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Nell'occhio del ciclone: fra omicidi impuniti e boicottaggi dei lavoratori, Matteotti racconta la conquista fascista di Molinella

Giacomo Matteotti, ritrovato morto il 16 agosto ’24, da deputato s’era distinto per la denuncia costante dei crimini fascisti. Grande attenzione aveva dedicato a un paese divenuto simbolo della resistenza allo squadrismo, il feudo del sindacalismo socialista di Molinella. Qui le camicie nere non lesinarono la forza, dagli esordi del movimento ai primi anni di dittatura. Prosegue “Cos’era il fascismo”

Foto tratta dal web
Di Davide Leveghi - 14 August 2022 - 12:04

TRENTO. Il 16 agosto 1924, in un bosco poco fuori Roma, venne trovato in stato di putrefazione il corpo di Giacomo Matteotti (QUI l’articolo). Il suo sequestro, avvenuto il 10 giugno (QUI l’articolo), aveva scosso non poco il Paese, mettendo a serio rischio la tenuta del governo Mussolini (QUI l’articolo). L’ala dura del fascismo, rispetto all’anima più moderata presente nel partito, aveva colto l’occasione per chiedere il definitivo repulisti: il Paese andava epurato da ogni opposizione, la via per la costruzione dell’italiano nuovo promesso dal fascismo doveva passare dalla dittatura (QUI un esempio).

 

Stretto da più parti, fra gli intransigenti che spingevano per l’escalation e i fiancheggiatori spaventati dalla brutalità, Benito Mussolini decideva di portare il Paese verso un maggior ordine, dando avvio con il discorso del 3 gennaio ’25 all’edificazione della dittatura – discorso in cui si assunse pubblicamente la responsabilità dell’omicidio del capo del socialismo riformista (QUI l'articolo). Il suo atteggiamento verso lo squadrismo si muoveva da tempo sulla corda del funambolo: mentre invitava alla normalizzazione, con l’inglobamento delle squadre nella Milizia volontaria per la sicurezza della patria (QUI l’articolo), dall’altra capitalizzava gli eccessi, aumentando l’assuefazione alla violenza e il terrore degli oppositori, reali o potenziali.

 

Contro l’impunità dello squadrismo, da parte sua Giacomo Matteotti si era speso non poco. In veste di deputato, più volte vittima delle minacce e delle violenze fasciste, s’era opposto sin dai primordi alla montante brutalità delle squadre d’azione, denunciandole apertamente in Parlamento. Durante il primo anno di governo Mussolini, abuso su abuso, sopruso su sopruso, aveva compilato un report poi distribuito clandestinamente con il titolo di Un anno di dominazione fascista.

 

Qui, oltre alla fitta e rigorosa cronaca delle violenze, degli atti di governo e delle speculazioni fasciste, aveva dedicato un intero capitolo a un paese simbolo delle lotte socialiste: Molinella. “La conquista di Molinella” dava conto infatti dei passaggi decisivi che dal 1922 in poi avevano messo in ginocchio una delle realtà più importanti del movimento operaio e bracciantile. Una realtà che, grazie anche a figure illustri del sindacalismo come il sindaco Giuseppe Massarenti, fu non a caso attaccata con incredibile ferocia da parte delle squadre bolognesi e ferraresi.

 

Situato a una quarantina di chilometri da Bologna, Molinella – paese di circa 12mila abitanti – fu oggetto privilegiato della violenza squadristica. La sua importanza per il movimento sindacale ne aveva fatto un bersaglio fondamentale per le camicie nere, che sin dai primordi dello squadrismo agrario concentrarono sul Bolognese molti dei propri sforzi. Non è un caso che proprio in questo contesto si facessero strada alcuni fra i più brutali ras, da Gino Baroncini a Augusto Regazzi.

 

Se il primo – influente protagonista del fascismo bolognese – si distinse per la guida della grande spedizione punitiva del 13 ottobre 1922, condotta proprio contro Molinella e la sua rete di cooperative e sedi dei partiti antifascisti, d’altra parte il fascismo locale non può essere compreso senza la figura di Regazzi. Fondatore del fascio di Molinella, proveniente da una famiglia di agrari, questi si mostrò come uno dei più temibili e attivi squadristi emiliani, sempre pronto a menare le mani e per questo più volte ferito negli scontri.

 

Padrone assoluto del fascismo molinellese, il nome di Regazzi si lega indissolubilmente ai fatti dell’agosto ’23, quando a capo di una grande spedizione contro il sindacalismo locale penetrò in casa di una famiglia di mezzadri, uccidendo a sangue freddo il 26enne Pietro Marani. L’episodio, ben presto insabbiato grazie agli influenti protettori del ras, su tutti Roberto Farinacci e Dino Grandi, divenne un caso ai tempi del delitto Matteotti, costringendo Regazzi – su cui da tempo spiccava un mandato di cattura – a costituirsi.

