"La Generazione di Fenomeni? Non eravamo "unti dal Signore", al talento abbiamo abbinato la fatica. La maglia azzurra è unica, ti dà forza, coraggio e consapevolezza"
Il Ct della Nazionale italiana di pallavolo Fefè De Giorgi si racconta in una lunga intervista a il Dolomiti. Una carriera straordinaria la sua, prima da giocatore, dominando il volley planetario per oltre un decennio con la "Generazione di Fenomeni", poi da tecnico di club e oggi da commissario tecnico dell'Italia, che nel giro di cinque anni ha guidato per due volte al titolo mondiale e una volta al titolo europeo. Un superlativo esempio di umiltà e competenza

TRENTO. La sua bacheca dei trofei nella casa di Squinzano, la cittadina in provincia di Lecce dove tutto è cominciato a metà anni '70 e che lui ha contribuito a rendere famosa in tutto il pianeta, è grande.
E non potrebbe essere altrimenti, visto che in carriera Ferdinando De Giorgi, per tutto il mondo della pallavolo, ma più in generale dello sport, "Fefè", ha vinto praticamente tutto. Sia da giocatore che da allenatore.
Non sappiamo se la sua personalissima "Hall of fame" sia divisa in due sezioni, "titoli con la Nazionale" e "trofei con i club" ma, per non rischiare di perdersi in quel sensazionale spettacolo di coppe, medaglie e riconoscimenti, almeno noi dobbiamo provare a mettere ordine.
Cinque mondiali, tre da palleggiatore e due da Commissario Tecnico con la Nazionale italiana, tanto per cominciare, poi due titoli europei (uno in campo e uno in panchina), due argenti nella massima competizione continentale per squadre nazionali, un argento in VNL da allenatore e un argento - da giocatore - in Coppa del Mondo, 4 World League e un'edizione del World Top Four.
E questa è la prima "parte". Poi c'è l'altro lato della medaglia. Anzi, delle tante medaglie: da giocatore "Fefè", con le società in cui ha militato, ha vinto 1 scudetto, 2 Coppe Italia, una Supercoppa Italiana, 1 Coppa delle Coppe, 2 Coppa Cev e una Supercoppa Europea.
Sì, ma non è ancora finita, perché prima di diventare Ct dell'Italia, nel 2021, da tecnico di club ha collezionato un'altra infinita serie di successi. Quali? 5 Coppe Italia, 2 Coppe Cev, 3 Supercoppe Italiane, 2 scudetti, 2 titoli polacchi (con lo Zaksa), 1 Coppa di Polonia e, dulcis in fundo, la Champions League e il Mondiale per Club, arrivati entrambi nel 2019, l'anno dell'incredibile "treble" con la Lube.
Fefè De Giorgi è un grande grande vincente ma, dopo aver girato il mondo e vinto ad ogni angolo del globo, ma è rimasto quello di "una volta", passionale, diretto, curioso e umile. Dopo essere nato nella Vis Squizano ed essersi messo in mostra nei Falchi Ugento, nel 1985 spiccò il volo verso Modena, all'epoca il "gotha" del volley europeo, iniziando così la sua leggendaria carriera da regista, a cui è seguita - e segue tutt'oggi - una straordinaria attività da tecnico.
Con lui sul ponte di comando l'Italia è bi campione del Mondo in carica (2021 e 2023) e campione d'Europa uscente: in autunno gli azzurri difenderanno il titolo conquistato nel 2022, ma prima andranno a caccia della prima VNL.
Senta De Giorgi, ma non le manca ogni tanto tornare in campo, mettersi le ginocchiere e alzare a, che so, una bella palla spinta a Michieletto o un primo tempo "dietro" a Russo?
"Ma no - esordisce ridendo -, perché quando smetti di giocare sai che è il momento giusto. E lo dice uno che ha giocato sino a "tardi", perché io ho detto basta che avevo già 41 anni e mezzo. Quando non ho sentito più la voglia e la forza di andare in palestra tutti i giorni per allenarmi ho capito che era il momento giusto. A Cuneo, tra l'altro, ho chiuso ricoprendo il doppio ruolo di giocatore e allenatore per due stagioni. Dunque avevo già chiara la strada che volevo intraprendere una volta, come si dice, appese le ginocchiere al chiodo".
Dal campo alla panchina: lo sport è lo stesso ma cambia il "mondo".
