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Ex Lettere: teatranti, musicisti, creativi tutti in fila per immaginare la nuova cittadella culturale

Negli scorsi giorni il Comune ha aperto le porte della struttura per invitare la cittadinanza (GUARDA LE FOTO) a fare proposte e a avanzare progetti entro il 13 gennaio. La scommessa è ricca ma chi parteciperà dovrà garantire grossi capitali in fase d’avvio e, di più, in corso d’opera

Di Carmine Ragozzino - 24 dicembre 2016 - 15:45

TRENTO. E se i “portatori di visione” – così come li ha chiama, speranzosamente, l’assessore alla cultura – si rivelassero alla fine “promotori di divisione”? Il rischio aleggia, e non poco, dopo l’istruttiva visita guidata, (imprevedibilmente affollata) alla scoperta degli spazi della dismessa facoltà di lettere e filosofia. Visita che il Comune ha organizzato qualche giorno fa. Era un’ispezione ispirata, meritoriamente, da un atto di buona volontà amministrativa. Era, infatti, l’avvio di un “processo partecipativo” mirato all’ambizioso progetto di trasformazione del grande compendio edilizio dell’ex ospedale Santa Chiara, (chi se lo ricorda più?). Compendio che nei piani del Comune potrebbe diventare un articolato polo cultural-creativo e perché no, ricreativo.

 

La prospettiva è resa possibile dal potenziale e ricco finanziamento – parecchi milioni di euro – chiamato fondo strategico territoriale della Provincia. Ne beneficerebbe il capoluogo se sarà in grado di mettere nero su bianco - entro fine gennaio - una proposta capace di attivare il finanziamento. Per ora il Comune ha chiara solo la “missione” di un intervento che al momento è comprensibilmente indefinito sia nei tempi che nei modi. Insomma, a palazzo Geremia sembra sappiano quello “che vorrebbero”. E vorrebbero, cioè, che l’ex facoltà di lettere e filosofia diventasse il tassello più grande e forse più innovativo di una cittadella multidisciplinare che completi e modifichi se necessario le attività del Centro Santa Chiara. Una cittadella di cultura e creatività, (specie giovanile) che dovrebbe crescere ospitando e razionalizzando esperienze già presenti, (consolidate e non) stimolandone altre. Il tutto per “produrre culture, (termine da interpretare al plurale ovviamente) determinando in prospettiva anche possibilità di lavoro creativo.

 

Ai partecipanti al tour tra innumerevoli aule, tra sotterranei-archivio e sottotetti suggestivi - che nei vari piani sommano la bellezza di 4000 metri quadrati – il Comune chiede di far arrivare entro mezzogiorno del 13 gennaio le loro idee. E dalla successiva selezione dei contributi dovrebbe nascere il bando. Un bando che mira a trovare, (su scala nazionale ed europea), chi dovrà condurre la trasformazione, (partecipando alla spesa che s’annuncia ingente) e soprattutto gestire la futura cittadella. Una gestione che dovrà assicurare da una parte attività quasi 24 ore su 24 e dall’altra un’economia che non pesi sull’amministrazione pubblica. Tutto, dunque, meno che una bazzecola.

 

Insomma, siamo di fronte ad una “ scommessona”, una sfida tanto bella e intrigante quanto ardua e incerta. Tanto per dirne una tra le tante: occorre trovare la quadra tra esigenze e dimensioni fortemente diverse dei futuri e potenziali fruitori degli spazi. E sono spazi che, naturalmente, andranno radicalmente modificati nella struttura, nelle metrature, nei collegamenti tra l’uno e l’altro. Nel complesso lavora già il Centro Servizi Santa Chiara: occupa porzioni fisiche e culturali del complesso che non si capisce se e come possano essere modificabili, a partire da un utilizzo non più esclusivo del Teatro Cuminetti. Adiacente al comparto, ad uno sputo dall’ex Lettere e Filosofia nelle “rinate” scuole Bronzetti, adesso c’è pure il Conservatorio. E il Conservatorio punterebbe ad espandersi sull’ex facoltà. Poco distante, verso via Piave, operano i Minipolifonici: altro potenziale protagonista. Ad un passo c’è pure la Fondazione Bruno Kessler, teorica fucina di ricerca.

 

Tra le aule e i corridoi dell'ex Facoltà di Lettere

Il Comune, nel ragionare senza dettagli di prospettive per l’area in questione, non può oltretutto scollegarla, (almeno idealmente) con il Muse e con le Albere. Ebbene, già ipotizzare una sinergia non parolaia tra queste “grosse” realtà culturali è un’impresa per la quale il “buona fortuna” al Comune ha tutte le lettere maiuscole. Ma qui si va oltre. Il Comune immagina di mettere in relazione, (con una rete oggi assente e dalle maglie strette) le grandi istituzioni culturali con la miriade di piccole e medie realtà ipoteticamente interessate a trovare posto e funzione nella futura cittadella. E a tutti chiede di “integrarsi tra loro”: una discriminante. Ecco, infatti, cosa immagina il Comune: “Un progetto e un itinerario di ricerca e di proposta che superi delimitazioni di genere, di linguaggio, di separazione fra produzione e fruizione e trovi il proprio centro nella vitale apertura a momenti di confronto con altre esperienze, altre provenienze, altre geografie. Un luogo di relazioni fra soggetti culturali, coniugando una rinnovata capacità dei maggiori player della cultura locale di focalizzare i temi innovativi, la capacità di valorizzare, stimolare e far crescere i fermenti culturali spontanei della città. L'utilizzo deve mirare a far vivere il contesto lungo tutto l'arco della giornata e per l'intera settimana, definendolo come una centralità urbana e come snodo di un brano di città che non può essere interpretato se non unitariamente”.

