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Un “drappo nero” sull’era liberale: dall’omicidio Matteotti “nasce” il regime fascista, tra la commozione del Paese e gli intrighi dei colpevoli

Continua il racconto del contesto e dei responsabili dell’omicidio Matteotti (10 giugno 1924), con cui il governo fascista vacillò, decidendosi poi per l’instaurazione del regime. Tra le manifestazioni di cordoglio nel Paese (tra cui quella a Trento della vedova di Battisti), i processi farsa e le pressioni provenienti da più parti, l’era liberale viene finita sotto i colpi dell’illegalismo. Ecco un nuovo capitolo della rubrica de il Dolomiti “Cos’era il fascismo”

Di Davide Leveghi - 10 giugno 2021 - 09:42

TRENTO. Il 10 giugno 1924, Giacomo Matteotti veniva sequestrato ed ucciso dagli uomini della "Ceka fascista". A seguito dell’arresto dei responsabili (QUI la prima parte) – poi giudicati colpevoli in sede giudiziaria, anche se di lì a breve scarcerati – nel governo di Mussolini le scosse di terremoto si fecero sentire sin da subito. Il capo del governo, per eliminare qualsiasi sospetto su di sé, impose le immediate dimissioni al suo braccio destro Cesare Rossi, al questore di Roma Cesare Bertini, al sottosegretario agli Interni Aldo Finzi e al capo della polizia Emilio De Bono. Allo stesso tempo, affidò le proprie competenze di ministro degli Interni al nazionalista Luigi Federzoni.

 

Il 17 giugno, mentre si stava cercando di imbarcare su una nave nel porto di Genova, il direttore del Corriere italiano Filippo Filippelli, colui che s’era procurato la Lancia Lambda utilizzata nel sequestro, venne arrestato. Latitante per qualche giorno, Rossi si sarebbe invece consegnato direttamente ai carcerieri di Regina Coeli, così come il segretario amministrativo del Pnf Giovanni Marinelli.

 

Passeranno due mesi per il ritrovamento del corpo. Nella mattinata del 16 agosto 1924, il cane di un carabiniere in licenza scova un corpo in un bosco del Comune di Riano. Dalle identificazioni successive, emerge che si tratta del deputato Giacomo Matteotti. Per evitare disordini, si fa inviare la salma a Fratta Polesine. Lungo il tragitto sono migliaia le persone che rendono omaggio a quello che si sarebbe convertito in uno dei principali martiri dell’antifascismo.

 

Le esequie si tengono nel piccolo Comune natale, nel Polesine, ma le manifestazioni di cordoglio sono diffuse in tutto il Paese. Nella Venezia Tridentinada cui il nonno di Matteotti, originario di Comasine, in Val di Peio, proveniva – in occasione di una manifestazione fascista, tesa a intimidire ogni possibile raduno socialista, la moglie di Cesare Battisti Ernesta Bittanti si recò sulla tomba del marito, coprendola con un drappo nero.

 

Il gesto era finalizzato ad impedire ogni possibile strumentalizzazione fascista, accostando idealmente la figura del socialista trentino a quella dell’onorevole Matteotti. Per le vie della città di Trento, nonostante l’avversione delle forze dell’ordine, il 27 giugno sfilò un corteo socialista, inneggiante proprio ai due “martiri socialisti”: “Evviva Battisti, evviva Matteotti, ed evviva l’Italia Libera” (Fabrizio Rasera). Nondimeno, l’omicidio fu anche causa di ulteriore spargimento di sangue: il 12 settembre 1924, a quasi un mese dal ritrovamento del corpo, il carpentiere comunista Giovanni Corvi uccise il deputato fascista Armando Casalini al grido “Vendetta per Matteotti!”.

 

A Roma, alle richieste dei colleghi di partito il governo rispose con parole vuote. E mentre si dava avvio alle indagini, poi concluse con un processo dalle condanne irrisorie, i deputati dell’opposizione decisero di disertare i lavori dell’aula fino a quanto non si fosse intavolato il processo ai danni dei responsabili. L’atto, passato alla storia come la "Secessione dell’Aventino", al di là degli antichi richiami alla storia romana non ebbe alcun riscontro. Il re, infatti, da parte sua si dichiarò “cieco e sordo” di fronte alle pesanti accuse e Mussolini e i fascisti ne approfittarono per accelerare la conversione in regime. Le Camere, intanto, venivano sciolte dal governo per l’estate.

