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Happy Ranch, un progetto di stalla sociale inclusiva rivolto a persone con disabilità intellettive. "Qui, si restituisce loro l'adultità"

Nato nel 2014 nel parco dell'ex Casa Serena di Cognola come progetto di Anffas Trentino, Happy Ranch coinvolge oggi nove persone con disabilità gravi ma con competenze operative, che tuttavia non trovano spazio nel mondo del lavoro

Di Alissa Claire Collavo - 27 febbraio 2024 - 22:48

TRENTO. Lorenzo Bolzon, Daniele Uber e Alessandra Postal sono i tre educatori Anffas che, assieme a due ragazze del Servizio civile e ad altri cinque volontari, si prendono cura di Happy Ranch, “un luogo e un progetto di stalla sociale che coinvolge un gruppo fisso di nove persone con disabilità”.

 

Uno spazio di inclusione e non giudizio situato “nel parco della vecchia Casa Serena di Cognola, un terreno abbandonato e successivamente recuperato dove sono state costruite le stalle che oggi ospitano gli animali”, spiega Bolzon con l'entusiasmo di chi vuole a tutti i costi fare la differenza nel tessuto sociale cittadino.

 

Un progetto decennale nato come naturale proseguimento del percorso di formazione e stage svolto anni fa da alcuni giovani adulti con disabilità intellettive presso la stalla di un'azienda agricola dell'Altopiano di Pinè.

 

Da qui, l'idea di voler offrire a queste persone uno spazio che potesse essere gestito interamente da loro, in cui lavorare e sentirsi responsabili, e che fungesse da collante con le realtà circostanti.

 

Un modo per andare oltre i pregiudizi sociali, guardando la persona al di là della disabilità e cercando di valorizzare le competenze operative.

 

In questo modo, ricordano gli educatori, “possono mettere a frutto le proprie competenze e, forse per la prima volta, passare dall'essere oggetto di cura ad avere cura di animali e spazi”.

 

Un contesto che consente a queste persone di “sperimentare il loro essere adulti” e che le responsabilizza nello svolgimento quotidiano di una mansione.

 

Happy Ranch, spiegano ancora gli educatori, “è quindi l'occasione per assumere un ruolo lavorativo che porta con sé quella riconoscibilità che hanno potuto sperimentare in ogni incontro con l'Altro: educatori, volontari e tutte le persone che ogni giorno visitano la fattoria”.

 

Un luogo dunque di inclusione e arricchimento personale: educatori e volontari riscontrano infatti dei notevoli miglioramenti nella “costanza e nella capacità dei lavoratori di portare a termini i propri compiti, nella soddisfazione che esprimono a fine lavoro” ma anche "nell'acquisizione di maggior capacità nel rapportarsi all'Altro su un piano sempre più paritario di rispetto e reciprocità”.

 

Altro aspetto importante è la collaborazione con scuole e enti locali: “per noi educatori è questo il reale motore del progetto”, spiegano, ricordando la volontà di dare il proprio contributo nel costruire una convivenza vera tra mondo della disabilità e “il mondo che è fuori”.

 

Progetti come Happy Ranch rientrano infatti nell'ottica di un welfare generativo, strumento indispensabile per realizzare un incontro concreto tra le due realtà, che superano quindi l'ottica della persona con disabilità come semplice fruitore di servizi.

 

La persona con disabilità è prima di tutto una persona e in quanto tale possiede o non possiede competenze – concludono gli educatori – ma le competenze che gli appartengono possono essere messe a frutto per la comunità”. In questo modo “non si parla più di integrazione ma di convivenza”; un cambiamento di prospettiva nella narrazione quotidiana della disabilità.

 

 

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