 

L’assessore alla cultura Robol si aggrappa a questo abbozzo di “visione”. E ne fa un mantra. Ma per ora – anche alla luce del misto tra perplessità e meraviglia colto nei capannelli della visita - l’unica “visione” che sembra prevalere è quella dell’abbondanza di scatti fotografici e di misurazioni a spanne. Un lavoro che nella visita guidata dal disponibilissimo ingegner Franzoi ha impegnato teatranti, musicisti, creativi d’arte varia e spesso confusa in architetti improvvisati. Archietti dell’immaginario e dell’immaginifico. Tutti a scattare, prendere appunti, calcolare se gli spazi attuali possano adattarsi alle proprie esigenze o possano trasformarsi in base a molteplici e non collimanti necessità. Il Comune, entro il 13 gennaio, rischia di essere inondato da una gran mole di materiale. Ma è probabile che si tratti di una montagna di “desiderata” in ordine sparso, di un puzzle difficilmente componibile. La sinergia tra realtà cultural/associative della città e della provincia, (sì perché il respiro dell’ipotesi ha necessariamente confini larghi) non è mai stato un dna di un universo ricco “anche” di autoreferenzialità. Non c’è mai stata una politica culturale premiante – e dunque stimolante - rispetto ad una reale “messa in rete” di idee, competenze. Forza volontaria, economie, passioni. Per dirla tutta - e senza alcuna volontà di demolire l’anelito sinceramente democratico del Comune - c’è il pericolo che un siffatto “processo partecipativo” possa determinare aspettative destinate ad essere sonoramente frustrate. Non si vorrebbe, insomma, che tanti potenziali fruitori e animatori della futura cittadella la considerassero solo una soluzione logistica. E d’altronde una “visione” può nascere solo da percorsi di lunga durata, da sperimentazioni sottoposte a valutazione, da esperienze consolidate. Non certo da un’occasione, seppur gran bella occasione.

 

Qualche idea il Comune ovviamente ce l’ha – dice Robol rassicurando più se stesso che gli interlocutori – ma è giusto aprirsi alle idee di tutti”. Sarà utile capire da subito, però, come e quanto il Comune abbia elaborato “propri” ragionamenti e proprie ipotesi. Sarà utile capire, da subito, quanto peseranno sulla bilancia delle future scelte le indicazioni di enti e realtà istituzionali “forti”, quelle che dragano il grosso delle risorse finanziarie pubbliche con una scarsa abitudine all’apertura verso i “piccoli”. Sarà utile capire se il Comune pensa ad un virtuoso assemblaggio di quello che già esiste sul territorio o se esiste un’innovativa e coraggiosa direzione tematica legata alla ristrutturazione dell’intero comparto. Ristrutturazione che è prima funzionale, (con funzioni condivise) e solo successivamente tecnica.

 

Più musica, più teatro, più espressività, più tecnologia, più start up? O di tutto un po’? E poi come rapportare politiche culturali e politiche giovanili, (già considerarle politiche diverse è un errore grave) nel momento che al comparto del Santa Chiara si immaginano due percorsi di intervento separati per l’ex facoltà e per la ex mensa universitaria. Sono domande aperte che lasciano inevase parecchie questioni. Come farà – se mai si farà – la cittadella ad auto sostenersi finanziariamente? Ci si concentrerà su una politica di “affitti degli spazi”? Si investiranno risorse in progetti oltre quelle ingenti e per altro parziali delle ristrutturazioni? E ancora, se la cittadella multiculturale dovesse davvero operare come sogna il Comune, (sette giorni su sette di attività), movimentando presenze rilevanti tra chi “fa” e chi “fruisce” come si affronterà il problema dell’assenza già oggi emergenziale di parcheggi nella zona? Infine la domanda delle domande. Chiunque dovesse azzardare il bando dovrà garantire grossi capitali in fase d’avvio e, di più, in corso d’opera. Ma chi sborserà “tanto” sarà poi anche disposto a farsi interlocutore “disponibile” della città e della provincia oppure le sue strategie saranno dettate dal “far di conto”? Risposte al momento non ce ne sono. E forse al momento nemmeno se ne possono pretendere. Ma si può dare un consiglio spassionato e appassionato: prima del bando il Comune bandisca ogni approssimazione.

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