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Trento
14 febbraio | 11:03

Sulle sponde del lago è nato un nuovo amaro: è il Frutto del Garda e si consuma con una cubica pietra granitica

Tutto ha origine dalle cure orticole di un accorto visionario operatore turistico, Giannino Risatti. L’elaborazione è stata meticolosa e decisamente frutto di un team che è riuscito ‘a trasformare un liquore di famiglia in un amaro per tutti'

E’ l’amaro al cubo. Non solo per elevazione di sapori, la poderosa evoluzione aromatica, ma anche perché nel bicchiere dell’assaggio si presenta (predispone) abbinato ad una cubica pietra granitica. Proprio così: l’assoluta variabilità gusto/olfattiva del liquore viene esaltata - e poi vedremo: condizionata - dal cubetto roccioso sistemato sul fondo. Riesce a dare un tono insolito, stimolante, veramente intrigante. 

 

Tonalità gustative nobilitate dal piccolo dado - 2 centimetri per ogni lato - volutamente scelto per la sua composizione mineraria: è una Tonalite della Val Rendena, materia quarzifera della Dolomiti di Brenta. Frutto di ataviche glaciazioni che hanno scavato pure il Lago di Garda, scandendo un paesaggio di stampo mediterraneo nel cuore delle montagne più ardite. Specchio d’acqua che mitiga il clima e consente fruttuose colture botaniche. Quelle che ora generano Frutto del Garda, l’amaro ancorato all’habitat gardesano.

Frutto del Garda, di nome, ma soprattutto per simbiosi colturale, frutto di cure orticole, impegno botanico, rispetto delle piante che segnano la conca sinistra del grande lago. Dove su arditi terrazzamenti, tra piante officinali e una biodiversità unica nel suo genere, maturano limoni e l’ulivo riesce a dar frutti per l’olio extravergine più settentrionale d’Europa. Frutto - ancora - di genialità agricola, maestria in sintonia con la voglia di gustare al meglio quanto il ‘genius loci gardesano’ riesce a stimolare. Ecco questo singolare ‘amaro al cubo’ -degustato in anteprima al Salone Hospitality di Fieracongressi - è davvero il frutto del Garda. 

Tutto ha origine dalle cure orticole di un accorto visionario operatore turistico, Giannino Risatti, tuttora operativo, nonostante una certa datazione anagrafica. Conosciuto per la sua fiorente attività alberghiera, pure per il vezzo di allestire splendidi giardini attigui ad ogni sua struttura ricettiva. 

 

Da tanti lustri cura personalmente i suoi poteri minuziosamente inseriti sul versante solatio di Limone. Dove coltura e cultura hanno trovato sintesi, in scambi di conviviali esperienze agronomiche, botaniche, per certi versi ‘spirituali’. Coinvolgendo pure alcuni esponenti di una comunità monastica giunta sul Garda per affinità paesaggistiche; monaci sagaci custodi della scienza medicamentosa legata ai vegetali, ricette basate sull’estratto di benefiche erbe selvatiche, infusi alcolici per certi versi magici, riservando ai limoni le attenzioni più intriganti. 

 

Saperi e nozioni per anni relegate nei ricordi, recuperate solo recentemente, per dare il via ad una mirata produzione di un liquore che nell’indole rispetti le materie da anni curate da Giannino Risatti, recuperando i suggerimenti dei monaci liguri e nel contempo rendere l’infuso un singolare quanto veritiero Frutto del Garda. 

 

L’elaborazione è stata meticolosa e decisamente frutto di un team che è riuscito ‘ a trasformare un liquore di famiglia in un amaro per tutti’. Lo ribadisce Luca Fincato - portavoce, nonché protagonista di questo amaro, definito pure  il ‘sapore liquido del territorio gardesano.

Quale la composizione? Una simbiosi di 50 agrumi, con 40 erbe diverse e la preensa (il tocco) di noce e la drupacea, quell’oliva simbolo eccellente dell’amabilità rivierasca tra le Dolomiti.

 

Per ottenere un memorabile infuso è stato coinvolto pure Giorgio Fadda, un trentino DOC, presidente dell’International Bartenders Association, figura di riferimento a livello internazionale.  Insomma è stato messo davvero a frutto ogni dettaglio botanico, tra sfide gustative e pure la singolare ‘provocazione’ del cubetto quarzifero che - volendo - si può adagiare sul fondo del bicchiere. Perché?

 

D’estate i contadini gardesani usavano mettere un sasso nelle brocche d’acqua, per mantenerle fresche alla beva. Nei mesi freddi, i sassi dolomitici venivano invece riscaldati nel forno della stufa per poi essere avvolti nelle lenzuola e propagare tepore nei letti delle case rustiche. Pietre benefiche, da sfruttare - è il caso di dire - per mantenere con qualche grado di temperatura in meno l’amaro versato nel calice. Escamotage estetico, pure per un’etica degustativa.

 

Il cubetto non influisce assolutamente sul sapore, neppure sulla diluizione: rende solo un servizio alla temperatura. Svolge una funzione come il ghiaccio - il minerale va anticipatamente custodito in freezer -  ma a differenza dell’acqua solidificata, non altera consistenza, neppure il tono visivo, neanche quello olfattivo. Inoltre il dado quarzifero non si usura, non scivola verso la bocca ( per questo ha forma cubica) e si lava facilmente, pure in lavastoviglie.

 

Così il Frutto del Garda - amaro del cubo, anche se si può gustare senza l’intruso minerario - si può assaporare recuperando personali, intime sensazioni. Percependo piacevolezze di un amaro decisamente poco zuccherato, morbido nella sua versatilità alcolica ( attorno 30° ) variegato e con una gamma intrinseca di piacevoli stimoli. Da usare come cocktail e tonici aperitivo, senza dimenticare l’amenità del sorso a fine pasto. Sempre con essenze godibili, tangibili. Frutto del Garda e non … frutto di fantasia.

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