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Trento
15 novembre | 22:40

La nostra stanchezza per l’Ucraina che muore e il reporter che non si stanca mai (FOTO e VIDEO): "Consapevoli di dover fare da soli perché l’Europa non aiuta davvero"

La guerra in Ucraina non può competere con i numeri di Gaza, ma 14.540 civili uccisi (stima Ohchr, Nazioni Unite) oltre a un milione di militari morti o invalidi sui due fronti (tre quarti russi, mandati al macello da Putin) e a sei milioni di esuli ucraini forzati in Europa sono pochi? Sono numeri accettabili? I morti di Kyiv valgono poco o nulla, sul mercato della nostra politica interna: La testimonianza del reporter Giorgio Provinciali sul campo con la compagna Alla Perdei

di Paolo Ghezzi

TRENTO. Siamo stanchi, esausti, stanchi da morire, noi italiani, noi europei, noi nordamericani. Siamo mortalmente stanchi che gli ucraini e le ucraine, donne e bambini inclusi, continuino a morire. Ci infastidiscono, ci disturbano. E nessuno scende in piazza per loro, le piazze si mobilitano esclusivamente per la tragedia dei palestinesi a Gaza, giustamente si indignano: per quella strage feroce. Intollerabile.

 

La nostra opinione pubblica tollera invece piuttosto bene la strage, continua e feroce, che prosegue agli estremi confini orientali dell’Unione europea. Certo, non può competere con i numeri di Gaza, ma 14.540 civili uccisi (stima Ohchr, Nazioni Unite) oltre a un milione di militari morti o invalidi sui due fronti (tre quarti russi, mandati al macello da Putin) e a sei milioni di esuli ucraini forzati in Europa sono pochi? Sono numeri accettabili? I morti dell’Ucraina valgono poco o nulla, sul mercato della nostra politica interna. Ma per l’Ucraina siamo stanchi. Stanchi da morire. Noi.

 

Non si stanca però uno di noi. Un giornalista che si è conquistato il titolo e l’onore sul campo di battaglia, rischiando ogni giorno la vita, ogni giorno scrivendo, per noi, di loro. Di quelli che continuano a morire. Si chiama Giorgio Provinciali, è genovese, ha 47 anni, è figlio di un giudice (forse anche per questo gli ribolle il sangue davanti a questa guerra ingiusta?), ha una compagna ucraina che si chiama Alla e con lei segue le truppe di Kyiv e segue le distruzioni di case e di vite umane provocate dalle bombe, dai missili e dai droni russi.

 

Giovanni Kessler, presidente di Eucraina, ha incontrato Giorgio durante due missioni, e io – che ho accompagnato Giovanni nella prima missione in Ucraina, nell’aprile 2022 – l’ho conosciuto l’anno scorso a Trento, dove è venuto per una conferenza molto apprezzata per chiarezza e schiettezza.

 

Lui, Giorgio Provinciali, occhi svegli da reporter e muscoli da lottatore, già obiettore di coscienza in servizio civile alla Croce Rossa, che non fa parte dell’albo e della categoria di noi giornalisti garantiti da un sindacato e da un Ordine, fa ogni giorno quello che ogni giornalista che scrive di Ucraina dovrebbe fare: andare a vedere, stare sul campo, verificare le verità ufficiali e demolire le menzogne ufficiali del Cremlino.

 

 

Nato l’8 settembre 1978 a Genova, liceo scientifico e una laurea magistrale nel ramo it dell'ingegneria, in tre anni Provinciali ha scritto millecinquecento articoli sulla guerra in Ucraina. Già questo è un record. I suoi pezzi sono reportage dal campo ma sono anche smontaggi delle fantasiose o lacunose o tendenziose notizie altrui. Per chi ama la libertà, la democrazia, l’Ucraina (e l’Europa) un Provinciali al giorno toglie la stanchezza di torno.

