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24 settembre | 16:40

"Animali come il lupo da noi sono ancora specie dall'alto valore biologico". Quasi 2 milioni per potenziare il centro di recupero, il direttore: "In altre regioni sono abbattuti"

Il finanziamento servirà a rafforzare la ricerca, il recupero e la gestione della fauna selvatica e ad adeguare il Centro di Pagnacco per l'accoglienza di lupi, linci e orsi. Galeotti: "Il nostro obiettivo è poter accogliere efficacemente tutta la filiera dei grandi carnivori". Pesaro: "Specie come sciacallo e lupo non sono solo dei predatori, ma specie sentinella verso diverse patologie che possono coinvolgere l'uomo"

"Animali come il lupo da noi sono ancora specie dall'alto valore biologico"

PAGNACCO (UDINE). Negli ultimi anni è in costante crescita il numero di animali selvatici in Friuli Venezia Giulia, un dato di fronte al quale la Regione ha deciso di adeguare anche tutte le attività e le strutture di pertinenza dedicate al recupero e al ricovero di animali feriti.

 

E' in questo contesto che pochi giorni fa l'Università di Udine ha reso noto di aver percepito un finanziamento della Regione unitamente al Programma regionale del Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr) 2021-2027 da 1,7 milioni di euro in in favore del Dipartimento di scienze agroalimentari, ambientali e animali al fine di rafforzare la ricerca, il recupero e la gestione della fauna selvatica che l'ateneo effettua attraverso il Centro di ricerca e coordinamento per il recupero della fauna selvatica (Crfs), una struttura di proprietà della Regione situata a Pagnacco (Udine), nel compendio Doidis – Villa Rizzani, concessa al Dipartimento in comodato d'uso.

 

Il Centro nasce circa otto anni fa secondo un'esigenza precisa della Regione, quella non solo di prestare soccorso e recupero agli animali feriti, ma di creare una rete di dati ricavati che consentisse un monitoraggio efficace, ma necessitava di diverse implementazioni anche a fronte del considerevole aumento del numero di animali selvatici sul territorio, come ha spiegato a il Dolomiti Marco Galeotti, direttore del Centro nonché docente di patologia generale e anatomia patologica veterinaria dell'Università di Udine.

 

“Il lavoro da fare in quest'ambito è considerevole – esordisce il professore - e sebbene i vari centri in regione abbiano sempre operato in modo serio e professionale, la tracciabilità complessiva dei dati non era pienamente efficiente. Si consideri che il recupero degli animali è sempre stato una pratica importantissima, innanzitutto dal punto di vista etico perché è impensabile lasciare un animale, domestico o selvatico che sia, a soffrire sulla strada, e poi perché rappresenta un dato fondamentale per valutare l'andamento di una determinata popolazione sul territorio. Per fare un esempio attualmente stiamo redigendo una nuova mappatura che evidenzia le strade più a rischio per quanto concerne gli incidenti stradali che coinvolgono la fauna, sono i Comuni e altri enti che ce lo chiedono, un aspetto forse sottovalutato dai più per il pericolo complessivo che può comportare tanto alla persona quanto all'animale, nonché all'integrità del suolo stradale. Lo facciamo in collaborazione con ingegneri e tecnici che installano dissuasori e altre modifiche sulle strade, ed è un'operazione molto costosa”.

 

Un potenziamento che tuttavia si rende necessario anche all'interno delle strutture che ricoverano gli animali soccorsi, poiché spesso diverse specie hanno bisogno di spazi appositamente dedicati, come ad esempio gli uccelli, oppure i grandi carnivori, anch'essi in considerevole aumento in regione.

 

“Attualmente il Centro di Pagnacco, così come altri, sono ben attrezzati per quanto riguarda l'accoglienza ad esempio del lupo – spiega Galeotti -, ma il nostro obbiettivo è poter accogliere efficacemente tutta la filiera dei grandi carnivori, compresi la lince o l'orso, che è possibile grazie a gabbie predisposte appositamente. Lo stesso discorso vale per l'ambulatorio veterinario, risalente ormai a qualche anno fa, che però è piccolo perché le esigenze erano minori”.

 

Come espresso anche dal direttore del Centro, l'elemento interessante che emerge evidenzia come in Friuli Venezia Giulia i grandi carnivori continuino a rientrare tra le specie cosiddette “dall'alto valore biologico”, compreso il lupo, il che significa che la sua presenza viene ancora considerata come un "prezioso indicatore per la biodiversità, laddove in altre regioni iniziano a verificarsi alcuni abbattimenti".

 

Uno “status” che tuttavia riguarda anche altri animali, come ad esempio i rapaci, imponenti quanto fragili predatori dei cieli, anch'essi bisognosi quando serve di cure e trattamenti specifici e che sono interessati dall'adeguamento delle cliniche, come riferisce a il Dolomiti Stefano Pesaro, veterinario e direttore sanitario del Centro di ricerca e coordinamento per il recupero della fauna selvatica di Pagnacco.

 

“Gli uccelli feriti, come gli stessi rapaci, possono essere curati solo con strumentazioni specifiche – osserva Pesaro -. Mi sovviene in tal senso un caso di circa un anno fa, quando curammo qui da noi uno sparviere che era rimasto coinvolto da un atto di bracconaggio. L'esemplare era stato colpito da dei 'pallini' di munizionamento spezzato specifici per la caccia agli uccelli, e alcuni di questi erano penetrati nell'ala provocando delle fratture e uno addirittura aveva perforato un polmone, quindi l'intervento era stato molto delicato perché parliamo di un animale piccolo di circa duecento grammi e il proiettile venne prelevato per via endoscopica, e a giorni sarà liberato. In generale tuttavia trovo che uno dei messaggi più importanti per sensibilizzare la popolazione sulla presenza degli animali selvatici, nonché sui grandi carnivori, dall'attività di centri come il nostro che si lega all'aspetto della raccolta e della tracciabilità dei dati, riguarda la comprensione del fatto che specie come sciacallo e lupo non sono solo dei predatori, ma anche specie 'sentinella' verso diverse patologie che possono coinvolgere l'uomo. Per questo facendo un monitoraggio su questi animali riusciamo grazie alle fasi diagnostiche a capire se in una determinata area persistono o meno patogeni e di conseguenza malattie che anche le persone potrebbero contrarre, che altrimenti non sarebbe quasi possibile individuare”.

 

Un lavoro che, dal recupero del singolo animale ferito al monitoraggio delle popolazioni e dei patogeni, restituisce quindi alla fauna selvatica un valore che va ben oltre la semplice tutela della biodiversità, rendendo questi animali una preziosa risorsa di informazioni utili sullo stato di salute del territorio.

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