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Gli ingegneri al Comune: "Noi ci siamo per la Trento del futuro". Parole chiave: trasporti, ambiente, bellezza

L'Ordine ha invitato Maurizio Tira, rettore dell’università di Brescia e “deus” riconosciuto della tecnica e della pianificazione urbanistica, a discutere di Prg. Presente anche il sindaco Andreatta che ha preso appunti. Ecco quali sono le sfide del domani

Di Carmine Ragozzino - 01 dicembre 2016 - 18:59

TRENTO. Hanno discusso sottoterra. Al Sass, sassi e storia sotto piazza Battisti. Ma l’auspicio, la speranza, è alla luce del sole. E’ la speranza che il futuro – (futuribile?) – piano regolatore di Trento abbia il marchio della lungimiranza che nel passato urbanistico della città o s’è vista poco o non s’è vista per niente. Gli ingegneri si propongono come interlocutori dell’amministrazione comunale che s’appresta alla revisione – sarà dura, sarà rischiosa, così come è sempre stato – dell’ultimo Prg. Quello targato Busquet, il catalano, che promise tanto e vide realizzato il minimo. Interlocutori inter pares – ci tengono a sottolineare all’Ordine guidato da un Armani che si prodiga a rassicurare preventivamente architetti, urbanisti e quant’altri si considerano più titolati a ragionare di crescita e sviluppo della città. “Nessuna intenzione di scavalcare nessuno, né di usurpare ruoli. Ma da dire abbiamo tanto. E siamo a disposizione”.

 

Come? Per ora con un paio di convegni di stampo molto più filosofico che tecnico. Il primo si svolse a luglio e provò a radiografare pregi e difetti dell’attuale spazio urbano con un protagonista dell’architettura europea quale Carrillo De Graca. Il secondo, appunto, ieri. Ospitando, Maurizio Tira, fresco rettore dell’università di Brescia e “deus” riconosciuto della tecnica e della pianificazione urbanistica. Chi s’aspettasse gli ingegneri ancorati a tubi, tiranti, calcolo dei pesi e altre quisquiglie che fanno stare in piedi i palazzi e organizzano i servizi che ci stanno attorno sarebbe uscito piuttosto sorpreso dal confronto al Sass. Al centro dell’incontro – infatti – c’era l’uomo. L’uomo con i suoi bisogni sociali e culturali, con la sua necessità di vivere “meglio” e di vivere “sano”. Ed è intorno all’uomo, al cittadino che quando si parla di Prg – e dunque di soldi - non ha nulla da vendere e nulla da comprare che dovrebbe concentrarsi l’interesse, la mission, della programmazione urbanistica.

 

Un paio di concetti tra i tanti espressi nel convegno vanno sottolineati in rosso. Sono la “qualità della committenza” e la qualità del progetto. Scontato? Sarà. Ma quando si prova a redarre un Prg che deve valere per il domani e anche per il dopodomani di una città è indispensabile che il “committente”, nella fattispecie il Comune – abbia chiaro l’obiettivo che vuole raggiungere e la trasparenza del percorso per arrivare all’obiettivo. Ridisegnare la città può essere – come spesso è successo e succede ovunque – il goffo tentativo di assemblare desiderata economico affaristici a volte agli antipodi tra loro o può essere, al contrario, agire e impostare norme secondo una strategia virtuosa e coraggiosa. Strategia – si è capito negli interventi del convegno degli ingegneri – che ha per bussola la salvaguardia ambientale, il riuso e non l’abuso del territorio, l’ecologia “sociale” nell’organizzazione e nella funzione da attribuire agli spazi urbani.

 

E perfino – tutt’altro che un’eresia – quella “bellezza” che non è un concetto estetico ma una garanzia culturale irrinunciabile se è vero, come è vero, che bellezza architettonica e armonia degli spazi tra partecipazione o disinteresse determinano la differenza tra “star bene” o “star male” nel vivere o praticare una città. Qualità e bellezza quindi. Volo alto, forse perfino altissimo se solo si allarga lo sguardo oltre la minuscola bomboniera del centro storico di Trento. Se ci si sposta lungo una via Brennero il post industriale (Sloi eccetera) inquinante ed inquinato è in atto da decenni un tragico inno all’indecisionismo e al “vorrei ma non ho più una lira per bonificare”. Immaginarsi in quelle aree un futuro urbanistico è stato per troppo tempo un esercizio tanto parolaio, (ma costoso nelle prestigiose consulenze) quanto illusorio.

