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Andata e ritorno dal Bayern, la seconda vita di Flaccadori a Trento: ''Eurolega un mondo a parte. A Monaco esperienza incredibile ma bello tornare a casa''

E' online il numero di ottobre di Bskt, il progetto editoriale di Aquila Basket: un approfondimento sul mondo bianconero e una serie di contenuti ideati esclusivamente per il magazine. L'intervista a Flaccadori: "A Trento sono cresciuto, ho le mie amicizie più importanti, ho incontrato la mia ragazza. Questa città rappresenta una parte importante della mia vita. Essere tornato mi riempie di gioia"

Pubblicato il - 11 ottobre 2021 - 20:40

TRENTOIl quotidiano Il Dolomiti è partner di Aquila Basket, un viaggio per raccontare persone, storie e volti del club bianconero.

 

E' online il numero di ottobre di Bskt, il progetto editoriale di Aquila Basket: un approfondimento sul mondo bianconero e una serie di contenuti ideati esclusivamente per il magazine.

 

Dal parquet ai progetti che ogni giorno nascono e si sviluppano all'interno del club, Bskt è una rivista mensile che racconta le persone, i volti e le storie di Aquila Basket.

 

Il protagonista della copertina è Diego Flaccadori, reduce dal biennio con la casacca del Bayern Monaco, la guardia ritorna a Trento alla corte di coach Lele Molin.

 

Era l’estate 2014. L’Aquila Basket era appena atterrata sul pianeta serie A, e mentre finiva di smaltire l’adrenalina e l’emozione impareggiabile della promozione della massima serie nazionale preparava le basi del suo futuro a medio e lungo termine: ecco perché non aveva stupito vedere i bianconeri muoversi sul mercato per assicurarsi uno dei giovani talenti più cristallini del basket azzurro, il 17enne Diego Flaccadori.

 

Oggi Trento è casa sua, anche dopo averla lasciata per un paio di stagioni passate qualche centinaio di chilometri più a nord, a Monaco di Baviera. Nei cinque anni all’Aquila il Flacca è diventato un uomo, un giocatore, un leader. E oggi sul campo che l’ha visto crescere e affermarsi vuole fare un nuovo salto, vuole spiccare l’ennesimo volo di una carriera passata a salire su, sempre più su. Con talento, ma soprattutto con lavoro, tanto lavoro.

 

Senza mai dare nulla per scontato, o per conquistato. Mettendosi in discussione al punto da cambiare ruolo e mano di tiro anche dopo essere arrivato in Eurolega, all’apice della pallacanestro continentale. Il ragazzino timido e magrolino del 2014 oggi è un’altra persona, prima che un altro giocatore. Ed è pronto a prendersi sulle spalle una squadra umile ma affamata di successi, giovane ma con la voglia di giocarsela con tutti.

 

“E’ vero, qui mi sento davvero a casa. A Trento sono cresciuto, ho le mie amicizie più importanti, ho incontrato la mia ragazza. Questa città rappresenta una parte importante della mia vita. Essere tornato mi riempie di gioia. La percezione che ho avuto in queste prime settimane di lavoro è stata davvero molto positiva: si respira un bel clima, lavoriamo duro ma con il piacere di stare insieme, divertendoci, e questo è sempre stato il segreto dei grandi risultati di questa società.

 

Anche i tifosi giocheranno una parte importanti, non ho dubbi che saranno in tanti a sostenerci al palazzetto anche perché sono stati loro uno dei motivi della grande crescita della pallacanestro in Trentino”. A fargli prendere la strada che lo ha riportato a Trento c’è anche la consapevolezza di essere guidato, dalla panchina, da un allenatore di caratura internazionale come Lele Molin.

 

"Sì, Lele è stata una persona fondamentale per il mio ritorno a Trento, con lui mi sono sempre trovato bene anche quando qui all’Aquila era un assistente: è una persona pulita, che è una delle qualità migliori che possa avere un allenatore. Ed è una persona diretta, che se ti deve dire qualcosa te lo dice. A livello tecnico poi non c’è bisogno che aggiunga nulla io rispetto a quello che dice la sua storia”.

