Al Conservatorio Bonporti di Trento l'auditorium intitolato al comunista Mascagni: una sala da concerto in nome del partigiano-politico-musicista
L'Auditorium del Conservatorio Bonporti è stato intitolato ad Andrea Mascagni che ha fatto la storia della musica e della politica a Bolzano, e un bel po’ di vita musicale a Trento

TRENTO. Ma si saranno accorti, Fugatti e Gerosa, che siamo riusciti a intitolare una bella sala concerto a Trento, in anno Domini 2025, a un comunista? In tempi non sinfonici né sintonici, di Province autonome vicinissime ma distanti come non mai, va rimarcata come una piccola ora storica l’intitolazione – niente affatto scontata, sabato 1 febbraio – dell’auditorium ipogeo del Conservatorio Bonporti di Trento, ad Andrea Mascagni che ha fatto la storia della musica e della politica a Bolzano, e un bel po’ di vita musicale a Trento.
Intitolazione controcorrente non solo perché va a un pisano di San Miniato che – partigiano, chimico e musicista – in Alto Adige/Südtirol oltre che a Roma in Senato per il Pci, lavorò e lottò per riformare la traballante architettura della formazione musicale in Italia. Ma soprattutto perché l’iter di intitolazione al Compagno Mascagni, cominciato dieci anni fa al Bonporti sotto la presidenza di Danilo Curti Feininger e con Simonetta Bungaro direttrice, si conclude (presidente Claudio Martinelli, direttore Calogero Di Liberto) mentre regna il Fugatti bis, giunta leghista-fratellista in Trentino.
A celebrare Mascagni, non c’era peraltro nessuno della Giunta provinciale destrorsa (e nessuno della Giunta comunale sinistrorsa, salvo l’assessora Monica Baggia ma solo al concerto serale), e solo il trentino Sandro Filippi a rappresentare il corpo docente del Conservatorio di Bolzano, al convegno che ha finalmente intronizzato, con tanto di targhe commemorative, il nome di Andrea Mascagni (San Miniato 1917 – Trento 2004), figura chiave della cultura e della didattica musicale del secondo Novecento in Italia e “padre” ideale del Conservatorio di Trento, oltre che dell’Orchestra sinfonica Haydn, una delle poche istituzioni che restano regionali, nell’autonomia ormai quasi totalmente provincializzata.
Abbiamo tenuto in duro in quattro, due ex direttori (Bungaro e Armando Franceschini) e due ex presidenti (Curti e chi scrive) e ce l’abbiamo fatta. D’altra parte, il nome proposto era eccellente e incontestabile, sotto il profilo culturale. Il motivo principale era l’intenzione di rendere omaggio alla figura che più di ogni altra nella nostra regione e con poche altre in Italia ha contribuito alla riforma e alla valorizzazione degli alti studi musicali. Educatore di musicisti e valorizzatore della musica come arte ma anche come ricerca, impegno civile, didattica innovativa, Andrea Mascagni – nipote del celeberrimo autore della Cavalleria rusticana, Pietro Mascagni – è stato la figura-chiave del Novecento, nell’ambito della cultura musicale in Trentino-Alto Adige/Südtirol.
Andrea Mascagni è stato tra l’altro fondatore dell’Orchestra regionale Haydn, del Festival di Musica Sacra e del Premio Pedrotti per direttori d’orchestra.
Il sabato mascagniano di Trento si è aperto con un omaggio al Mascagni compositore: Di Liberto ha eseguito la Sonatina per pianoforte del 1967. E si è concluso, la sera, con i tre giovani vincitori ex-aequo della “Concerto Competition” 2025 in una serata musicale ricca, con Andrea Raffanini a dirigere l’Orchestra degli studenti del Bonporti rafforzata da alcuni docenti: il Concerto per pianoforte in Sol di Maurice Ravel con Sebastian Yupanqui Montero al pianoforte; la prima esecuzione assoluta del Vulnus Mundi del giovane compositore trentino Paolo Orlandi e, dello statunitense John Williams, le Escapades (dal film “Catch Me If You Can”) con Lorenzo Ravizza al sassofono contralto.
Momento di resistenza culturale, dunque, l’intitolazione a Mascagni. La proposta ha resistito. Lui era un resistente. Una resistenza della memoria. Partigiano, mai equidistante, comunista ma mai dogmatico, sempre illuminato e illuminante.