 

La vita dell’Italia liberale finiva così con un’opposizione parlamentare prostrata, divisa e latitante, mentre le forti pressioni sul regime – esercitate da una parte dall’opinione pubblica e dagli alleati liberali e dall’altra dai settori più intransigenti del fascismo – convinsero i vertici del partito ad infondere il giro di vite alle libertà e ai diritti. Il 3 gennaio 1925 il presidente del Consiglio pronunciava il famoso discorso in cui si assumeva “al cospetto di tutto il popolo italiano” la “responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto” (QUI un approfondimento). Nel novembre del 1926, in un anno “costellato” dai falliti attentati contro Mussolini, tutti i partiti ad eccezione del Pnf venivano banditi.

 

Sul fronte processuale, la “giustizia” assunse presto le forme della farsa. In quella che fu un’esemplare manifestazione della “giustizia di regime”, dopo lo spostamento del procedimento a Chieti – giustificato dalla Cassazione con “gravi motivi di sicurezza pubblica” – nel marzo del ’26 la Corte d’assise condannò per omicidio preterintenzionale Dumini, Poveromo e Volpi a 5 anni, 11 mesi e 20 giorni di reclusione. A maggio, però, i tre si trovavano già a piede libero, salvati grazie all’amnistia dei reati politici decisa dal governo – nel secondo dopoguerra fu istituito un altro processo, con cui i tre vennero condannati all’ergastolo.

 

Detentori della verità sull’omicidio, Dumini, Volpi, Rossi e Filippelli giocarono le proprie carte, non disdegnando di ricattare Mussolini in persona. Il capo della Ceka fascista, ogniqualvolta finisce nei guai, non troppo velatamente fa intendere di avere informazioni compromettenti. E così, Dumini riesce a uscire più volte di prigione, anche quando si trova nelle colonie africane, dove è stato confinato. A Volpi, invece, si riconducono oscure responsabilità in una delle pagine meno chiare di quegli anni, l’attentato dell’ottobre 1926 a Bologna, per cui fu linciato sul posto il piccolo Anteo Zamboni, di soli 15 anni.

 

Mal digerito il ruolo di capro espiatorio, da pezzo grosso del partito Cesare Rossi cadrà in breve tempo in rovina. Scarcerato, riparò in Francia nel timore di ritorsioni, dopo che nel dicembre 1924 aveva consegnato al quotidiano liberale Il Mondo - fondato da un altro strenuo oppositore del fascismo, Giovanni Amendola – il suo memoriale sull’omicidio. Nel documento, Mussolini veniva indicato come mandante.

 

Stessa accusa veniva ribadita sulla rivista antifascista fiorentina Non mollare, a firma di Filippelli. Accanto al capo del governo, il giornalista incolpava per l’omicidio anche Emilio De Bono, Dumini e l’amico Rossi. La sua vita si concluderà agli albori dei Sessanta, dopo anni di marginalizzazione, espedienti e fallimenti professionali.

 

Lo squadrismo (inquadrato dal principio del ’23 nella Milizia volontaria per la sicurezza nazionale), agevolatore della vittoria elettorale del ’24, determinò la più profonda crisi del fascismo ma al tempo stesso ne garantì la sopravvivenza. Una sopravvivenza che non si poté che ottenere se non in virtù di ulteriore violenza e di un passo in avanti nella creazione della dittatura. “Il discorso tenuto alla Camera il 3 gennaio 1925 – scrive lo storico Mimmo Franzinelli – era doppiamente correlato allo squadrismo: da un lato ne recepiva i postulati antidemocratici e colpiva conseguentemente le opposizioni, dall’altra avviava un percorso autoritario imperniato sull’utilizzo dell’apparato statale (prefetture, polizia, carabinieri) in alternativa all’opzione squadristica”.

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