 

Così si racconta Giorgio: “Ho fatto centomila cose prima, ma è irrilevante. Io ho cominciato a corrispondere dall’Ucraina perché dell’Ucraina mi sono appassionato in Italia. Dove ho conosciuto la mia compagna, Alla Perdei, che faceva la modella e ora lavora con me. Anzi, io lavoro con lei, perché ha coraggio, bravura e sensibilità a dir poco invidiabili. Alla, nativa di Chernivtsi, mi ha fatto conoscere dal vivo l’Ucraina e la sua storia. Quindi ho cominciato a vivere l’Ucraina già con l’invasione del Donbas, la presa della Crimea, la rivoluzione della dignità (che in Italia chiamano spesso EuroMaidan), e poi sono risalito alla rivoluzione arancione di dieci anni prima…Qualche settimana prima dell’inizio della guerra, Alla ha deciso di tornare in Ucraina per aiutare i genitori e i suoi numerosi zii sparsi in tutte le regioni del Paese. Suo fratello prima si è impegnato nella difesa territoriale e poi si è arruolato nelle forze armate ucraine. Lei ha preso parte alla resistenza nelle prime settimane, preparando molotov e costruendo barricate.

Scoppiata la guerra, ho visto che La Ragione, per la nettezza di posizioni sull’Ucraina, era una mosca bianca nel panorama dei giornali italiani e così ho provato a mandare il mio primo articolo, firmandomi semplicemente Giorgio Provinciali. E visto che i miei primi articoli li hanno tutti pubblicati, ho cominciato a scrivere tutti i giorni. Ne ho pubblicati circa millecinquecento. Articoli che traduco personalmente anche in inglese per la piattaforma “Medium” e che qualche volenteroso s’è addirittura preso la briga di tradurre in altre lingue, fra cui persino il cinese”. In effetti, se si vuole sapere davvero che cosa succede in Ucraina, non bastano i due minuti dei tg della sera e neppure i pezzi del Corriere o della Stampa. Provinciali, ci vuole.

 

L’attacco della Russia – prosegue Provinciali – non mi ha sorpreso affatto, l’intenzione era dichiarata, ha radici storiche. Quattro secoli di vessazioni e abusi, dal trattato di Perejaslav del 1654, proseguiti con Caterina la Grande che ha abolito il Sich di Zaporizhzhia e l’etmanato di Khmelnytskyj, e sono proseguiti con il Rinascimento “sparato”, con gli artisti ucraini perseguitati e uccisi sotto i Romanov, attraverso il 1918, con la prima dichiarazione di indipendenza e l’inizio dell’Urss. Persecuzioni culminate nell’Holodomor che nel 1932-33 ha sterminato con la fame e con le armi milioni di ucraini. Putin è il risultato d’una Russia che non tollera l’indipendenza dell’Ucraina, perché a sua volta non ha mai conosciuto la democrazia: è passata dagli zar alla dittatura di Stalin, dei soviet e poi al regime trentennale di Putin. Che peraltro fu scelto da Eltsin…e allora bisognerebbe parlare anche dei clan mafiosi ucraini di Luhansk e Donetsk legati a Eltsin...insomma la Storia spiega molte cose. Dal giorno dopo in cui è finita l’Unione Sovietica è cominciato il programma per conquistare l’Ucraina. I primi presidenti ucraini cominciarono a svendere l’arsenale nucleare del loro Paese in cambio del gas. L’Ucraina era la terza potenza nucleare mondiale, con 2300 testate a lunga gittata, e 4mila tattiche. Prima con il trattato di Lisbona del 1992 e poi con il Memorandum di Budapest del 1994 hanno cominciato a indebolirla. Caterina la Grande disse che l’Ucraina è la gemma più preziosa della corona perché è sempre stata la parte più ricca e culturalmente più evoluta della regione…Quando a Mosca c’erano ancora le paludi, Kyiv era già una capitale europea con secoli di storia e cultura. Non ha mai avuto mire espansionistiche, mentre Mosca è sempre stata imperialista. L’Ucraina si era già data una Costituzione nel 1710…208 anni prima dei russi. Questo aiuta a capire la nostra civiltà e spiega la resistenza popolare in difesa di quella comunanza valoriale col mondo libero e democratico. Europeo”.

