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Trento
27 aprile | 10:21

La Festa del 1° Maggio di Trento si terrà a Lavis: salute/sicurezza, Europa e pace i temi sui quali riflettere

A Trento quest’anno la festa sarà a Lavis, nel parco con l’anfiteatro che sta sopra il paese. Sarà, come sempre, un susseguirsi di appuntamenti nel segno di un incontro sì conviviale ma anche di riflessione. E poi tanta musica fino a notte inoltrata della quale Il Dolomiti (partner dell'evento) parlerà nei prossimi articoli

TRENTO. Passata la festa ricomincia a festa. Dal 25 aprile al 1 maggio: passo breve, così dice il calendario. Prima, appena in archivio, la Liberazione. C’è la speranza - ma l’è dura – che sia prima o poi (ma meglio prima) la liberazione da chi vuol ipocritamente farci credere che la democrazia non abbia genitori (la Resistenza) e che il fascismo sia acqua così passata da non doverci quasi più fare caso. Non fare caso, cioè, al peggio che se non si fosse combattuto oggi non saremmo qui a poter difendere diritti, libertà e giustizia. Dal 25 aprile al Primo Maggio. Al centro della festa c’è il lavoro. Ci sono i lavoratori (più di tutti quelli che pagando le tasse mantengono anche i furboni e i furbastri).

 

A Trento quest’anno la festa sarà a Lavis, nel parco con l’anfiteatro che sta sopra il paese. Sarà, come sempre, un susseguirsi di appuntamenti nel segno di un incontro sì conviviale ma anche di riflessione. O meglio di appello, di invito a non girarsi dall’altra parte di fronte ai tre temi che i sindacati (Cgil, Uil e Cisl) hanno scelto dare il senso all’evento: salute/sicurezza, Europa e pace. C’è tanto, troppo, di cui preoccuparsi in questo tempo gramo che un’informazione più paludata e controllata che mai (alcuni Tiggì sembrano bollettini dell’Istituto Luce) racconta al contrario, mettendosi prona alla destra di governo. Il Primo Maggio, nella sua parte di contenuto e di messaggio che verrà prima, durante e si spera dopo la festa, va dunque anche nella direzione di una sana, indispensabile, contro informazione. Anzi, a dirla tutta, anche di formazione a non assuefarsi alle magagne di cui si parla sempre troppo poco e sempre troppo male.

 

La sicurezza sul lavoro, ad esempio. La cronaca più recente non fa che allungare una sequenza infinita di tragedie. Brandizzo, Firenze, Suviana. Sono tre luoghi tanto diversi e distanti tra loro ma uniti nel dolore e nelle lacrime da una scia di sangue che ogni anno fa strage di ben 800 persone, quanti gli abitanti di cinque piccoli comuni trentini. Perché di lavoro si continua a morire in Italia, soprattutto quando il lavoro è povero, precario, esternalizzato e frammentato in un rivolo di “imprese” che è difficile anche solo definire tali.

 

Non è infatti una fatalità se accade che in una notte di agosto cinque operai vengano falciati da un treno che corre a 160 chilometri all’ora lungo una ferrovia alla porte di Torino. Non è una fatalità perché Michael, Giuseppe, Kevin, Saverio e Giuseppe lungo quei binari non dovevano stare. Ce li hanno mandati a morire, in sfregio ad ogni norma di sicurezza, il signor Massimo Ribasso e la sua compagna Minimizzazione dei Tempi e dei Costi. In via dei Martiri nella città del padre della lingua italiana, Dante Alighieri, quel giorno di febbraio le urla di aiuto e dolore avevano l’inflessione araba di Mohamed, Taoufik, Bouzekri e Mohamed, insieme a quella abruzzese di Luigi. Non è stata la trave di calcestruzzo ad ucciderli, ma l'ingegner Subappalto a Cascata e il commendator Lavoro Nero.

 

All’ombra del monte Stagno sulle rive di un invaso appenninico, anche se ad aprile sembra ormai giugno, si respira aria buona, fresca e frizzante che pulisce i bronchi dallo smog della Padania e dall’umidità della nebbia della via Emilia. Eppure sì, si muore in una strage sul lavoro anche in luogo così ameno. Alla centrale di Bardi Vincenzo, Alessandro, Pavel, Adriano, Paolo, Vincenzo e Mario erano andati per garantire l'approvvigionamento di un bene preziosissimo per noi e per il pianeta, l’energia elettrica da fonti rinnovabili. L’omicida ha confessato subito: si tratta di una coppia di fatto, Esternalizzazione Spinta e Massimo Profitto.

 

Il Primo Maggio sarà dedicato alle vittime e alle loro famiglie, a tutti coloro che dopo essere usciti di casa al mattino per andare al lavoro non fanno ritorno.

 

E poi l’Europa. “Più Italia, meno Europa”: questo promettono (sapendo di mentire) i manifesti elettorali della destra (che a volte si confonde con il populismo pentastellato). È un’impresa titanica spiegare che senza l’Europa (si pensi solo al Pnrr, soldi mai visti) l’Italia avrebbe le pezze ai calzoni. Nel Primo Maggio il sindacato insisterà sul suo concetto di Europa: più solidale, più inclusiva, più unita, più sociale, più giusta, più accogliente, più responsabile, più ecologica, più integrata e anche, perché no, più ricca e produttiva. Di Europa ne serve di più. Certo, un’altra Europa che non si imprigioni alla burocrazia. Un’Europa dei giovani, per i giovani, sulla quale migliaia e migliaia di giovani hanno le idee chiare. Sono i ragazzi che all’Europa devono la possibilità di costruire progetti di vita e di lavoro che l’Italia cialtrona e fanfarona nega loro offrendo solo precarietà, paghe da fame e futuro che non c’è.

 

Infine la pace. L’anelito, il diritto, che qui sta in coda ma che al Primo Maggio sarà ovviamente in testa ad ogni riflessione. Gli incubi ormai non si contano. Incubi lontani quelli della guerra in Ucraina e del Medio Oriente. Macché, incubi tragicamente vicini non nella geografia ma nel quotidiano rispetto della vita che deve mobilitare gli onesti di ogni parrocchia politica.

 

Ecco perché il 1° Maggio l’appello alla pace e al dialogo tra i belligeranti ancora una volta caratterizzerà la festa delle lavoratrici e dei lavoratori. Una festa che a Lavis (il Comune ha fortemente voluto ospitarla quest’anno) sarà come sempre anche incontro, brindisi, ristorazione e soprattutto musica. Tanta musica fino a notte inoltrata della quale Il Dolomiti (partner del Primo Maggio a Lavis) parlerà nei prossimi articoli.

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