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L’antifascismo è stroncato, il fascismo pronto a prendere il potere: la repressione dello sciopero legalitario dell’agosto 1922

Il 31 luglio 1922, l’Alleanza del lavoro, coalizione di sindacati antifascisti, proclama lo sciopero contro il dilagante illegalismo fascista. La risposta del partito-milizia, nato nel novembre del ’21, è brutale. Si devastano le sedi delle organizzazioni di sinistra, tra l’impunità totale e la passività del governo. Il fascismo, tolto dal campo il nemico social-comunista, si prepara così a rivolgersi contro le istituzioni liberali, avviandosi verso la presa del potere. Continua la rubrica “Cos’era il fascismo”

Di Davide Leveghi - 08 agosto 2021 - 11:41

Noi domandiamo questo soltanto: di avere libero il campo per lottare, per vivere, per soffrire, per vincere; meglio: per trionfare. E trionferemo! Poi che da qui non si passa. Poi che da qui non si può passare. E non si passerà. Non si passerà, diciamo. È bestiale. È cretino. È idiota, superlativamente idiota. Lo sciopero odierno non ha senso. Non ha giustificazione. Cosa si vuole, e cosa si mira con esso? Diamo la parola ai socialisti. Ma i socialisti sono assenti e non parlano. Gli organizzatori scappano (vigliacchi) – i segretari amministrativi scappano (vigliacchi e furbi!) – i deputati si chiudono a Montecitorio, e bivaccano lì, fifiano lì! Proletari, lo ‘spettacolo’ è per voi ed è tutto ‘vostro’. Tutto! Godetevelo. E plaudite…ai pastori. Ai redentori. Ai pensatori. Ai poeti” (Benito Mussolini, da Il Popolo d’Italia del 2 agosto 1922)

 

TRENTO. Di fronte al persistere dell’illegalismo fascista, il 31 luglio 1922 l’Alleanza del lavoro, coalizione di organizzazioni e sindacati proletari, proclamava lo sciopero. L’ennesimo governo, guidato dal liberale Luigi Facta, era da poco capitolato, sfiduciato in virtù dei ripetuti fallimenti nella gestione dell’ordine pubblico; nonostante ciò, il re Vittorio Emanuele – dopo cinque vani tentativi - non aveva potuto che riaffidargli il compito di dar vita ad un nuovo esecutivo, nato già fortemente indebolito.

 

Il movimento fascista, inquadrato in partito – con tanto di frange militari organizzate nella Milizia – nel novembre precedente, si ergeva a quel punto a difensore della Nazione contro l’incubo di un ritorno al Biennio rosso. Lo spauracchio del sovversivismo rosso e l’adesione allo sciopero anche dei lavoratori del settore pubblico spinsero pertanto la stampa liberale e ampi settori dei ceti medi ad assecondare lo squadrismo. Ogni violenza, scatenata in quei travagliati giorni d’agosto, passati alla storia come una vera e propria “Caporetto socialista”, rimase così impunita.

 

La cronaca del momento registrò continue violenze ai danni di militanti e sedi delle organizzazioni antifasciste. È un’offensiva massiccia e brutale, quella a cui si assistette nei primi d’agosto del ’22, che non risparmia niente e nessuno, spazzando via ogni resistenza e imponendo agli occhi del Paese il partito-milizia come braccio armato dello Stato. Solamente a Parma la repressione dello sciopero legalitario troverà una compatta opposizione capace di respingere i fascisti.

 

A quarantott’ore dalla proclamazione dello sciopero, l’Alleanza del lavoro si trovò costretta a revocarlo. Cooperative, sedi di giornali e Camere del lavoro in tutto il Paese vengono devastate e date alle fiamme, diverse amministrazioni socialiste forzate a sciogliersi. Fu, di fatto – come scrive lo storico Mimmo Franzinelli – l’offensiva decisiva per sgomberare il campo dal nemico social-comunista, prima di rivolgersi direttamente, nella scalata verso la presa del potere, contro le strutture liberali.

 

Agli occhi dell’opinione pubblica borghese, le squadre fasciste furono l’unica forza in grado di opporsi al paventato ritorno del massimalismo – reso impossibile, in realtà, dalle feroci lotte intestine all’interno della sinistra. La violenza scatenata contro gli scioperanti ottenne quindi il plauso della classe padronale e dei ceti borghesi che, come brillantemente osservato da don Luigi Sturzo, “non vedevano il pericolo né l’illegalità del metodo di violenza”, ma “vedevano solo il rafforzamento della propria parte, che confondevano con lo Stato”.

 

Lo scenario successivo allo sciopero legalitario, pertanto, raccontava da una parte lo scollegamento delle forze di sinistra dalla realtà – i socialisti diramarono un comunicato per il rilancio dell’Alleanza del lavoro, i comunisti criticarono la revoca dello sciopero – dall’altra il dominio incontrastato della scena pubblica da parte dei fascisti, come testimoniato dall’utilizzo impunito dei mezzi pubblici. Treni, tram e pullman venivano infatti utilizzati dagli squadristi in pieno giorno, in massa e senza il pagamento dei biglietti, con il personale di viaggio – tradizionalmente socialista – sottoposto a costanti minacce ed angherie.

 

La reazione del governo Facta alle violenze scatenate in quei giorni fu sostanzialmente nulla. Le forze dell’ordine lasciarono campo libero ai fascisti, i ministri dei Trasporti e degli Interni non mossero un dito a favore delle categorie di lavoratori più colpite dall’ondata di violenze squadristiche. La nascita del partito-milizia, in cui le spinte centrifughe del fascismo più intransigente erano state assorbite (QUI un approfondimento), si dimostrava essere il passo decisivo verso la sostituzione del movimento alle deboli e apatiche istituzioni liberali.

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