 

 

E spiega il “rascismo”, termine nato dall’unione del concetto di fascismo russo, razzismo e comunismo. L’odio etnico che arriva fino al Putin di oggi, che ritiene un diritto della cosiddetta civiltà russa il soggiogare e violentare gli ucraini “piccoli russi”, razza inferiore. Provinciali ama l’Ucraina e vede i suoi problemi, antichi e recenti. Ma è convinto che anche le inchieste sulle tangenti e i cambi dei ministri e dei dirigenti siano segno di una società viva, democratica, che ha autorità indipendenti e pluralismo informativo, ha gli anticorpi contro la corruzione, che la gente rifiuta.

 

Provinciali avverte però che gli organismi ucraini anticorruzione Nabu e Sap che hanno indagato sulle tangenti energetiche e provocato le dimissioni di due ministri non sono necessariamente al di sopra di ogni sospetto. In quegli apparati i russi vogliono infiltrarsi e in qualche caso, come dimostrato dall’arresto di Husarov con l’accusa di spionaggio, ci sono riusciti. È evidente che il tiranno Putin, su cui nessuna autorità indipendente e nessun giornale indaga in Russia, vuole bombardare con tutti i mezzi l’autorevolezza di Zelenskyj, oltre a bombardare tutte le notti il popolo ucraino. E giornali italiani come il Fatto e la Verità non vedono l’ora di liquidare la resistenza dell’Ucraina e la solidarietà europea, come dimostrano le pagine di questi giorni, in linea con il vicepremier leghista, a cui ha ben risposto il ministro della difesa Crosetto: non è che gli Alleati non hanno liberato la Sicilia perché c’era la mafia; e non è che noi smettiamo di aiutare l’Ucraina perché ci sono dei ministri corrotti. Ma quanto durerà, questa fedeltà italiana alla causa di Kyiv?

È stanco anche Giorgio Provinciali, quando ci confessa, al telefono, una di queste mattine, da un imprecisato luogo di questa guerra che sembra non finire mai:

 

“C’è un grande senso di abbandono e di solitudine, soprattutto fra i soldati al fronte, tra cui la stima per Zelenskyj – che ho conosciuto e ammiro, anche per come si è mosso sul caso tangenti – è altissima, perché è presente. Al fronte quanto nelle città. Ascolta le necessità di soldati e civili. Con le sue scelte ha influenzato il corso degli eventi salvando più volte il suo Paese dal baratro. Ha saputo compiere scelte lungimiranti come quella di risanare la rete stradale, impedendo alla logistica militare ucraina di collassare ora che i russi bombardano le sue infrastrutture ferroviarie. Ha equiparato la corruzione all’alto tradimento. Ha saputo tenere posizioni ferme in politica internazionale senza cedere a facili provocazioni e senza inciampare in trabocchetti. Nelle truppe e fra la gente c’è ancora la convinzione di poter resistere e vincere. Ma c’è anche l’acuta consapevolezza di dover fare da soli, perché l’Europa non ci aiuta davvero. I tempi in cui vidi sventolare la bandiera a stelle in cerchio sull’ultimo avamposto prima di Bakhmut sono distanti. Di soldati con lo chevròn europeo orgogliosamente al braccio che gridano 'qui c’è l’Europa, là ci sono le paludi' non ne incontro più. Sono profondamente delusi dall’ultimo pacchetto di timide sanzioni alla Russia, che dimostrano come l’Europa abbia paura di colpire davvero la Russia, rimandando il divieto di acquisto gas al 2027. La colpiscono davvero, invece, i razzi ucraini a lunga distanza che mirano i depositi petroliferi in Russia. I missili a lunga gittata tra l’altro già li producono internamente, non hanno bisogno dei Tomahawk, ma d’un gesto che faccia capire al mondo da che parte sta il cosiddetto mondo libero. Un gesto che può arrivare anche dalla consegna di quel tipo di arma. E ovviamente il sostegno politico e finanziario. E invece loro ora vedono l’Europa inginocchiata davanti a Trump, che è legato a Putin a doppio filo tanto da poter affermare che sia il miglior asset a Washington che Mosca abbia mai avuto”.

