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Il Sud Sudan rischia di diventare il nuovo Ruanda. L'intervista al direttore di Acav: "C'è la guerra, sospese le nostre attività"

Nel Paese africano sono rimasti alcuni dipendenti sudanesi: "Le scuole sono chiuse, i beni di prima necessità difficilmente reperibili, viaggiare è estremamente rischioso"

Di Luca Pianesi - 01 ottobre 2016 - 20:09

In Sud Sudan è in atto da tre anni una sanguinosa guerra civile. Ricordate il bellissimo quanto crudo Hotel Rwanda, il film che raccontava dei terribili fatti che nel 1994 sconvolsero il Ruanda, nell'epoca del genocidio che coinvolse le due etnie Hutu e Tutsi? Ecco in Sud Sudan si rischia di arrivare ad una situazione simile. Il presidente Salva Kiir è in lotta con i ribelli del vicepresidente Riek Machar. Nonostante un fragile accordo di pace nell'agosto 2015, i combattimenti sono ripresi questa estate nella capitale Juba e hanno già fatto centinaia di morti.

 

E poi ci sono le due etnie i Dinka e Nuer che come gli Hutu e i Tutsi sono in lotta costante e solo la presenza di oltre 12 mila Caschi blu, finora, sembra aver scongiurato la catastrofe. Se così si può dire, visto che in realtà il conflitto ha già causato più di due milioni di profughi, diverse decine di migliaia di morti e ha costretto alla fuga nei paesi vicini 900 mila persone (a luglio l'Onu ha comunicato che almeno 70 mila sono andate in Uganda).

 

In Sud Sudan, fino a poche settimane, si trovava Pierluigi Floretta, Direttore Regionale di Acav (la società fondata a Trento nel 1985 anche con lo scopo di aiutare le comunità africane) in Uganda, Sud Sudan e Repubblica Democratica del Congo. “Dal Sud Sudan purtroppo però abbiamo dovuto sospendere le nostre attività – ci racconta Floretta – a partire dalla seconda settimana di luglio, quando un improvviso e inaspettato deterioramento delle condizioni di sicurezza ha costretto l’associazione a evacuare uomini e mezzi dal Paese. Ma siamo continuamente aggiornati su quanto succede lì da alcuni dipendenti di Acav sud sudanesi che sono rimasti sul posto”.

 

Floretta ci può riassumere cosa sta succedendo?

Definire con poche parole quello che sta succedendo non è facile. Semplificando si può dire che c’è la guerra, con la gente presa in mezzo a uno scontro fra due schieramenti non ben definiti, con protagonisti importanti che passano da una parte all’altra a seconda di chi offre di più. Quindi non sai di chi puoi fidarti e come puoi salvarti la vita. Nelle aree dove Acav lavora la situazione sul campo vede il controllo dell’esercito governativo delle due principali città, Morobo e Yei e di 3 accampamenti militari lungo la strada principale. Il resto del territorio è controllato dall'opposizione armata che può contare sul sostanziale appoggio dei residenti.

 

E' in atto una guerra civile e etnica simile a quella capitata in Ruanda? Lì c'erano i tutsi e gli hutu qui i Dinka e Nuer?

La guerra civile in corso ha analogie con quella ruandese soprattutto per quanto riguarda gli effetti e se finora si è evitato il genocidio su larga scala è perché attori esterni, fra cui la missione Onu, hanno impedito azioni massiccie di pulizia etnica. Centinaia di migliaia di rifugiati interni (IDPs) dell’etnia Nuer vivono dal 2013 dentro ai campi, protetti dalle truppe Onu alle quali probabilmente devono la vita. In Ruanda le divisioni etniche hanno radici storiche ben definite. Tutsi (15% della popolazione ruandese prima del genocidio, circa il 10% attualmente) e Hutu (85% della stessa) sono profondamente diversi culturalmente; i primi allevatori, giunti con migrazioni realtivamente recenti ( 1500/1700), più istruiti, che storicamente esprimono la classe dirigente e comunque visti come usurpatori dai secondi, contadini e poco rappresentati nelle istituzioni. In Sud Sudan il quadro è diverso: i Dinka (circa il 40% dei sud sudanesi) e i Nuer (circa il 25%) sono due etnie molto vicine culturalmente, parlano una lingua simile e praticano entrambi l’allevamento del bestiame come attività principale. Storicamente sono in guerra per il controllo dei pascoli e dell’acqua, rivalità che attualmente si è acuita per il controllo dell’esercito e della macchina statale, oltre che per le risorse naturali quali minerali e petrolio. E a differenza di quando le guerre si facevano con archi e frecce oggi vengono utilizzati tank e mezzi aerei sulla popolazione inerme.

ACAV opera in un’area geografica abitata da entie diverse come i Kakwa, i Kaliko, i Kuku, i Bari, i Mundari, popolazioni che se ne starebbero volentieri lontane da una guerra che non è la loro ma che sono costrette a subire loro malgrado.

 

Qual è lo stato della popolazione?

Le scuole sono chiuse così come gli ospedali e la gran maggioranza degli uffici pubblici. I beni di prima necessità compreso il cibo sono scarsi e se ci sono, sono molto cari. Le compagnie telefoniche hanno sospeso il servizio perché manca il carburante per i generatori che alimentano i ripetitori. Viaggiare è estremamente rischioso, si può essere fermati ai posti di controllo di una o l’altra delle parti in guerra, tutti ostili con chi si muove, considerato spia e nemico fino a prova contraria e si deve sempre e comunque pagare dazio: soldi, cellulari, mercanzie, a volte persino scarpe e vestiti vengono presi a chi viene fermato lungo le strade. Le donne si muovono solo se davvero costrette, in una situazione caotica il rischio di essere stuprate è enorme.