"Ah beh, ma questo vale per tutti gli sport. L'impegno che devi metterci da tecnico è il triplo rispetto a quello dell'atleta. Quando sei giocatore, vai in campo, ti alleni e giochi. Punto. Da allenatore, invece, sei responsabile di tutto, devi preparare tutto, devi migliorare le tue conoscenze, studiare e programmare. E non sempre quello che hai imparato e appreso lo puoi riportare sul campo: ci sono cose che sono servite a te quando eri giocatore ma che, magari, non servono agli atleti con cui ti stai confrontando. E' difficile, certo, ma assolutamente stimolante".
Spesso nelle interviste post gara i giocatori della Nazionale parlando di lei chiamandola "Fefè". Non le dà fastidio che non la chiamino coach?
"Assolutamente no e, anzi, a tutti lascio la possibilità di rivolgersi a me come preferiscono. C'è chi mi chiama coach, perché è abituato così e chi, invece, si affida quel nomignolo che mi porto dietro, con orgoglio, da decenni. Rientra tutto nel bellissimo rapporto che ho con gli atleti che ho il privilegio d'allenare. Pallavolisti fantastici ma anche ragazzi intelligenti e con valori. Se un giocatore si rivolge a me chiamandomi "Fefè" non lo fa certamente perché mi rispetta di meno rispetto a chi si rivolge utilizzando la parola "coach".
E' molto bello detto dal Ct della Nazionale campione del mondo.
"Ho qualche anno in più rispetto ad allora - risponde divertito - ma io ho mantenuto lo stesso spirito da ragazzo del Sud degli anni '80: mi piace avere un certo tipo di rapporto con le persone, voglio avere e contatti che vanno al di là del mero aspetto tecnico, dove i ruoli sono ben definiti e rispettati meravigliosamente da tutti. E' una questione d'intelligenza, ripeto, e di relazioni costruite in maniera adulta. Non mi sembra strano: io sono semplicemente così, me stesso in tutto e per tutto".
Sbagliamo se diciamo che la pallavolo, rispetto ad altri sport, è molto "intelligente". Anche solamente sentendo parlare tecnici e giocatori nelle interviste si percepisce che il livello culturale è alto.
"E' un'affermazione che rispecchia la realtà. Io vedo i ragazzi che alleno: in tanti, parallelamente all'attività sportiva, studiano all'università, si laureano e hanno interessi extra sportivi in tanti ambiti. Sono curiosi, s'informano e hanno un'apertura mentale che non esito a definire "importante". Vogliono migliorare, ma non solamente nello sport, nella vita. E sono tanti gli ex atleti, ampliando il discorso che, dopo aver seguito dei percorsi accademici, una volta smesso si sono dedicati, con grande successo, ad altre attività".
Scusi, ma come si vincono 5 Mondiali, tre da giocatore e due commissario tecnico?
"La risposta sembrerà banale, ma per me è semplice: uno alla volta. Sì, perché ogni manifestazione ha una sua storia, tutti giocano al massimo, il livello si alza di continuo. Dunque non vi è una "ricetta". Perché ci sono i giocatori che vincono tantissimo? Perché chi fa il nostro mestiere vive per le sfide, vive per la competizione, vive per raggiungere altri traguardi. D'altronde un successo ti permette di restare nella storia ma, nel presente, finisce lì e bisogna essere subito pronti ad affrontare un'altra sfida, a ricominciare".
Eh ok, tutto vero "Fefè" (ormai siamo entrati anche noi "in modalità"), ma lei ha vinto il Mondiale da Ct nel 2022 e poi l'ha rivinto subito, nel 2025, alla prima occasione.
"Ecco, ripetersi è più difficile e vale per tutte le discipline. Se perdi, quando riparti sei arrabbiato, sportivamente parlando, voglioso di rifarti, magari con gli "interessi". Se, invece, hai già vinto è estremamente più complicato concedere il bis. E allora, in quel momento, devi pensare a quanto è stato bello e divertente arrivare al risultato, alle emozioni che hai provato, alla gioia che hai portato nelle persone, a quanto ti sei sentito orgoglioso. E, allora, perché non riviverle? Questa è la benzina che metti non nel motore".
A proposito di vincere e rivincere. Torniamo indietro di una trentina d'anni, alla "Generazione di Fenomeni". Insomma, Jacopo Volpi ci vide subito lungo.
