Dall'impatto con l'Europa alla paternità, le playlist e il tempo libero, Desonta Bradford si racconta per il mondo di Aquila Basket
Dal parquet ai progetti che ogni giorno nascono e si sviluppano all'interno del club, Bskt è una rivista mensile che racconta le persone, i volti e le storie di Aquila Basket. L'esterno, prodotto di East Tennessee State University, si racconta per il magazine bianconero

TRENTO. “Adoro il ritmo alto con cui si vive la pallacanestro, sono un giocatore che se il pace della partita si alza si trova a suo agio. Non mi piacciono molto invece le chiamate arbitrali dei falli, ma non apriamo questo capitolo”. Così Desonta Bradford, il protagonista della copertina del numero di novembre di Bskt, il progetto editoriale di Aquila Basket: un approfondimento sul mondo bianconero e una serie di contenuti ideati esclusivamente per il magazine.
Dal parquet ai progetti che ogni giorno nascono e si sviluppano all'interno del club, Bskt è una rivista mensile che racconta le persone, i volti e le storie di Aquila Basket. L'esterno, prodotto di East Tennessee State University, ha trascorso la stagione 2019/2020 ai Phoenix Brussels (Belgio), ma l'esperienza in Europa è iniziata nel 2018 con la casacca dell'Egis Kormend in Ungheria.
Sulla Dolomiti Energia: "Siamo una buona squadra, composta da tanti giocatori versatili e che possono essere protagonisti all’interno della partita. Dobbiamo migliorare in tante cose, come forma fisica, in difesa e nel comunicare di più e meglio tra di noi in campo. Però ci sono tutte le basi per fare bene e prenderci tante soddisfazioni in campionato e in coppa”.
Desonta, ti vedo raggiante. “In questi giorni non riesco a smettere di sorridere. Sono diventato papà e in quel momento ho capito che la mia vita era cambiata per sempre, ed è cambiata nel più profondo e straordinario dei significati”.
Sei riuscito a tornare negli Stati Uniti e abbracciare la tua neonata.
“Sono stati di sicuro i giorni più belli della mia vita. Vedere mia figlia Aria, tenerla in braccio, essere con lei, è stato tutto così emozionante ed incredibile. Non c’è un modo per descrivere quel tipo di sensazioni.
Adesso ogni istante di tempo libero che ho lo passo facendo chiamate e videochiamate in continuazione: quando Aria sente la mia voce sorride e il suo faccino sorridente è la cosa più bella del mondo. E Dorothy è già una madre straordinaria”.
Casa per te è dove hai messo radici anche a livello di college: una tappa fondamentale nella vita e nella carriera di tantissimi sportivi americani.
“Gli anni al college sono stati davvero molto importanti, ho tanti ricordi significativi di quelle stagioni: a livello sportivo l’episodio che mi porto dentro con più gioia e orgoglio è stata la vittoria della nostra conference nel mio anno da Junior. Se non sbaglio quell’anno vincemmo qualcosa come 17 partite consecutive in stagione, un numero record. E in quelle stagioni sono cresciuto tanto, come persona e come giocatore di basket: ho avuto la fortuna di lavorare con grandi allenatori come Jason Shay e Steve Forbes”.
Poi arriva lo shock del salto in Europa, un anno in Ungheria, poi in Belgio.
“Il salto al basket professionistico in Europa in effetti è abbastanza scioccante, per tanti motivi dentro e fuori dal campo. Intanto per le azioni d’attacco passi da 30 a 24 secondi a disposizione, pare una cosa da niente e invece è un bel cambiamento; e il gioco in generale è più libero rispetto a quello universitario, solitamente molto rigido negli schemi in difesa e in attacco. L’altra grande differenza, sembra banale dirlo, è che tutti i giocatori in campo sono professionisti, sono forti, sono preparati. La competizione è altissima”.
Dicci una cosa che ami e una cosa che odi del basket europeo.
“Adoro il ritmo alto con cui si vive la pallacanestro, sono un giocatore che se il pace della partita si alza si trova a suo agio. Non mi piacciono molto invece le chiamate arbitrali dei falli, ma non apriamo questo capitolo”.