 

Centinaia di migliaia di persone stanno scappando nei paesi vicini? C'è un dramma umanitario in atto?

Anche rimanere a casa è rischioso e quindi la maggior parte della popolazione scappa, nei giorni scorsi si è arrivati alla cifra di 1 milione di profughi sud sudanesi che hanno passato le frontiere verso i paesi vicini a cui vanno aggiunti i rifugiati interni, più di 2 milioni. La popolazione totale del Sud Sudan è di circa 11 milioni, quindi un terzo vive in campi per rifugiati e ha perso tutto. Nelle zone di intervento di Acav alcuni capifamiglia provano a rimanere indietro a presidiare capanne e animali domestici rischiando la vita per difendere un possibile futuro. Accompagnano le famiglie a passare il confine con l’Uganda dove vengono registrate e dirette a uno dei campi profughi aperti in West/Nile per rispondere all'emergenza. Poi tornano indietro anche per stare vicino ai figli più grandi, tanti dei quali si sono uniti alle forze armate dell’opposizione con l’incoscienza e l’entusiasmo dei ragazzi. Molti di loro erano inseriti in programmi di educazione non formale o agricoli di Acav. Ci sono purtroppo anche notizie di ragazzi che dall’Uganda passano il confine per arruolarsi con i loro coetanei in Sud Sudan. Per loro un arma, uno stipendio e un ideale per cui combattere valgono rischiare la vita, o forse sono semplicemente più attrattivi che sedersi a non far niente senza un futuro da immaginare. L’Uganda ha una disoccupazione giovanile del 70%.
 

Acav in che situazione si trova?

Acav non è attrezzata per lavorare in situazioni di guerra, siamo specializzati in progetti di sviluppo e quindi appena le armi hanno iniziato a parlare noi abbiamo sospeso i nostri programmi (agricoli, acqua e salute, educazione non formale dei giovani) e ci siamo ritirati nella sede che l’associazione ha in Uganda, a pochi chilometri dal confine con il Sud Sudan. Alcuni nostri collaboratori locali sud sudanesi hanno deciso di rimanere li e ci tengono informati dell’evoluzione della situazione sul campo. Vogliamo essere ottimisti e ci stiamo attrezzando per esser pronti sostenere la popolazione nel momento in cui rientrerà in Sud Sudan e dovrà iniziare nuovamente da zero. Sarà prioritario garantire acqua potabile rimettendo in funzione i pozzi abbandonati che dovranno essere puliti e aggiustati e la ripresa delle produzioni agricole fornendo sementi ai contadini che non saranno stati in grado di conservarle. Ci attiveremo per far ripartire in tempi brevi anche la scuola professionale per ragazzi e ragazze che abbiamo costruito e attrezzato la. Al momento stiamo inoltre collaborando in Uganda con Unhcr nell’aumentare il numero di pozzi a disposizione dei profughi che arrivano nel paese.

 

I caschi blu riescono a gestire la situazione?

I 20 mila caschi blu presenti nel paese sono un cerottino su un corpo martoriato, inefficienti e poco inclini al rischio, finora hanno fatto pochissimo, molto meno di quello che avrebbero dovuto. I primi giorni di luglio in un albergo di Juba dove anche io ho dormito qualche mese fa, distante meno di un chilometro dal quartier generale del contingente Onu, soldati governativi hanno aggredito, picchiato e violentato diversi operatori e operatrici umanitari sud sudanesi e straniere. Nonostante le disperate richieste di aiuto mandate via sms ai vicini caschi blu, questi si son guardati bene dal prestare soccorso, spaventati o forse impreparati a scontrarsi con i soldati. Un episodio che la dice lunga sulla loro efficacia. Una delle poche azioni degne di nota e che ha forse dato un senso alla loro presenza nel paese è stato aprire i campi, nel 2013, ai Nuer che scappavano da un possibile genocidio a opera dei Dinka.

 

Cosa possiamo fare noi, da trentini?

Credo che informare e tenersi informati su quanto succede nel mondo, anche quei pezzi di mondo che sembrano lontani e che quindi apparentemente non ci riguardino, sia il primo passo verso la consapevolezza che invece tutto ci tocca da vicino, anche quello che succede in Sud Sudan. Ci occupiamo di migranti quando appaiono sfiniti sulle nostre coste e facciamo fatica ad andare indietro lungo i percorsi che li hanno portati da noi. Uno o molti di questi percorsi fra un anno o dieci potrà portare al Sud Sudan e al caos che costringe la gente a fuggire in questi giorni. Finché l’Africa non sarà pacificata e raggiungerà un decente livello di benessere e sviluppo la gente si metterà in viaggio in cerca di migliori opportunità. Sostenere che il fenomeno migratorio sia momentaneo e controllabile con blocchi e barriere è propaganda politica, anche di bassa fattura, perché offende l’altrui intelligenza. Quindi informarsi e partecipare attivamente alla definizione di strategie e iniziative che possano limitare i conflitti e promuovere sviluppo, guardando in faccia la realtà ed evitando di rifugiarsi nel mondo virtuale che si vorrebbe è quanto il Trentino e il resto del mondo possono.

 

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