 

Assolto con tutti i suoi complici nel processo celebrato a inizio ’25, Regazzi poté tornare a Molinella, trasformando la località del Bolognese in un vero e proprio feudo personale. Qui vi rimase fino al 1928, quando la rivalità personale con un altro influente capo dello squadrismo bolognese, Leandro Arpinati, ne decretò la rovina. Esonerato dalla guida del fascio locale, passerà del tempo in carcere e in manicomio, prima di essere nuovamente reintegrato nel partito (1935) e affiancato al vecchio camerata Arconovaldo Bonaccorsi nella conquista franchista delle isole Baleari (QUI un approfondimento).

 

Intrecciata a alcune significative vicende personali, la storia di Molinella dal primo dopoguerra in poi fu profondamente mutata dall’apparire e dal montare del fascismo. Luogo simbolo, come detto, del sindacalismo socialista, dal 1921 fu travolta da diverse ondate squadristiche che progressivamente e con grande violenza - ma con altrettanta fatica - ne fiaccarono la resistenza. Momento iconico fu la spedizione in grande stile del 12 giugno di quell’anno, con cui le squadre d’azione ferraresi occuparono la cittadina, devastarono la cooperativa di consumo e le sedi dei partiti di sinistra e soprattutto costrinsero all’allontanamento il sindaco Massarenti, al cui nome s’era legato lo sviluppo delle organizzazioni sindacali e della città stessa.

 

Presidiata di concerto da fascisti e forze dell’ordine in occasione della repressione dello sciopero legalitario nei primi giorni d’agosto del ’22 (QUI l’articolo), Molinella continuò a cavallo della marcia su Roma a essere oggetto delle attenzioni dello squadrismo. Dopo un’ulteriore occupazione – operata con la connivenza dei carabinieri - il 14 settembre, il 13 ottobre la cittadina fu sconvolta da gravi scontri fra socialisti e fascisti, scoppiati a causa del boicottaggio del reclutamento della manodopera decretato dal Fascio e dagli agrari e culminati con l’incendio dell’ufficio comunale di collocamento dei braccianti da parte delle camicie nere guidate da Baroncini.

 

Il 30 ottobre, a poche ore dall’affidamento a Mussolini dell’incarico di formare un governo, Molinella e il circondario furono un’altra volta vittime della furia fascista, con l’incendio di sedi sindacali e politiche delle sinistre. Ma le violenze, con i fascisti al potere, non si fermarono. Scrive lo storico Matteo Millan in Squadrismo e squadristi nella dittatura fascista: “Durante la vigilia, le squadre avevano trovato nelle campagne il loro principale teatro d’azione. Nonostante la violenza con cui le organizzazioni dei lavoratori erano state investite, all’indomani della marcia e dell’assunzione del governo permanevano marginali ma importanti enclave non sottoposte al dominio fascista. In alcune aree della pianura padana la ‘resistenza delle organizzazioni rosse’ è percepita come un vero e proprio ‘scandalo’. Emblematico è il caso di Molinella (Bologna): la ‘tirannide rossa’, per dirla con Mario Missiroli”.

 

Questa situazione è dettagliatamente raccontata da Matteotti nel capitolo sopra citato di Un anno di dominazione fascista. Fascio locale ed agrari, dal settembre ’22, diedero avvio a un’azione volta a picconare tutte le conquiste sindacali: tutti gli accordi a cui erano vincolati i datori di lavoro vennero boicottati, i lavoratori locali costretti alla disoccupazione e sostituiti da crumiri giunti dalle zone e dalle regioni limitrofe.

 

Attaccate, devastate e sostituite con i sindacati fascisti, le sedi delle organizzazioni sindacali finiscono sotto il controllo del Fascio locale, mentre capilega e attivisti delle sinistre sono costretti a lasciare i propri ruoli e a abbandonare Molinella, spesso con la complicità della prefettura di Bologna. Gli operai restii a piegarsi vengono bastonati e costretti a ingerire l’umiliazione dell’olio di ricino, in una scia infinita di episodi volta a terrorizzare una realtà consolidata dell’antifascismo.

 

Non a caso lo storico Emilio Gentile scrive nel suo Il mito dello Stato nuovo: “Le violenze della cittadina emiliana diventano lo strumento attraverso il quale imporre un ordine politico, oltre che simbolico: il totalitarismo squadrista non ammette corpi estranei”. A sua volta, Millan definisce questa strategia "la conquista delle coscienze". Al rifiuto di braccianti e coloni di sottomettersi alla organizzazioni sindacali fasciste, le camicie nere locali oppongono minacciosi ultimatum. Riporta Matteotti nella sua cronaca, alla data del 14 agosto ’23: “La massa dei coloni e dei braccianti piuttosto che inscriversi ai Sindacati fascisti abbandona il Comune. Allora i fascisti bloccano i confini e impediscono a chiunque di allontanarsi. Le squadre fasciste vanno a prendere a casa le donne, le fanno inscrivere al Sindacato fascista e lasciano ad esse un lasciapassare per uscire dal Comune se promettono di andare a prendere i mariti e farli inscrivere anch’essi”.

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