Una cosa che ami e una cosa che odi della vita in Europa, e in Italia.
“Vado con una risposta scontata. Il cibo qui è fantastico. Prima di venire in Italia ero un grande amante della cucina messicana, ora non ho dubbi su quale sia la mia preferita. Wow.
Invece non sopporto il modo in cui la gente guida, qui in Europa. Sono sempre tutti molto di fretta, c’è un traffico molto caotico”.
Lo scorso anno invece, complice anche la pandemia, hai deciso di prenderti una stagione lontano dalle competizioni.
“E’ stato utile, per tanti motivi. Mi ha permesso di prendermi del tempo per me stesso e lavorare in un ambiente che conoscevo e che mi conosceva bene. Coach Jason Shay è una delle menti cestistiche più brillanti con cui abbia mai avuto a che fare, mi ha aiutato molto a focalizzarmi sulle cose importanti. Con il senno di poi sono convinto di aver fatto la scelta giusta, oggi mi sento un giocatore migliore, è stato un investimento per il prosieguo della mia carriera”.
A proposito di grandi menti cestistiche, come ti sembra coach Lele Molin?
“Ti dico la verità, mi ricorda molto coach Shay. È uno di quegli allenatori che sa darti libertà e allo steso tempo grande senso di responsabilità, che non ti insegna ad eseguire uno schema ma a prendere le giuste decisioni sul campo. E poi è un allenatore vincente, che in carriera ha lavorato con grandi organizzazioni e grandi giocatori, che hanno alzato titoli e coppe di ogni genere. Quella cultura vincente la trasmette a tutti quasi con la sola presenza”.
Hai una squadra preferita in Nba?
“I miei giocatori preferiti sono James Harden, Paul George e Kyrie Irving. Che peccato che non si sia vaccinato. Rischiamo di non vederlo in campo per un po’. Non ho una squadra preferita, ma vorrei che il titolo lo vincessero i Lakers o i Nets. Quella è la mia finale ideale per i roster di quest’anno”.
Della Dolomiti Energia di quest’anno invece che idea ti stai facendo?
“Siamo una buona squadra, composta da tanti giocatori versatili e che possono essere protagonisti all’interno della partita. Dobbiamo migliorare in tante cose, come forma fisica, in difesa e nel comunicare di più e meglio tra di noi in campo. Però ci sono tutte le basi per fare bene e prenderci tante soddisfazioni in campionato e in coppa”.
Nel tempo libero cosa fa Desonta Bradford?
“Fino a qualche settimana fa ti avrei detto film e un po’ di videogames. Adesso lo ripeto, se non sono in palestra al 90% sono in videochiamata con Dorothy e Aria”.
Nello spogliatoio ormai stai diventando l’uomo della musica: porti le casse bluetooth negli allenamenti di tiro, hai sempre le cuffie nel prepartita. Raccontaci un po’ cosa entra nelle tue playlist.
“Però c’è da fare un bel distinguo, perché un conto è la playlist dello shootaround e un conto quella del pregame.
Nello shootaround di solito siamo quattro o cinque sul campo, quindi opto per dei pezzi più “mainstream” e conosciuti in modo che tutti li conoscano e facciano atmosfera. Quindi Michael Jackson, gli OutKast, Snoop Dogg, del classico rythm & blues.
Quando si tratta di pregame invece la playlist è più gasante, più aggressiva, c’è più hiphop. Drake, Future, artisti del genere”.
Ti abbiamo visto un paio di volte vestire una tshirt con sopra la foto di Britney Spears.
“Sono un grande fan di Britney. Sulla musica spazio a 360 gradi. E mi piace vestire in maniera un po’ particolare, amo la pop culture”.
Una cosa che vuoi fare qui in Italia quest’anno?
“Intanto vincere più partite possibili con Trento. Fuori dal campo, mi piace esplorare e scoprire cose nuove. Sono un appassionato di sport, seguo il football americano e il baseball, ma sono affascinato della passione che c’è qui in Italia per il calcio: magari andrò in qualche grande stagione a vedere una partita di Serie A o di Champions League se ci sarà l’occasione”.










