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| 14 lug 2021 | 20:03

Dall'11 luglio 1982 all'11 luglio 2021: due finali a confronto da Zoff a Gigio, da Pertini a Mattarella, da Conti a Chiesa, da Bearzot a Mancini

Esattamente 39 anni dopo il mondiale, l'Italia sale sul tetto d'Europa. L'11 luglio non diventerà festa nazionale, ma sarà certamente un giorno che resterà nella storia del calcio italiano e del Paese, per sempre. Allora i protagonisti furono altri, ma tra le due finali e le due manifestazioni le analogie sono tante. Ci sono anche le differenze, a partire dalle reazioni dei due presidenti della Repubblica

TRENTO. 11 luglio 1982 - 11 luglio 2021. Tra qualche centinaio di anni si continuerà sicuramente a parlare di questo mitico giorno: trentanove anni fa l'Italia si laureò Campione del Mondo in Spagna, adesso gli Azzurri sono saliti sul tetto d'Europa, superando l'Inghilterra nel "suo" stadio, a Wembley, davanti a 60mila inglesi.

Nel 1982 la "vittima" fu la Germania Ovest (il Muro di Berlino non era ancora caduto e le due Germanie erano ben divise), questa volta è toccato all'Inghilterra. Due finali così diverse tra di loro oppure, a quasi quattro decadi di distanza, ci sono analogie tra le sfide dell'82 e quella di pochi giorni or sono?

 

Numeri uno protagonisti.
Nella sfida del "Santiago Bernabeu" Dino Zoff non dovette fare molto di più dell'ordinaria amministrazione, ma fu come un assoluto protagonista della serata. A 40 anni alzò al cielo il trofeo da capitano, diventando l'unico calciatore italiano ad aver vinto sia l'Europeo (nel 1968) che il Mondiale. Fu protagonista di quel Campionato del Mondo, dopo che quattro anni prima, in Argentina, venne definito "vecchio e finito" dopo le due reti subite nella sfida contro l'Olanda. Per lui, che un anno più tardi darà l'addio alla nazionale, si trattò di un'incredibile rivincita. E che fosse un portiere tutt'altro che "pensionabile" lo aveva dimostrato pochi giorni prima con quella straordinaria parata al 90' sul colpo di testa di Oscar nella sfida contro il Brasile: se la Selecao avesse segnato, in semifinale ci sarebbero andati i verdeoro e sarebbe stata tutta un'altra storia.
Questa volta è toccato a "Gigio" Donnarumma essere protagonista. In modo diverso, ma sempre protagonista. Il portiere del Psg, dopo un Europeo da favola (basti pensare alle partite contro Belgio e Spagna), ha sigillato la vittoria dell'Italia con due super interventi ai calci di rigore. E il suo "non essersi accorto" che la contesa fosse finita e che la sua parata significasse essere Campioni d'Europa, beh, dimostra semplicemente di quanto lui fosse concentrato sul singolo tiro e totalmente "nella partita". E lo rende un po' più umano, lui che tra i pali è un extraterrestre venuto dal pianeta "Numero Uno".

 

Lo schock iniziale e poi il trionfo.
Nel 1982 il match era iniziato con due pessime notizie, che avrebbero potuto stendere anche un toro. Ma non l'Italia di Bearzot. Primo, l'infortuno alla spalla occorso pochi minuti dopo il calcio d'inizio a "Ciccio" Graziani, un giocatore indispensabile nello scacchiere azzurro. Al suo posto entrò Altobelli, che poi segnerà la terza e ultima rete italiana, quella che metterà la parola "fine" all'incontro. Ma non è finita, perché al 25' l'Italia ebbe la super occasione per passare in vantaggio: fallo in area di rigore ai danni di Bruno Conti e calcio di rigore nettissimo. Sul dischetto va Cabrini, che incrocia il rasoterra e spedisce il pallone a lato. Gli Azzurri ebbero la forza di reagire subito, non incassare il colpo e, nella ripresa, dilagare.
E inizio peggiore non avrebbe potuto esserci nemmeno nella finale di pochi giorni fa: al 2' il traversone di Trippier pesca sul secondo palo Shaw che, dopo aver iniziato l'azione, la conclude con un sinistro di controbalzo imparabile anche per Donnarumma. L'Inghilterra fa fuoco e fiamme nel primo quarto d'ora con l'Italia che si aggrappa alla sua solidità difensiva per non tracimare. Ci riesce e, da quel momento, inizia la riscossa, culminata nella ripresa con il pareggio firmato da Bonucci e lo straordinario exploit dei calci di rigore.

