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Don Dante, Lampedusa e l'emergenza umanitaria. Vincenzo Passerini: "Dobbiamo imparare l'accoglienza"

L'intervista al presidente del Cnca: "I muri sono un insulto sia ai morti che ai vivi, imparare ad accogliere l'altro è fondamentale per poter vivere in pace"

Di Donatello Baldo - 03 ottobre 2016 - 00:04

 TRENTO. Alla presentazione del libro di Piergiorgio Bortolotti “Don Dante visto da vicino”, incontriamo Vincenzo Passerini presidente del Cnca, il coordinamento delle comunità di accoglienza. Lo abbiamo intervistato.

 

Nel libro di Bortolotti si legge che don Dante era un uomo che sapeva ritirarsi in preghiera. Un uomo che però non le mandava a dire e qualche parolaccia la diceva, ma anche un uomo “con le lacrime in tasca”, che spesso cedeva alla commozione. Il fondatore del Punto d'Incontro è morto nel febbraio 2013. Nello stesso anno, in ottobre,  a Lampedusa sono morte in mare 366 persone. Oggi ricorre l'anniversario della tragedia.

Don Dante cosa avrebbe fatto di fronte a questo dramma: avrebbe pianto, pregato, imprecato?

 

Avrebbe pianto, pregato, imprecato. Avrebbe protestato, ammonito. Avrebbe ammonito i nostri cittadini ad accogliere, a guardare con umanità queste tragedie, a non girare la testa dall'altra parte.

Quella di cui oggi ricorre l'anniversario non è nemmeno il più grande naufragio di questi ultimi anni, vicino alle coste libiche è affondata una nave con un carico di quasi 900 persone che sono annegate.

 

Sono numeri impressionanti, una tragedia dalle proporzioni enormi.

Solo quest'anno sono più di tremila le persone che sono morte nel tentativo di attraversare il Mediterraneo. Si continua a morire. Di fronte a questo dobbiamo ricordare che abbiamo l'obbligo di salvare le persone, il dovere. Sono persone in fuga che devono essere accolte.

 

Ma c'è chi alza i muri, che srotola chilometri di filo spinato.

Quelli che costruiscono i muri è come se dicessero: “I morti non sono nostri, i vivi non sono nostri, sbrigatevela voi”. I muri sono un insulto sia ai morti che ai vivi.

Sessant'anni fa l'Ungheria veniva invasa dall'Urss, 200 mila profughi lasciarono il loro Paese e furono accolti dagli stati dell'Europa occidentale. Oggi l'Ungheria alza le barriere sul proprio confine. Questa non è civiltà. (Ma su questo fronte almeno una buona notizia, il referendum voluto dal premier ungherese Orban contro i profughi non ha raggiunto il quorum, ndr)

 

Domani sarai al Brennero, dove alcuni vorrebbero tornasse una frontiera.

Le ricorderemo proprio lì le vittime. Celebreremo in questo luogo simbolico il 3 ottobre, per dire che i muri sono una vergogna, per dire all'Europa che è necessario suddividersi le responsabilità dell'accoglienza. Saremo al Brennero per non dimenticare, per ricordare questa immane tragedia, la più grande del nostro tempo.

 

Perché c'è il rischio di dimenticare, di minimizzare. Si rischia anche l'assuefazione: ci si abitua alle tragedie?

Non c'è dubbio che una tragedia continua rischia di creare un atteggiamento di assuefazione, proprio per questo dobbiamo tenere desta la sensibilità, dobbiamo tenere svegli i nostri concittadini. Per farlo c'è solo un modo, quello di praticare l'accoglienza, parlare con queste persone, incontrarle, ascoltarle, conoscerle. Dobbiamo uscire dagli schermi televisivi, dalla notizia mediata: il nostro mondo ha bisogno di relazioni, di praticare relazioni umane vere.

 

C'è quindi una distanza tra la realtà e la sua rappresentazione?

Certo, le nostre comunità crescono soltanto attraverso il confronto, anche con i profughi, con i rifugiati. Incontrandoli personalmente possono avere la fortuna di sentirle dal vero le loro storie. Per questo è importante moltiplicare gli incontri tra i cittadini trentini e i profughi accolti sul nostro territorio, per abbattere gli stereotipi, per abbattere muri.

 

Ousman, un richiedente protezione umanitaria proveniente dal Gambia accolto alle ex caserme Bresciani, ieri ha corso la Trento Half Marathon. Lui corre tutti i giorni, si allena lungo l'Adige. “Corro anche per dimenticare la tragedia che mi porto dentro”, ci ha raccontato.