"Giornalisticamente quella di Jacopo fu una bellissima intuizione e, dal punto di vista mediatico, quella definizione servì tantissimo per far conoscere la pallavolo che, da disciplina di nicchia, divenne sport nazional popolare. Se la domanda è "voi vi sentivate fenomeni?", la risposta è semplice: assolutamente no. Eravamo un gruppo che sapeva vincere, sapeva perdere, dai grandi valori individuali e di squadra. Poi, attenzione, non eravamo semplicemente "unti dal Signore". Il talento c'era, ovviamente, ma dietro i risultati ci sono stati tantissimo lavoro e tantissima fatica, la qualità di quello che facevamo con un allenatore incredibile, che ci ha permesso di crescere, passo dopo passo. Insomma, il primo titolo arrivò nel 1989, agli Europei in Svezia e nove dodicesimi di quella Nazionale facevano parte del roster che, nel 1988, arrivò invece nono ai Giochi Olimpici di Seul. Tra i due eventi ci fu un lavoro pazzesco (e, aggiungiamo noi, l'arrivo di Velasco, ndr). Diciamo che chi ha fatto parte della Generazione di Fenomeni ha utilizzato al meglio il proprio talento, mettendoci assieme fatica e sudore".
Non possiamo non chiederglielo: Julio Velasco.
"In tanti conoscono Giulio per le frasi "ad effetto" ma, e ve lo dice uno che lo conosce bene, la sua vera forza è come allena. In campo è straordinario, per qualità e applicazione e ha una capacità di diagnosi unica, che gli permette di semplificare tante situazioni difficili. La sua "battaglia" riguardo la "cultura dell'alibi" è stata importantissima e, chi ha vissuto quel periodo con lui, porta con sé tante, tante cose, ancora oggi. I suoi insegnamenti mi hanno aiutato molto nel mio percorso d'allenatore".
Cosa è per lei la Nazionale?
"La maglia azzurra è davanti a tutto. Quando la indossi ti dà coraggio, consapevolezza, forza, determinazione. E' un Valore, con la "V" maiuscola e, sin dall'inizio della mia avventura come Commissario Tecnico, ho cercato di trasmettere prima di tutto questo ai giocatori. Poi viene tutto il resto, che è importante, ma viene dopo".
Parliamo del calendario: si gioca troppo?
"Sì. I calendari internazionali sono "pieni" e, per chi gioca in un campionato estremamente impegnativo come quello italiano, si scende in campo praticamente senza soluzione di continuità. Servirebbe più equilibrio, ma non è facile mettere d'accordo tutti, Fivb, Federazioni e Leghe. Poi ci siamo noi, tecnici e giocatori, che ci troviamo "in mezzo" e dobbiamo adattarci. Quest'anno, ad esempio, avevamo chiesto di avere una settimana "libera" in più prima dell'inizio della VNL. La settimana è stata accordata, ma tra la seconda e la terza tappa che, insomma, non è il massimo, perché ci si trova tra due appuntamenti e dunque è impossibile fermarsi. Capisco non sia semplice, ma bisognerebbe intervenire".
Ha degli idoli sportivi?
"Nella pallavolo il mio punto di riferimento è sempre stato Kim Ho Chul, che mi ha fatto innamorare della pallavolo e del ruolo di palleggiatore. Non era altissimo, come non lo sono io e certe cose, in campo, le ho viste fare solamente a lui. In generale ci sono tanti sportivi che ammiro e uno di questi è certamente Jannik Sinner, un atleta straordinario, che lavora con grandissima applicazione per migliorarsi e riesce a vivere il suo straordinario percorso con grande equilibrio. Non si abbatte nelle sconfitte, non si esalta nelle vittorie. E, oltre ad entusiasmare per i risultati, è un ragazzo che trasmette valori estremamente importanti, nel modo giusto".
Adesso sotto con la VNL: dopo l'argento dello scorso anno sarebbe fantastico vincerla. Per poi pensare solamente a quel titolo, l'unico titolo, che manca sia alla Nazionale maschile che a lei: l'oro olimpico.
"Facciamo che pensiamo a compiere un passetto alla volta, senza focalizzarci sul risultato. Il nostro obiettivo deve essere il primo allenamento, poi il secondo, poi il terzo e così via. Dunque, il lavoro quotidiano, da affrontare con la voglia di migliorarsi sempre, di alzare costantemente l'asticella, lavorando sul dettaglio. Tutti i giorni, non un giorno "sì" e un giorno "no". Le Olimpiadi? Te le devi guadagnare - conclude ridendo -. Intanto la vittoria del titolo da parte della Nazionale femminile ha tolto lo "zero" alla casella delle medaglie d'oro vinte dal nostro movimento, il che era certamente incredibile, considerando la qualità del movimento. Io dico che prima o poi arriverà anche per gli uomini, speriamo più prima che poi".