 

Nell'82 ci fu "Pablito", nel 2021 il simbolo è un difensore.
L'eroe del Mondiale di Spagna fu il compianto Paolo Rossi che, dopo una prima fase senza gol e con prestazioni assolutamente negative, nel girone, in semifinale e in finale divenne il trascinatore e il simbolo della Nazionale con le sue 6 reti e quella tripletta segnata ai "maestri" brasiliani che resterà per sempre nella storia del calcio, non solamente italiano. L'Italia di Mancini non ha avuto il suo "Pablito", perché hanno segnato in tanti e non c'è stato un leader offensivo capace di sparigliare le carte (di Chiesa parleremo più avanti).
Però un leader c'è stato eccome, il capitano Giorgio Chiellini. Che di professione fa il difensore centrale, di anni ne ha 37 e mezzo, si porta dietro qualche bell'acciacco, ma ad oggi è il marcatore più forte del mondo. Senza "se" e senza "ma". Ha annullato Lukaku e Kane, ha sofferto con la Spagna perché quel "volpone" di Luis Enrique ha messo lì un "falso nueve" anziché Morata ed è stato il simbolo di un'Italia operaia che ha lottato, "menato" quando serviva (basti pensare al "laccio californiano" rifilato a Saka) e sofferto. La carta d'identità non mente, ma se lo centellinano al Mondiale del Qatar ci arriva eccome.

 

All'ala destra c'è...
Iniziava così un coro dei tifosi romanisti dedicato a Bruno Conti, che dell'Italia del 1982 fu probabilmente il miglior giocatore assieme ai compianti (mai abbastanza...) Rossi e Scirea. In finale fece ammattire la retroguardia tedesca, così come prima aveva fatto con tutti gli altri malcapitati avversari che gli si presentavano davanti. Ambidestro totale, visione di gioco clamorosa, spunto pazzesco. E pensare che lui il calcio stava per mollarlo per dedicarsi al baseball: gli americano erano pronti a portarlo Oltreoceano, visto che anche con pallina, guantone e mazza se la cavava ottimamente.
C'è un giocatore nell'Italia di oggi che lo ricorda. Federico Chiesa, figlio di Enrico, che dal padre ha ereditato la fisionomia, lo scatto e il gran destro. Anzi, forse Fede è anche un po' più forte del papà: di sicuro si è "preso" Euro 2020 (anche se si è giocato nel 2021) a suon di super prestazioni e gol, lui che aveva iniziato in panchina e poi si è ritagliato uno spazio incredibile. Segnando reti d'autore (pazzeschi i gol contro Austria e Spagna) e dimostrando di essere in rampa di lancio. Sulle spalle aveva la 14 che, in fin dei conti, non è altro che 7 x 2.

 

Bearzot e Mancini: saper essere leader prima, durante e dopo.
Il "Vecio" convocò Rossi che non giocava da un anno e mezzo, lasciò a casa il capocannoniere del campionato italiano Pruzzo (per mettere in rosa Franco Selvaggi) e, dopo le deludenti prestazioni della prima fase, venne addirittura messo in discussione. Ecco, allora, che introdusse il silenzio stampa: gli unici a metterci la faccia con i giornalisti erano lui e capitan Zoff. Quel gruppo si cementò, anche a fronte di polemiche vergognose (ci fu anche che ipotizzo che Rossi e Cabrini avessero una relazione con una battuta da caserma) e, alla fine, ebbe ragione lui, il "Vecio".
Mancini non ha dovuto blindare Coverciano (che era già blindato di suo per la "bolla"), ma ha saputo costruire un gruppo forte, coeso, determinato e perfettamente allineato. Perché Bernardeschi e non Politano, perché Raspadori e non Scamacca, perché Acerbi e non Mancini? Perché Mancini sapeva perfettamente che quei giocatori sarebbero stati perfetti per quel gruppo e per la sua idea di calcio. Risultato? Sono tornate le Notti Magiche, a trentuno anni di distanza e, finalmente, la canzone di Nannini e Bennato è servita per celebrare una vittoria.

 

Pertini in modalità ultras, il self control di Mattarella.
Ammettiamolo: ci vengono ancora i brividi al "Non ci prendono più" di Pertini dopo il terzo gol segnato alla Germania in finale con il Presidente della Repubblica (il più amato di sempre dagli italiani) che si alzò in piedi e mimò il gesto con l'indice. E poi, come dimenticare la partita a scopone sull'aereo presidenziale con cui anche gli Azzurri fecero rientro in Italia: Pertini e Zoff contro Causio e Bearzot. Il Ct fece il Settebello per un errore del Presidente, che poi rimproverò Zoff il quale, ovviamente, si scusò. D'altronde non si poteva mica da torto al Presidente.
Sergio Mattarella, invece, a Londra è stato più contenuto: l'inno lo ha cantato senza urlarlo (ma l'ha "sentito" come sempre), si è intrattenuto in tribuna con il tennista Matteo Berrettini, reduce dalla finale persa a Wimbledon, ha esultato alla vittoria (e lì ha perso un po' di self control) e il giorno dopo ha voluto tutti gli azzurri e lo stesso Berrettini (gran gesto questo...) al Quirinale, per omaggiarli e celebrarli come meritavano. Anzi, come meritano, perché di questi ragazzi saremo orgogliosi per un bel pezzo.

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