Purtroppo i nostri concittadini vedono i profughi alla tv, credono siano dei buontemponi, dei fannulloni seduti tutto il giorno con il cellulare in mano, dei parassiti. Ma queste sono idee sbagliate, pregiudizi. Ognuno di loro ha vissuto traumi incredibili, la prigionia, il lutto, hanno visto morire i loro cari, i loro amici, hanno visto le loro case distrutte, la loro terra umiliata. Questi hanno attraversato il deserto, il mare. Quasi tutte le donne che arrivano in Italia hanno subito violenza. Queste persone hanno bisogno doppiamente della nostra amicizia, della nostra comprensione.

 

Le nostre comunità sono pronte ad affrontare questa questa nuova realtà della migrazione che porta in Italia e in Europa un numero consistente di profughi?

Don dante 40 anni fa ha insegnato ai trentini ad accogliere i senza dimora, a guardarli non come barbari, non come esseri strani da cui tenersi alla larga, ci ha insegnato ad accoglierli come persone. Qui siamo al Punto di incontro, e questo luogo non era visto bene, i vicini si lamentavano, la città diceva che questa iniziativa avrebbe rovinato il decoro urbano. Poi la gente ha iniziato a capire, a comprendere, a condividere. Allora le persone hanno imparato ad accogliere i senza dimora, adesso il nostro compito è avere pazienza e ostinazione per lavorare affinché la nostra comunità impari ad accogliere questi nuovi senza dimora. Ogni stagione ha i suoi emarginati, ora sono i rifugiati, e come allora la nostra comunità deve imparare a accettarli.

 

Imparare. Ma si impara l'accoglienza?

Sì che si impara, si impara a guardare gli altri in maniera diversa: non tutti ci arrivano istintivamente, serve un'educazione a riconoscere le fragilità, a incontrare l'altro. Istintivamente dall'altro ci si allontana, anche per colpa dei pregiudizi: sono tutti terroristi, portano le malattie, rubano.

 

Chi ci insegna ad accogliere?

Ci vuole qualcuno davanti, uno cento mille. Ci vogliono le istituzioni, la stampa, i gruppi, le associazioni, in modo che tutti assieme si impari a cancellare i pregiudizi, che assieme si riconosca dignità umana a ciascuno che ci chiede aiuto.

 

Sono passati anni da quando ti sei messo in fila davanti alla questura di Trento con i migranti che dovevano rinnovare il loro permesso di soggiorno. Denunciavi la situazione delle istituzioni che non erano pronte a dare risposte ai bisogni di chi chiedeva aiuto. Anche quella era una specie di educazione. Le istituzioni, oggi, devono essere educate all'accoglienza?

Ci sono tante realtà che lavorano bene, che si mettono a disposizione e che lo fanno con professionalità. Penso al Cinformi. Ma ci sono anche istituzioni che non accolgono, penso ai tanti Comuni che non hanno dato la loro disponibilità. Questi sì che devono imparare l'accoglienza, devono imparare a superare i pregiudizi. L'accolgienza è un dovere morale ma anche istituzionale, lo dice la Convenzione di Ginevra, lo dice la nostra Costituzione, le leggi dello stato.

 

Alcuni sindaci non accolgono i richiedenti asilo perché devono farsi rieleggere. L'accoglienza diventa una questione anche politica.

E' ormai una delle discriminanti del dibattito politico mondiale. Ci si divide di più sui migranti che non sulle questioni economiche. C'è troppo spesso propaganda, c'è speculazione, i migranti tornano utili per il mercato della politica. Purtroppo solo una minoranza del fronte politico ha capito la gravità del fenomeno, in pochi sono consapevoli del fatto siamo entrati in una nuova fase.

 

Questo è un problema, dovrebbe essere la politica a governare queste fasi.

La migrazione, gli spostamenti, questi sono fenomeni destinati a crescere. La politica miope che non vede, che nasconde la testa sotto la sabbia per paura di perdere voti sarà costretta a scontrarsi con la realtà. C'è bisogno di responsabilità, non serve a nulla dire “Non li volgiamo”. Ci sono 65 milioni di profughi nel mondo che l'anno scorso hanno dovuto abbandonare le proprie case, non serve a nulla dire se si è d'accordo o non si è d'accordo con tutto questo, è necessario affrontare la realtà delle cose.

 

Non c'è alternativa all'accoglienza.

Altrimenti cosa si vuole fare? Creare conflitti permanenti, guerre civili, etniche, religiose, alimentare odio? E' nell'interesse di tutti quello di costruire condizioni di convivenza, comprensione, tolleranza. Imparare ad accogliere l'altro è la condizione fondamentale per poter vivere in pace in questo mondo.

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