 

E, ancora, la periferia. Una periferia senza equilibrio e senza un’anima tanto nella collina confusamente agglomerata quanto nei sobborghi-città a nord, tipo Gardolo o Roncafort. Volare alto – come sembra stiano tentando di fare gli ingegneri-filosofi – rischia di causare cadute letali non appena dal piano delle idee si scendono i gradini della pratica, della burocrazia, del labirinto normativo e dell’inconsistenza culturale che spesso governa gli uffici dell’amministrazione comunale e, soprattutto, provinciale. E ha fatto bene, benone, il presidente dell’Ordine Armani quando si è aggrappato ad un disarmante e disarmato realismo: “Da quegli uffici si esce morti”. Eppure il groviglio di regole – quelle dietro cui si barricano i funzionari – non può essere la pietra tombale sulle idee, sulle prospettive di una città. E le idee accennate nel convegno degli ingegneri ambiscono ad un Prg che sappia finalmente cogliere le necessità di una Trento in divenire, (compresa quella universitaria) in cui la pianificazione urbanistica sia il “metodo” in grado di considerare il cambiamento, la diversità dei tempi con cui si vivono gli spazi.

 

In questa direzione l’apporto di Tira – uno che la sa davvero lunga sul rapporto tra città e vivibilità – è stato illuminante. Utile, istruttivo, non tanto per le indicazioni, gli esempi, di quel che di buono si è scelto di fare in città, specie straniere, in termini di “reti”, (trasporto in primis), quanto per la semplicità dell’illustrazione. E per la passione che la sostiene. Per Tira, e per gli ingegneri che di questo si occupano, un innovativo sistema di mobilità che disincentivi l’uso del mezzo privato è un punto di partenza che rivoluziona le consuetudini deleterie di un Prg che si limita al “costruire” onorando inevitabilmente i debiti della politica verso le consorterie affaristiche. Buona mobilità è – tanto per citare terre lontane soprattutto dal punto di vista culturale e valoriale – quella di una Stoccolma dove ogni abitante ha la possibilità di servirsi di un mezzo pubblico nell’arco di massimo 300 metri. E buona organizzazione di un Prg è quella di non voler normare tutto anche quando non ne esiste il bisogno per dimensioni di quello su cui si vuole intervenire.

 

Il rettore Tira non è Catalano, (l’indimenticabile arboriano) ma c’azzecca alquanto quando dice “ Un vecchio prg fatto bene è meglio di un nuovo Prg fatto male”. E nel nuovo Prg di Trento sul quale è appena in avvio l’assalto alla diligenza delle aree che potranno “generare valore” il fare meglio sarà possibile se la barra si terrà dritta verso la salvaguardia ambientale, il recupero ed il riuso, la convinzione che la mobilità è la condizione principale per il riassetto del territorio, la razionalizzazione e la crescita “democratica” dei suoi servizi. Come muoversi? Gli ingegneri non sembrano aver dubbi e buttano lì due sfide. La prima è la leadership politica, amministratori che non si guardino l’ombelico, insomma. La seconda è un percorso capace di integrare– nella trasparenza però – le diverse competenze delle categorie professionali che da sempre interloquiscono la stesura dei Prg. Senza che nessuno possa condizionare e senza l’affido fideistico delle scelte ad un qualche solone illustremente plenipotenziario.

 

Per farla breve, partecipazione e confronto aperto. Si imboccherà questa strada per dare un futuro in alto e in basso a Trento? Il sindaco Andreatta, presente al convegno con la dichiarata volontà di “uditore” non poteva che prendere appunti. Naturalmente condivide. E lo ha pure detto. Ma non ci vorrà a molto a capire quanta della filosofia di vivibilità ha introitato e quanta sarà la sua capacità di indirizzare le scelte tenendo in mano il timone degli obiettivi urbanistici che traducano valori sociali. La partita del Prg è solo all’inizio, chi “deve guadagnarci” ha il motore caldo. E gli altri, la città, vive nel limbo masochistico del “tanto non contiamo”. Svegliarla quella città, portarla a discutere, coinvolgerla, farla contare. Facesse questo, Andreatta farebbe già molto.

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