Nato sulle colline pisane, segnate duramente dall’ultima guerra, in quella San Miniato che una dozzina d’anni dopo darà i natali ai fratelli Taviani, registi molto attenti alla dimensione musicale, Mascagni ha trovato tra le montagne della nostra regione il luogo della vocazione e dell’elezione: l’impegno in Consiglio comunale a Bolzano, lungo (dal 1948 al 1962), e poi al Senato, tra il 1976 e il 1987, li interpreta come un servizio alla comunità e alla sua elevazione culturale.
Nell’era della demagogia che blatera di rivoluzione, magari anche solo del buonsenso, riscoprire il riformismo di Mascagni come via praticabile a cambiare in meglio le cose sarebbe davvero rivoluzionario, se non altro perché il suo sogno di una cultura musicale di base, democratica, che si insegna dal Kindergarten fino all’Università-Conservatorio, è ancora tutto da completare.
Fondamentali restano i suoi alla Commissione Istruzione del Senato, quando rivendicava, controcorrente, “un’ispirazione politica autenticamente democratica, finalizzata alla diffusione per tutti della cultura musicale e alla formazione critica del cittadino altrimenti vittima dell’industria culturale. Con la capacità di tradurre i grandi principi pedagogici e ideali in proposte politiche concrete, al tempo stesso lungimiranti e graduali”. Sono di Mascagni espressioni come “la creatività è di tutti”, “la creatività è la regola non l'eccezione”.
Alla mattinata dell’intitolazione di Trento, sabato, Simonetta Bungaro ha ricordato che Mascagni ha tenuto insieme musica e cultura come “unità marciante” nei centri vivi dell’istruzione musicale, nella scuola corpo vivente di quella che non temeva di chiamare “nazione”, in un senso così diverso rispetto agli attuali destropatriottismi.
Franco Ballardini, docente del Bonporti, ha ricordato il primo incontro, sui suoi trent’anni, col Maestro (“colto austero severo ma di grande umanità”) e la sua battaglia civile per inserire la musica dentro la scuola e ha evocato un pezzo del ’56, di Massimo Mila, sulla Stampa, che elogiava il mascagniano “Starnuto” tratto da un racconto di Cechov su libretto di Fantasio Piccoli. “Da qualche parte negli archivi Rai ci dovrebbe essere la registrazione, erano tempi pionieristici”. Giuseppe Calliari, che ha curato gli scritti del Maestro (prima edizione, ormai introvabile, nel 1998), dopo aver auspicato anche una reintitolazione del Conservatorio (Bonporti è stato importante per la filologia dell’antico, ma Mascagni ha segnato il Novecento) ha rievocato una figura in cui pensiero e azione storica sono inseparabili, un “musicista politico” che ha messo insieme tradizione e rivoluzione, impegnato anche nella valorizzazione del canto popolare, contro l’enfasi dell’interprete e contro il consumo della musica in chiave esclusivamente ludica.
Maurizio Dini Ciacci, direttore d’orchestra, ha rievocato l’autorevolezza di Mascagni come musicista e musicologo, sottolineando, della Sonatina eseguita dal direttore del Conservatorio, la sapienza nei due elementi fondamentali della musica, la costruzione e la narrazione, con sensibilità per il passato e curiosità per il futuro: Mascagni mischiava con sapienza Bach e Duke Ellington. “Un umanista, un comunista di testa, la ragione il vangelo del suo agire, sempre in lotta per la dignità del pensiero”, l’ha descritto Danilo Curti, che ha anche annunciato la donazione dell’Archivio Mascagni (di Andrea e di Nella, sua compagna di una vita) alla Fondazione Museo storico di Trento.
Così le figlie Lorenza e Andreina alimentano la memoria viva e feconda del padre. Armando Franceschini, compositore, ne ha ricordato la statura umana: “Allora pensavo al pianobar e alle ragazze, ma lui mi ha insegnato non solo la composizione ma il rispetto della musica e delle persone, e anche la modestia: quando gli chiedevo perché non scrivesse di più, inventando partiture sue, mi rispondeva: è già stata scritta tanta bella musica”.
L’auspicio è controcorrente, ma va comunque “buttato lì” come una pista per il futuro: che nel nome di Andrea Mascagni, fra Trento e Bolzano, si ritrovi il filo di un dialogo tra le istituzioni della musica e della cultura. Che non ci si accontenti del nome di Haydn, ma magari – nel nome di Mascagni – altre forme di “regionalismo musicale” si possano inventare. Intorno alla musica che non conosce le barriere linguistiche ma soffre delle angustie di visione politica. Nell’80esimo della Liberazione, in questo 2025, un rilancio nel nome del Maestro Partigiano, cittadino di Trento e di Bolzano, “patrono laico” della musica regionale, avrebbe un suo perché.










