''Ho avuto paura di perdere tutto, di dover rinunciare alla ragione della mia vita sin da bambino: la musica'', a 49 anni l'Ictus e la paralisi. Storia di Omar e della sua rivincita
Dopo la comparsa di alcuni sintomi, Omar si è recato in ospedale. La diagnosi è stata terribile: ischemia. "Quando ho visto che la mia mano e il mio braccio non funzionavano più, ho pensato di aver perso tutto. Ma in quel momento è iniziata la battaglia: non potevo certo permettere all’icuts di vincere''

BOLZANO. “Ho avuto paura di perdere la vita, ma soprattutto di perdere la mia musica, che è parte di me, che è la mia anima. Quando ho visto che la mia mano e il mio braccio non funzionavano più, ho pensato di aver perso tutto. Ma in quel momento è iniziata la battaglia: non potevo certo permettere all’icuts di vincere. Ho avuto momenti bui, pensieri oscuri. Ma sapevo che sarei tornato a suonare”.
Perché se di mestiere sei musicista e di improvviso la malattia ti porta via la funzionalità della mano destra, del braccio e della gamba, quelli che fai non sono pensieri carini. Un’ischemia che ti colpisce a 49 anni, nel pieno della tua vita fatta di impegni, concerti, lezioni. Insomma, nulla di divertente. Un’esperienza più grande di lui, che, come capita spesso, gli ha cambiato la vita. Ma che non ha cambiato la sua colonna sonora.
Dopo l’ictus Omar Flavio Careddu ha letteralmente ricominciato da capo. Ha imparato di nuovo come suonare e lo ha fatto molto in fretta grazie al suo cervello da musicista, particolarmente plastico.
49 anni, musicista da sempre, Omar lo conoscono tutti. Tutti lo vedono girare per Bolzano con la custodia rossa piena di adesivi, che contiene quello che per molti è solo uno strumento ma per lui è un’estensione di sé: il violoncello. Sempre in viaggio, Omar. Accompagnato dalla moglie Elena, sorvola l’Italia e il mondo per partecipare a concerti ed eventi.
E poi ci sono i suoi ragazzi. Omar insegna musica alle scuole Afieri e Archimede. Ha studiato musicoterapia, sa molto bene come funziona il cervello di un musicista. E anche questa consapevolezza e la sua preparazione lo hanno aiutato a tornare a suonare. Perché da quel giorno in cui ha sentito la parola Ictus, Omar ci ha messo pochissimo a riprendersi. Grazie all’aiuto di medici, infermieri, fisioterapisti e della sua forza di volontà incrollabile, è tornato a suonare quando ancora si trovava in ospedale, nelle stanze e tra i corridoi del reparto.
Tutto è iniziato lo scorso 20 luglio, una domenica come tante. Davanti agli occhi di Omar ci sono decine di impegni. La settimana che sta per iniziare sarà fatta di concerti, di voli. Insomma, Omar pensa alle tante cose che ha da fare, ma non si sente molto bene. Il suo corpo gli sta dicendo che qualcosa non va. “Ho iniziato a vedere grigio e a barcollare - ci racconta - ma ho pensato a un virus. Poi però è partito il mal di testa, fortissimo e intollerabile, e mi sono accorto anche che la parte destra del mio corpo era intorpidita. Ma non mi sembrava nulla di grave, quindi sono andato avanti così tutto il giorno. La sera però vengo colto nuovamente da un mal di testa ancor più forte del precedente. Al risveglio il giorno dopo, le condizioni della parte destra del mio corpo, della mano, del braccio e della gamba erano peggiorate tanto da non riuscire più a muoverle. Dopo aver sentito la dottoressa e dopo numerose insistenze di mia moglie Elena, sono andato al pronto soccorso dell’ospedale di Bolzano”.
E lì, dopo qualche ora e numerose analisi, i primi sospetti dei medici vengono confermati: ischemia transitoria.