 

 

Giorgio cerca di prevenire il rischio adattandosi al contesto in cui si trova: vestendosi di bianco se nella neve, di verde se in mezzo alla campagna, ocra se nella sabbia, grigio tra le macerie. Ha imparato sul campo che Putin odia la libera stampa e che la scritta Press non salva affatto in certe situazioni, come hanno dimostrato le uccisioni d’oltre 130 fra reporter, ucraini e stranieri. Lui racconta la resistenza eroica d’un popolo che si batte per valori comuni a tutto il mondo libero.

 

Provinciali prosegue, amaro: “Gli ucraini pensavano di resistere anche a nome dell’Europa. Invece si trovano a dovere resistere da soli, per se stessi, e arrivati a questo punto credono di dover costruire da soli le proprie garanzie di sicurezza. Incluso il deterrente di cui l’Ucraina s’è spogliata, se necessario. In Ucraina non c’è fiducia in un cessate il fuoco, perché Putin non ha interesse a fermare gli attacchi e continuerà e perché Trump in sostanza lo lascia fare, come si era capito fin dall’inizio. Putin non smette perché può continuare a sacrificare materiale umano raccattato da oltre 36 Paesi diversi, materiale bellico e altri uomini dalla Nord Corea, tecnologie e componentistiche cinesi in quantità industriali e denaro sonante per acquistarle, in arrivo con cadenza mensile e per miliardi di euro dall’Unione Europea almeno sino al 2027. Perché le cosiddette sanzioni inizieranno a mordere 13 anni dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Cioè quando sarebbero servite in risposta. Non avendo alcun dissenso interno e nessuna deterrenza esterna ma potendo contare sul silenzio-assenso della prima potenza economica e militare al mondo, perché - seguendo la sua logica criminale - dovrebbe fermarsi?”.

Giorgio e la sua compagna Alla hanno dovuto ricostruire per due volte il tetto della loro casa bombardata, ma il genovese dal forte accento ligure che adesso parla sempre meglio l’ucraino è diventato un duro come un ucraino che tiene duro. Ha il look del soldato, più che del giornalista, muscoloso, scattante, come dev’essere per sopravvivere ai droni killer di Putin e dei suoi amici. Scattante è anche nella scrittura, che non evita le polemiche ed entra di petto nelle narrazioni contraddittorie di questa sporca guerra. Dice ancora: “L’Ucraina ha il patrimonio industriale e ingegneristico sufficiente per prodursi tutte le armi che le sono necessarie, ma ha bisogno dell’aiuto economico dell’Occidente. E l’Occidente finora ha costretto l’Ucraina a combattere con una mano legata dietro la schiena”.

 

Già, le armi. L’obiezione pacifista, cattolica e di sinistra, molto diffusa in Italia: “più armi si danno più muoiono le persone, più dura la guerra”, come la valuti? “Mi fa impressione e mi fa soffrire. Non è così: che Putin conosce solo la legge della forza e dunque la resistenza ci vuole. Questa è una guerra ibrida, che si combatte sul fronte militare e sul fronte dell’informazione. Sul fronte militare in Ucraina sappiamo benissimo che cosa dobbiamo fare, mentre sul fronte del giornalismo italiano non si capisce mai dove inizia l’opinione e dove finisca la cronaca. Alcuni colleghi inviati in Ucraina sembrano non cogliere la realtà della guerra. Per muoversi in un Paese e poterlo descrivere davvero occorre entrare nel suo tessuto sociale, quantomeno parlando la lingua e muovendosi autonomamente, senza dipendere da fixer e sherpa vari. Si tratta anche di ragioni di sicurezza. Sono raccomandazioni che darei anche in tempo di pace ma che in guerra possono fare la differenza tra vivere e morire. Soprattutto di fronte a chi ha ampiamente dimostrato di considerare carta straccia ogni regola del diritto internazionale e umanitario. E' anche importante diversificare le tematiche, ascoltare con le proprie orecchie, parlare con la gente senza filtri e interpreti, vivere con civili e soldati per comprenderne paure, necessità, speranze. Oltretutto, la guerra moderna non è affatto identica a quelle precedenti. Sovente si vedono corrispondenti che hanno lavorato in contesti di guerra precedenti, oggi completamente spiazzati. Anche nell’ambito della stessa guerra, le tecnologie hanno reso completamente diversi gli scenari. Noi che viviamo continuativamente qui abbiamo saputo e dovuto adattarci a questa repentina evoluzione del modern warfare”.

