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''L'atmosfera è carica di un’adrenalina e di un entusiasmo pazzeschi'', le Olimpiadi con l'Italbasket di Salvatore Trainotti e Lele Molin

L'estate azzurra è cominciata a Pinzolo, e nel gruppo che ha contribuito a scrivere alcune splendide pagine di storia dell'Italbasket ci sono anche Trainotti e Molin

Pubblicato il - 09 settembre 2021 - 21:32

TRENTOIl quotidiano Il Dolomiti è partner di Aquila Basket e inizia il viaggio per raccontare persone, storie e volti del club bianconero.

 

La società è presente sulle pagine de Il Dolomiti con il magazine mensile Bskt (Qui il numero di settembre), ecco il primo articolo tratto dalla rivista: l'avventura di Salvatore Trainotti e Lele Molin alle Olimpiadi di Tokyo con la nazionale italiana. 

 

Da Pinzolo a Tokyo, con una tappa cruciale a Belgrado nel mezzo. Le imprese dell’Italbasket, capace di qualificarsi dopo 17 anni alle Olimpiadi e poi andata vicina ad una clamorosa semifinale a cinque cerchi, hanno radici che affondano in Trentino.

 

Perché l’estate Azzurra è cominciata a Pinzolo, e perché nel gruppo che ha contribuito a scrivere alcune splendide pagine di storia della pallacanestro tricolore ci sono anche Salvatore Trainotti e Lele Molin. Direttore generale settore squadre Nazionali, recita un ideale biglietto da visita di Salvatore; coach Molin invece è il braccio destro del ct Meo Sacchetti.

 

Due uomini chiave della squadra organizzativa e tecnica della Nazionale più emozionante da parecchi anni a questa parte. “La splendida estate del basket Azzurro”, racconta Trainotti, “trova la genesi in tanti aspetti, ma per me nasce a Pinzolo, in Val Rendena, dove abbiamo cominciato il ritiro. Fin da subito si è creato un clima positivo, focalizzato sul lavoro. I sedici ragazzi presenti dai primi giorni sapevano che sarebbe stato difficile per loro arrivare al preolimpico, ma hanno messo le basi e dato vita ad un’atmosfera in cui si sono poi calati perfettamente tutti i giocatori che si univano al team. E’ stato un avvicinamento al preolimpico lungo, ma in cui il gruppo si è davvero cementato”.

 

In pochi avrebbero scommesso su un preolimpico così scintillante: battuti Porto Rico e Repubblica Dominicana, nell’atto finale, il dentro-o-fuori con la Serbia a Belgrado, sembrava scritto che dovessero essere i fortissimi padroni di casa a prevalere. E invece. “Siamo arrivati a giocarci quella partita con la Serbia a mente sgombra”, aggiunge Trainotti. “Eravamo dove volevamo e dove dovevamo essere. La finale è stata una partita bellissima, preparata splendidamente dallo staff tecnico e interpretata alla grande dalla squadra: un successo davvero emozionante e che ha saputo entusiasmare anche chi non è un tifoso di pallacanestro”.

 

A quel punto gli Azzurri si sono diretti verso il Giappone sulle ali di un entusiasmo travolgente e con la convinzione di potersela giocare davvero con tutti: inserito Gallinari, si è data fiducia ai “ragazzi terribili” che avevano oscurato le stelle serbe.

 

E in un attimo si è entrati nella “bolla”, fisica e metaforica, delle Olimpiadi. Il volo per il Giappone, i controlli, le severe regole anti-Covid inserite in un mondo da favola, il villaggio olimpico. “È un film. Tutto un film. Non sembrava vero”, racconta coach Lele Molin a cui ancora brillano gli occhi ripensandoci. “Cinque ore di controlli all’arrivo, organizzazione impeccabile: alla giapponese, molto precisa ma tutti i volontari e gli addetti erano sorridenti e gentilissimi. Poi finalmente entriamo al villaggio olimpico, una vera e propria città dentro la città: l’atmosfera è carica di un’adrenalina e di un entusiasmo pazzeschi, e sei attorniato da questi palazzi, le bandiere. Nella mia carriera ho avuto la fortuna di partecipare a grandi eventi, a Final Four di Eurolega, tornei con le nazionali. Ma non ho mai visto niente del genere. Questa era proprio un’altra roba. Facevano 40 gradi, ma giravo volentieri per le strade del villaggio olimpico, in cui potevamo muoverci senza particolari restrizioni”.

 

Per entrare e uscire per allenamenti e partite invece, pullman e controlli: perché in tutto lo splendore olimpico c’era anche da giocare a pallacanestro. “La squadra è uscita dal successo di Belgrado con una consapevolezza nei propri mezzi che a Tokyo è cresciuta giorno dopo giorno. C’era la percezione tra i ragazzi e tra noi dello staff che potesse davvero succedere qualcosa di speciale, per l’armonia che si avvertiva e perché la squadra sembrava vivere in una dimensione tutta sua: di questo va dato merito a capitan Melli e a tutti i giocatori e i membri dello staff. Se ho un piccolo rammarico dal punto di vista sportivo è per la sconfitta contro l’Australia nel girone, se l’avessimo spuntata nel finale punto a punto avremmo potuto avere un quarto di finale e un percorso diverso. Però a queste manifestazioni ti rendi conto che ci sono alcune squadre programmate per arrivare a medaglia, noi non lo eravamo ancora. Abbiamo fatto un’esperienza importante e che al di là della mancata medaglia è stata straordinaria e gratificante”.

 

CONTENUTO TRATTO DAL NUMERO DI SETTEMBRE DI BSKT, IL MAGAZINE DI AQUILA BASKET (QUI LA RIVISTA COMPLETA)

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