“Un ictus a 49 anni - racconta Omar - Io che non ho nemmeno mai fumato. Non riuscivo a crederci. Era una parola troppo grande per me, una diagnosi troppo grande per poter essere compresa a pieno”, dice.
Da quel momento il pensiero è uno solo: come faccio a tornare a suonare? “La mia vita è la musica, è il violoncello, sono i concerti. E’ il mio mestiere, ma soprattutto è la mia anima. Non è una questione di denaro, ho sempre lavorato nella mia vita e avrei trovato altro da fare per sopravvivere. Ma come sarei riuscito a sopravvivere senza suonare? Non esiste una vita senza musica, per me”.
“Sono rimasto sorpreso, spaventato e addolorato. Capivo perfettamente cosa stesse accadendo e le conseguenze di quello che mi era accaduto e da un lato ero semplicemente felice di esserci ancora. Ma sono stati giorni bui, fatti di brutti pensieri”, prosegue Omar. E come si possono affrontare questi giorni bui, chiuso in ospedale, sapendo che probabilmente la tua vita sta cambiando per sempre e che tutte le certezze stanno crollando?
“Io sono un uomo di grande fede e mi sono affidato alla preghiera. Mi sono appellato alla mia Madonna di Medjugorje, alla quale mi sono convertito 17 anni fa, dopo un lungo percorso. Ma sono anche un uomo di scienza. Quindi ho iniziato a mettere in pratica quanto ho imparato con i miei studi, soprattutto quelli legati alla musico terapia. Il cervello di un musicista è molto plastico...sapevo di potercela fare con esercizi mirati e soprattutto insistendo”.
Dopo tre giorni Omar inizia a fare esercizi per riprendere la mobilità della mano, del braccio, della gamba. E funziona. Omar tira fuori il violoncello dalla custodia perché sa benissimo che quello strumento sarà la chiave. Lo è sempre stato, in tutta la sua vita. E lo sarà anche questa volta: tra le terapie prescritte dai medici, i farmaci, gli esercizi, e la sua musica, Omar è convinto di riuscire a tornare come prima. E così inizia a suonare in stanza, nei corridoi, in reparto.
“Suonavo rendendomi conto che avrei dovuto imparare tutto da capo, come se avessi iniziato a studiare quello stesso giorno. Piano piano però la musica è tornata. Mi sono accorto che il mio cervello sapeva già cosa fare. Mi sono esercitato per ore e giorni. Non ho mollato per un secondo. E son riuscito a tornare a casa”.
E ora? A quasi un mese di distanza Omar è tornato a suonare. E’ tornato tra i suoi mille impegni, i suoi mille concerti, i suoi mille voli. E’ tornato a suonare nella sua amata Medjugorje.
“E’ come se avessi iniziato un’altra vita, ancora più bella di quella di prima. Ho imparato ad apprezzare tutto, soprattutto le persone che mi stanno accanto. Ho imparato a buttare quello che mi fa umanamente male. Ho imparato anche che bisogna ascoltare il proprio corpo. Bisogna sapersi fermare, bisogna riposarsi. Ho cambiato completamente alimentazione, basta con il junk food, ora solo cose sane. Ovviamente sono sotto controllo medico, prendo dei farmaci e continuo con le terapie”, racconta.
“Cosa mi porto dietro di questa esperienza? La consapevolezza, la gratitudine, l’amore. La musica. E anche la grande, grandissima, umanità trovata in ospedale. Ho ascoltato le storie di chi era ricoverato con me, ho capito quanta forza di volontà c’è negli esseri umani, anche quando tutto diventa difficile, o impossibile. Ma soprattutto ho visto l’impegno di medici, infermieri, oss, terapisti. Non è un lavoro, il loro, è una vocazione. Decine di pazienti, decine di vite da salvare, ore e ore di impegno di corpo e mente. Mi permetto di concludere con una battuta (che battuta in realtà non è): dovrebbero pagarli di più".