Per dare l’idea di come scrive Giorgio, ecco un estratto da uno dei suoi ultimi reportage su La Ragione – “Addobbi di Natale” del 12 novembre – dalla provincia ucraina lontana e vicina dal fronte: “Synelnykove – Per avere un’idea dell’andamento della guerra basta farsi un giro da queste parti. Si scoprirebbe che città un tempo floride e piene di vita come Synelnykove, che distano appena una quarantina di chilometri da megalopoli come Dnipro (la terza città più popolosa e il motore industriale dell’Ucraina) sono oggi ridotte a lande spettrali in cui sfrecciano i mezzi militari in continuo andirivieni dal fronte. I cassonetti dell’immondizia tracimano pattume per strade deserte in cui di tanto in tanto s’intravede qualche sparuto gruppetto di bambini rincorrersi verso il primo rifugio, mentre la voce grave che accompagna le sirene dell’allerta aerea annuncia l’ennesimo raid russo. 'ПОВІТРЯНА ТРИВОГА! ПОВІТРЯНА ТРИВОГА'. A ogni ripetizione quel timbro serio e profondo si tramuta in una supplica: Mettetevi al riparo. Mettetevi al riparo, è in corso un violento attacco aereo. Mettetevi al riparo".

 

Nonostante quello scongiuro, i civili all’interno del supermercato nella piazza della stazione ferroviaria locale – una delle poche attività commerciali di Synelnykove a non aver chiuso i battenti – continuano a muoversi fra le corsie come se niente fosse. Esposti su quegli scaffali si trovano già gli addobbi natalizi. Incluse le luminarie, malgrado quello stesso market sia alimentato dai generatori elettrici a scoppio. La luce a Synelnykove manca talvolta anche per ventiquattr’ore di fila e compiere gesti banali come pagare con la carta in un negozio può richiedere anche dieci minuti. Nell’ambito d’una serie di strike mirati alle infrastrutture ferroviarie ucraine, l’aviazione russa ha recentemente colpito la stazione dei treni locale, che ora è quasi del tutto ricoperta da pannelli di compensato. A due giorni di distanza dal violento attacco russo contro quella di Kamianske, mi sono così trovato a documentare un crimine identico di cui ben pochi in Occidente hanno parlato.

 

Pokrovsk dista da qui ben 142 chilometri. Il fronte Sud di Orikhiv all’incirca altrettanto. Nonostante ciò, a Synelnykove s’inizia a respirare quell’aria che solo chi ha vissuto le prime linee percepisce. Tenere quei bastioni è vitale perché ogni avanzamento russo al fronte si ripercuote brutalmente nelle retrovie per distanze simili. I droni russi – cioè, in larga parte cinesi – Geran’ martellano ormai quasi quotidianamente queste zone, che ora vengono raggiunte anche da vecchie bombe aeree plananti d’epoca sovietica dotate di propulsori a turbogetto – anch’essi cinesi – in grado d’estenderne la gittata fino a 200 chilometri. Si tratta d’ordigni poco precisi ma devastanti, che possono demolire palazzi alti cinque piani. Mosca li impiega diffusamente nell’Ucraina meridionale per colpire oltre il raggio d’azione delle difese ucraine. Non di rado in zone come questa si trovano infatti crateri ampi quanto campi da calcio in prossimità delle infrastrutture energetiche e del trasporto”.