 

Al Bayern Monaco nell’arco di due anni Diego si è messo alla prova in un contesto di altissimo livello, e per giunta da “straniero”. Un ambiente che lo ha prima “shockato”, poi cresciuto. “L’impatto che ho avuto arrivando al Bayern, nei primi giorni, mi ha un po’ intimidito, non lo nego. La prima cosa di cui ci si accorge è che tutto è più grande, che ci sono più persone. Ci si rende conto subito degli investimenti importanti del club, di quante persone si alzino dal letto al mattino per aiutare lo staff, i giocatori, la squadra a lavorare al meglio. E poi in generale l’Eurolega è davvero un mondo a parte, una lega chiusa in cui è difficile entrare e in cui gli standard sono tenuti altissimi. Essere stato parte del Bayern per due anni è stata un’esperienza incredibile, soprattutto il secondo anno quando con Trinchieri in panchina penso di essere cresciuto molto”.

 

Un anno vissuto non solo con un nuovo allenatore, ma anche con un ruolo diverso sul parquet. “Quello di spostarmi un po’ verso il ruolo di playmaker era un pensiero che avevo in testa da un po’, in parte perché in Eurolega ci si confronta con guardie molto più fisicate e alte di me, un po’ perché avrei potuto allargare i modi per avere un impatto importante sulla squadra e sulle partite. E’ un percorso lungo e un bel cambiamento, ma è un passo in cui io credo molto”.

 

E poi c’è stato il cambiamento più evidente: la mano di tiro. “E’ successo tutto molto semplicemente: quando nel primo lockdown la sensazione è che ci fossero all’orizzonte sei mesi di stop mi sono detto, proviamoci. Ho sempre avuto una predilezione per la mano destra nei tiri da sotto canestro, allora con l’allenatore dello sviluppo di Monaco ho cominciato da lì e poi mi sono gradualmente allontanato fino al tiro da tre. Poi un po’ all’improvviso si è ripreso a giocare, il campionato tedesco è finito nella “bolla”, e la fortuna ha voluto che nella mia prima partita tirando con la mano destra facessi subito due canestri da tre, che mi hanno dato molta fiducia e mi hanno convinto del tutto”.

 

Non che nei lunghi anni a Trento di cambiamenti non ce ne fossero stati, anzi. “Sono arrivato con tanto entusiasmo ma per me quella del giocatore professionista a Trento era un’esperienza completamente nuova, in cui tutto era una novità: poi la paura e l’emozione sono passate con il passare dei mesi. Oggi a 25 anni penso di avere la giusta maturità, dentro e fuori dal campo, per essere un giocatore importante per la mia squadra”.

 

I ricordi migliori e quelli peggiori con la maglia di Trento Diego li accosta alla squadra che anche al Bayern gli ha regalato gioie e dolori: l’Olimpia Milano. “Beh, prima di tutto per le vittorie in EuroCup nel 2016, erano i quarti di finale. E poi per la semifinale del 2017 quando abbiamo vinto per tre volte al Forum nella serie, quattro su quattro in casa dei campioni in carica contando anche il campionato. Invece la finale del 2018 contro l’Olimpia l’ho dovuta guardare da fuori, ed è stata davvero tosta: avevamo una squadra davvero molto forte ed affiatata, ricordo l’orgoglio di vedere in campo i miei compagni andare a un millimetro da un’impresa epica. Lo ripeto, è stata tosta”.

 

La Dolomiti Energia Trentino versione 2021-22 vuole provare ad avvicinarsi, per mentalità e risultati, a quelle che facevano impensierire tutte le “big” di campionato e coppa. “Siamo un bel gruppo, lavoriamo duro ma con il piacere di stare insieme, divertendoci: questo è sempre stato il segreto dei grandi risultati di questa società. L’intensità e l’energia che dovremo mettere in campo saranno una delle nostre armi in più. Vogliamo avere la faccia tosta e la voglia di competere contro tutti”.

 

I tifosi di Trento forse ricordano il suo pianto a dirotto dopo la finale persa con Venezia. Lo sport è bello anche perché è crudele. Perché tira fuori le emozioni più profonde. Perché segna le nostre vite. E il sorriso di Diego Flaccadori sarà una delle immagini simbolo della nostra nuova stagione.

 

QUI IL NUMERO DI SETTEMBRE DI BSKT, IL MAGAZINE DI AQUILA BASKET (QUI LA RIVISTA COMPLETA)

 

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