Giacomo Matteotti viene ritrovato in un bosco alle porte di Roma. Ricomposto e identificato, prende la strada di Fratta Polesine, fra il cordoglio dei lavoratori e la richiesta della moglie di non vedere alcuna camicia nera. Fu l’ultima tappa di una storia di violenza, commessa dai fascisti sul corpo del socialista polesano. Continua la rubrica “Cos’era il fascismo”

Di Davide Leveghi - 15 agosto 2021 - 12:05

Ma i vari Turati e Modigliani e simili Matteotti sono pregati di ricomporsi nel silenzio dei trapassati, perché il fascismo comincia ad essere ripreso da una strana nostalgia degli anni passati” (da Il Popolo d’Italia del 27 maggio 1923)

 

Poiché non si fucilarono allora poche dozzine di furfanti – e la cosa non avrebbe fatto impressione di sorta – le carogne come le vipere si riscaldano al sole della generosità fascista. Il governo fascista quando è l’ora, applica tutti i sacramenti della più ortodossa legalità le necessarie chirurgie” (da Il Popolo d’Italia del 19 agosto 1923)

 

TRENTO. Era la mattina del 16 agosto 1924, quando il cane di un brigadiere dei carabinieri in licenza fiutò qualcosa in un bosco del Comune di Riano, alle porte di Roma. Al suo arrivo, l’appuntato Ovidio Caratelli si trovò di fronte ad uno spettacolo orrendo: un corpo, ormai in decomposizione, era stato sepolto alla bell’e meglio. Per il suo riconoscimento sarebbe risultata necessaria una perizia odontoiatrica, decisiva nel determinare di chi fosse quel cadavere: del deputato socialista Giacomo Matteotti, scomparso e assassinato il 10 giugno di quello stesso anno.

 

La sparizione di Matteotti aveva scosso non poco il Paese. Il presidente del Consiglio Benito Mussolini, sottoposto alle pressioni provenienti da diversi settori dell’opinione pubblica, si era visto costretto a prendere delle misure straordinarie (QUI l’articolo): si era dimesso dal ruolo di Ministro degli Interni, compito affidato al nazionalista Luigi Federzoni, figura molto vicina al re Vittorio Emanuele. Ma non solo. Aveva licenziato il braccio destro Cesare Rossi, il questore di Roma Bertini, il sottosegretario agli Interni Finzi e il capo della polizia De Bono.

 

Cadute le teste più importanti, era stato il turno dei membri della Ceka fascista (QUI l’articolo), la squadra di picchiatori e delinquenti costituita proprio per colpire i più accaniti oppositori – Dumini e Volpi, dal canto loro, non disdegnarono di ricattare Mussolini con la minaccia di vuotare il sacco. Il direttore del Corriere italiano Filippo Filippelli, che aveva noleggiato la Lancia su cui fu caricato Matteotti in Lungotevere Arnaldo da Brescia, venne arrestato, mentre Rossi e il segretario amministrativo del Pnf Giovanni Marinelli, latitanti per qualche giorno, si consegnarono direttamente ai secondini di Regina Coeli.

 

Passeranno mesi difficili, in cui il governo guidato da Mussolini si vide tirato per la giacchetta da una parte da chi gridava all’ordine, scandalizzato dall’uccisione di uno dei più eminenti esponenti del Parlamento, dall’altra dagli squadristi, che spingevano affinché si assestasse il colpo decisivo alle opposizione e al regime liberale – non era la prima volta, d’altronde, che questo accadeva (QUI un approfondimento sul “Patto di pacificazione” coi socialisti del ’21 e QUI sulla stroncatura dello sciopero legalitario del ’22). Così avvenne, al principio dell’anno 1925.

 

Il ritrovamento di quel corpo nella macchia di Quartarella fu pertanto la conclusione di quelle settimane d’angoscia, in cui del deputato socialista polesano non si trovava traccia. Fu, peraltro, l’esito più tremendamente scontato. Anche in vita, del resto, il corpo di Matteotti era stato oggetto della violenza e degli abusi fascisti. Il 18 gennaio del 1921, giunto a Ferrara per assumere la direzione della Camera del lavoro, il deputato socialista veniva assediato dalle camicie nere, riportando qualche lieve ferita. Peggio era andata nel marzo di quello stesso anno, quando, recatosi a Castelguglielmo – sempre nel Polesine – per un comizio, il segretario del Partito socialista unitario cadeva nelle mani di una squadra d’azione. Trasportato su un camion verso Fratta Polesine, sua città natale, veniva rilasciato solamente dopo qualche ora, seviziato ed umiliato.

 

Anche la famiglia di Matteotti non fu esente da un trattamento brutale. Il 29 agosto 1922 la loro villeggiatura a Varazze, nel Savonese, venne interrotta con le minacce. Di fronte all’alternativa fra l’andarsene immediatamente e l’essere espulsi con la violenza, i Matteotti decisero di raggiungere la stazione dei treni, dove vennero accolti con fischi e motteggi.

 

Mezzo decomposto, imputridito e lacero, nella calura di agosto il corpo del deputato socialista venne ricomposto e trasferito a Riano, dove nel tardo pomeriggio fu identificato da parte dei cognati, sopraggiunti sul posto. La certezza su a chi appartenesse, come detto, venne però da una perizia odontoiatrica. Fra gli esponenti del governo, a quel punto, serpeggiò il timore di disordini, tanto che il ministro Federzoni, su ordine di Mussolini, apparecchiò un treno affinché il corpo venisse trasferito nel paese natale, Fratta Polesine.

 

Il 20 agosto, il treno con a bordo la salma di Giacomo Matteotti lasciava la stazione di Monterotondo in direzione del Polesine. Lungo il tragitto, migliaia di persone, con il cappello in mano, la testa chinata e in rigoroso silenzio, omaggiarono quel coraggioso antifascista, ucciso dalla barbarie fascista ma soprattutto impegnato per tutta la sua breve vita a combattere in favore delle masse contadine.

 

Sul Corriere della Sera, intanto, era stata pubblicata una lettera inviata dalla moglie Velia Titta Matteotti al ministro Federzoni, in cui si avanzava una precisa richiesta: di scorta al treno, così come nelle esequie, non ci dovevano essere camicie nere di alcuna sorta. “Chiedo che nessuna rappresentanza della Milizia fascista sia di scorta al treno – pregava – nessun milite fascista di qualunque grado o carica comparisca, nemmeno sotto forma di funzionario di servizio. Chiedo che nessuna camicia nera si mostri davanti al feretro e ai miei occhi durante tutto il viaggio, né a Fratta Polesine, fino a tanto che la salma sarà sepolta”.

 

Sepolto nel cimitero di Fratta Polesine, dopo delle affollate esequie, Matteotti venne raggiunto dalla moglie malata a quasi quindici anni di distanza, nel 1938. Il suo nome venne invocato dal comunista Giovanni Corvi il 12 settembre 1924, quando a Roma al grido di “vendetta” venne assassinato il deputato fascista Armando Casalini. Anni dopo, avrebbe accompagnato le brigate partigiane socialiste. E, infine, avrebbe impreziosito vie e piazze di tutta Italia dopo la fine della folle guerra voluta dal fascismo.

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