 

Dello straordinario lavoro di Provinciali su La Ragione si è accorta da poco anche la Rai (Zapping) e si è accorta una brava giovane scrittrice ucraina come Olesia Filipenko su Medium: “Il giorno in cui ho potuto incontrarlo è finalmente arrivato: GP è arrivato a Kyiv per documentare le conseguenze dell’ultimo devastante attacco russo sulla capitale: distruzione, feriti, morti e blackout totali con zero elettricità, niente acqua e internet per 24 ore di fila. He’s a war reporter, you know. È un reporter di guerra, sapete. Non un giornalista che viene per pochi giorni, una settimana al massimo, a raccontare un Paese che dà il sangue lottando per la sua esistenza. Lui documenta i crimini di guerra russi, lui scrive dalle trincee e dalle città distrutte”.

 

Per continuare a vivere e a scrivere, Alla e Giorgio hanno lanciato anche una campagna di raccolta fondi per acquistare drone detectors che servono a salvarsi dai droni assassini di Putin. Si può contribuire così su PayPal per Alla Perdei (Qui info).

 

Un po’ di titoli degli articoli di Provinciali nelle ultime settimane testimoniano la sua eccezionale capacità di stare sul pezzo, di non mollare mai: Accerchiata la realtà, Diritto stracciato, Pokrovsk è circondata. Dalle fake news, Il fronte che non c’è sulla mappa, Nebbia fitta anche sugli aiuti.

 

C’è un bisogno drammatico di informazione, in un’Italia avvelenata dalla propaganda di Mosca e dal qualunquismo anti-occidentale alla Travaglio. E va dato merito alla piccola Ragione il coraggio di tenere aperta, ogni giorno, una finestra sulla realtà di chi resiste, e viene ucciso. Come va dato merito al Foglio di pubblicare Peduzzi e Sofri, altre due delle poche voci fuori dal coro del sostegno prudente e moderato alla causa dell’Ucraina, quando va bene.

 

Sabato scorso, per dire, al convegno sul grande Zygmunt Bauman nel centenario della nascita, ho citato un passo di un illuminante libro del russo Alexandr Etkind sull’impero putiniano, che riconosceva al sociologo polacco Bauman l’intuizione di una Russia post sovietica che si basa sul petrolio, sul gas, sulle armi e sulla paleomodernità ereditata dal comunismo.

 

Ebbene, a quello stesso convegno, il professore di letterature comparate Stefano Tani, che conosce bene Bauman, l’America e i libri, ha ripetuto ad alta voce ciò che ha scritto nel libro “L’eredità di Zygmunt Bauman”: “...le mastodontiche sciocchezze di 70 anni di guerre perdute perché fatte e spesso anche fatte fare ai cosiddetti alleati (sudditi) per interessi solo americani, ma abilmente propagandate come guerre sante per il bene di tutti: Corea, Vietnam, Iraq, Afghanistan, e poi il conflitto russo-ucraino, voluto e fomentato dagli Usa per dissanguare l’Europa e rinsaldare un’egemonia periclitante”.

 

Avete inteso bene, la mastodontica affermazione antifattuale del professore: la guerra di Putin non è stata “sfruttata” o “strumentalizzata” dagli Stati Uniti, tesi che si può anche sostenere. Ma proprio “voluta”. Ergo: l’innominato Tiranno di Mosca è innocente, ha le mani pulite, il 24 febbraio 2022 non c’è stata alcuna invasione armata di un libero Paese europeo, la resistenza ucraina è evidentemente una parte della commedia scritta dai veri Cattivi della Storia: la Nato, l’Occidente, l’America.

 

Avete capito perché ci sarebbe bisogno non di uno, ma di dieci, di cento Giorgio Provinciali? Avete capito perché la sua dose quotidiana di notizie è un pane quotidiano che ci è necessario? Slava Ukraini, Gloria all’Ucraina aggredita dal ricercato dalla Corte penale internazionale Putin, viva l’Ucraina europea e capace di combattere la corruzione (nel resto d’Europa è stata abolita, la corruzione, e non ce ne siamo accorti?), resistiamo contro il tiranno di Mosca e gloria a Giorgio Provinciali e alle giornaliste e ai giornalisti che hanno pagato con la vita il loro voler testimoniare. In prima persona e in prima linea. Come GP, da Genova. GP l’ItalUcraino che resiste.

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