"Andando a cavallo ho scordato le sofferenze e la mia disabilità", l’appello di Michela Monzardo: "La mia Moretta è morta: aiutatemi a tornare in sella"
E' la storia di una donna che ha riscoperto i colori della vita grazie ad una straordinaria amicizia, "quella con Mora, una cavalla all'apparenza indomabile con cui ho stretto un legame unico: a noi, bastava uno sguardo. Ora che non c'è più, vorrei trovare un nuovo maneggio che possa darmi la possibilità di tornare in sella, attività che più di ogni altra mi rende felice"

PREDAZZO. E' la storia di una donna che ha riscoperto i colori della vita grazie ad una straordinaria amicizia, "quella con Mora, un cavallo che mi ha fatto scordare le sofferenze provate e soprattutto la mia disabilità", confessa Michela Monzardo, che a Il Dolomiti racconta il suo vissuto lanciando un appello: "Ora che Moretta non c'è più, vorrei trovare un nuovo maneggio che possa darmi la possibilità di tornare in sella, attività che più di ogni altra mi rende felice".
La storia delle difficoltà e sofferenze affrontate da Michela Monzardo prende il via con dei primi segni "che qualcosa non andasse", a partire da una nascita, nel 1981, "senza pianto". Passati i primi mesi di vita, Michela non si alzava in posizione eretta e poi, ancora, non gattonava. Questioni che avevano condotto la mamma ad indagare a fondo, domande alle quali si era tentato di dare risposta con visite e innumerevoli esami che avevano stabilito che nel cervello della piccola c'era del liquido amniotico e che i nervi che le avrebbero dovuto permettere di muoversi "non rispondevano correttamente".
Così, fin da piccola, per la bambina e la madre gli ospedali erano divenuti una seconda casa e i dottori dei compagni 'd'avventura', almeno fino al giorno di un'operazione che avrebbe dovuto prevedere l'intervento a una sola gamba: "In ospedale qualcosa si era tuttavia inceppato - ammette la donna - e i medici avevano finito per operarmi entrambe le gambe", costringendola a letto per ben 40 giorni, con due gessi che la immobilizzavano dai piedi all'inguine.
Nonostante le sofferenze e le difficoltà (e forse proprio grazie a quelle) "sono sempre stata una bambina in grado di trovare il bello dove il bello pareva difficile da trovare", facendolo senza perdere mai il sorriso. Crescendo, era giunto il momento di frequentare le scuole elementari, vissute con il dispiacere di non potersi unire agli altri alunni durante le ore di ginnastica.
Qualche anno più tardi, alle medie, era cominciato un altro difficile capitolo dell'esistenza di Michela, ritrovatasi in mezzo a nuovi compagni che la prendevano in giro per come camminava, preludio dell'isolamento e degli insulti subiti anche alle superiori, tanto che la madre aveva infine deciso di ritirarla da scuola. Ciononostante, Monzardo era riuscita comunque a trovare la forza per diplomarsi, facendolo da privatista. Un diploma vissuto come rivincita, riuscendo quasi a cancellare tutta la sofferenza provata.
All'alba dei vent'anni, poi, finalmente una meravigliosa novità: la mamma aveva proposto a Michela di andare a cavallo per la prima volta. L'eccitazione era molta, soprattutto perché i cavalli le erano sempre piaciuti e la madre lo sapeva bene. Un sogno, quindi, divenuto realtà, quando Monzardo approdava poco più tardi al maneggio di Predazzo (unica realtà della zona attrezzata con una pedana per disabili ndr), dove l'istruttore Mauro l'attendeva con Flick, un olandese piuttosto anziano dal manto color cappuccino e una criniera bionda.
La paura di salire in sella si era allora mischiata all'eccitazione, fino ad arrivare al momento decisivo, quello della prima cavalcata, grazie alla quale la giovane aveva riscoperto un mondo visto dall'alto, fatto di straordinari colori: "Quando ero a cavallo, tutti si scordavano della mia disabilità, me compresa". Da allora, per Michela era iniziato un nuovo capitolo, fatto di allenamenti e lezioni, che le avevano consentito di diventare brava al punto da 'insegnare' ai nuovi allievi alcuni trucchi del 'mestiere'.
Un giorno al maneggio era arrivata una signora che con sé portava Mora, una cavalla dal manto scuro, ritenuta difficile poiché nessuno era mai riuscito a cavalcarla né tantomeno a domarla. Dopo aver a lungo lavorato con Mauro, l’istruttore aveva deciso di ‘presentarla’ a Michela, permettendo alle due di far nascere un incredibile rapporto, fatto di empatia "ma anche telepatia: a noi, bastava uno sguardo".
Un’intesa speciale, che pareva riuscire a curare l’incurabile, spezzata dalla morte di Moretta (seguita dalla chiusura del maneggio ndr), che aveva lasciato spazio solo a sensi di colpa e (altro) dolore. Una sofferenza che a lungo ha sovrastato quell’ottimismo che aveva sempre caratterizzato Michela: "Oggi ho lentamente ritrovato il sorriso", ammette la donna.
La forza di ripartire la 40enne l'ha ritrovata nel desiderio di tornare in sella, tanto da lanciare un appello sui social: "Cerco un nuovo maneggio per poter tornare a cavallo. Purtroppo in val di Fiemme sembra non ce ne siano altri dotati di pedana per disabili o cavalli adatti. Mi piacerebbe tornare a fare gli allenamenti di ‘Para Dressage’ e, magari, arrivare un giorno ad aiutare io stessa altre persone in difficoltà grazie alla pet-therapy".












