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13 giugno | 12:09

Il lungo viaggio della lince in Italia, l'esperto: "La foresta di Tarvisio un punto chiave per l'espansione e la definitiva ripresa della specie sulle Alpi"

Il ruolo giocato dalle popolazioni di lince in Italia, che si concentrano in particolare nella zona di Tarvisio, è visto dagli esperti come la possibilità irripetibile di creare un collegamento con le altre popolazioni europee e stabilizzare finalmente la specie

TARVISIO. A seguito dell'investimento che ha coinvolto e ucciso una giovane femmina di lince nel comune friulano di Chiusaforte (qui l'articolo), il dibattito sulla presenza di questo enigmatico predatore in Friuli Venezia Giulia è tornato più acceso che mai.

 

Lungamente si è discusso sul significato di un episodio pur spiacevole di per sé, ma di come fosse allo stesso tempo sia stato indicativo di un certo grado di incremento della popolazione del felide anche nelle valli alpine della regione.

 

A ben guardare però la reintroduzione della lince in Italia è nel suo complesso una storia fatta di alti e bassi, di successi e di clamorosi fallimenti che rendono il caso di questo animale estremamente particolare anche nell'ottica generale dei piani di reintroduzione dei carnivori storicamente presenti in Italia e in Europa.

 

Il Dolomiti ha così ripercorso il viaggio della lince in Friuli Venezia Giulia, con un'intervista al ricercatore faunistico dell'Università di Trieste Paolo Molionari, nonché coordinatore del Progetto Lince Italia, ripercorrendo una storia che inizia oltre un secolo fa.

 

“La lince è un animale elusivo – ha osservato il ricercatore -, basti pensare che è il mammifero più raro in Italia e non solo. Per dare l'idea ci sono più foche monache che linci. E' una specie che alla fine dell'Ottocento era completamente scomparsa dalle nostre Alpi, d'altronde il contesto storico era profondamente diverso dal nostro, anche la lince può predare saltuariamente degli animali domestici e nel passato anche la perdita di un singolo animale da parte di un valligiano poteva rappresentare una mancanza significativa tale da indurre alla rappresaglia verso la fauna selvatica. Ma soprattutto ciò che all'epoca fece sparire le linci dal territorio fu la compromissione dell'habitat: con il bosco ai minimi storici alla fine del XIX secolo la lince si è trovata ancora più in difficoltà rispetto ai lupi e agli orsi, anch'essi pressoché spariti in quel periodo, poiché è un super-predatore, e non si ciba di rifiuti o avanzi come altri animali ma solo di carne che lei stessa ha predato, e la mancanza di prede aveva profondamente inciso in tal senso”.

 

Da lì si sarebbe dovuto attendere la metà degli anni Settanta prima di vedere i primi tentativi di reintroduzione della lince in Friuli Venezia Giulia, ma i risultati si rivelarono ben presto sconfortanti.

 

“La lince è tornata solo grazie ai progetti di reintroduzione effettuati negli anni '70 e '80 – ha spiegato Molinari – in Austria, Slovenia e Svizzera che hanno portato a un momento di ripresa incoraggiante nel numero di esemplari, salvo subire un vero e proprio tracollo culminato una ventina d'anni più tardi, in modalità sul momento quasi inspiegabili. Con le successive indagini abbiamo poi scoperto le cause della forte diminuzione della popolazione di questi felidi: gli animali utilizzati nella precedente reintroduzione avevano un grado elevato di consanguineità, tale da aver prodotto delle degenerazioni di carattere fisiologico che hanno comportato loro anche la perdita di fertilità. Questo perché le conoscenze sulla genetica allora disponibili erano molto limitate, ed è stato allora che si rese necessario partire con un nuovo intervento per la conservazione della lince. E' stato così che nel 2014 abbiamo liberato due linci di origine svizzera nei boschi del tarvisiano, e questo ha dato i suoi frutti perché una femmina delle due ha avuto due cuccioli. Abbiamo così colto l'occasione per creare quel consorzio tra le nazioni confinanti culminato con il progetto 'Life Linx', grazie al quale sono state liberate in anni recenti oltre venti linci, sei delle quali in Italia”.

 

Questo progetto di conservazione ha avuto luogo tra il 2017 e il 2022, e ha come obiettivo a lungo termine quello di mettere in relazione stabilmente i due grandi nuclei relativi alla presenza delle linci sulle Alpi, cioè quello della Svizzera e quello delle Alpi Dinariche tra Croazia e Slovenia. In questo senso ecco che la zona alpina di Tarvisio riveste un ruolo cruciale, essendo storicamente l'unico sito in Italia  dove la lince è presente in modo continuativo dal 1986, rappresenta un potenziale punto di passaggio particolarmente strategico per il futuro della conservazione di questo sfuggente predatore.

 

“Una delle principali problematiche in tal senso – conclude Paolo Molinari – è rappresentata dal comportamento delle linci, che a differenza ad esempio di quanto avviene con i lupi, assumono un atteggiamento che viene definito 'filo-patrico', cioè tendono ad allontanarsi di meno dal nucleo originario, rendendo la loro espansione più lenta e in generale più difficoltosa. Per riuscire quindi a favorire l'incremento e il collegamento con le altre popolazioni delle Alpi abbiamo creato degli 'stepping-stone', cioè delle isole intermedie che in futuro possano favorire sempre di più quel collegamento, e il primo di questi è rappresentato proprio dalla foresta di Tarvisio”.

 

Con l'avanzata apparentemente inesorabile dei boschi che stiamo vedendo ormai da diversi anni un po' ovunque e anche sulle nostre montagne, e il conseguente rafforzamento delle popolazioni di animali che abitano il bosco tra cui gli ungulati, anche i grandi carnivori trovano sempre più spesso le condizioni utili per prosperare. In questo contesto, la foresta di Tarvisio è uno dei punti chiave da cui potrebbe dipendere l'espansione e la definitiva ripresa della presenza della lince sulle Alpi, uno scenario che fa il paio con il tema sempre attuale della corretta gestione del bosco, che oggi anche in montagna vede un'espansione che appare inesorabile, ma che rappresenta un'opportunità nella regolazione virtuosa di quella che per secoli è stata una risorsa, preservando la conservazione animale ma intervenendo in tutti gli spazi che oggi risultano in grave sofferenza, spesso legati alle attività rurali.

 

Come osservato anche dallo stesso Molinari, la riflessione si estende anche al ruolo fondamentale delle praterie alpine e dei pascoli poiché permettono la differenziazione del paesaggio incentivando un elevato grado di biodiversità che altrimenti verrebbe a mancare.

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