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Atlete transgender escluse dalle gare femminili. Bellutti: "Potrebbero scomparire le categorie uomo-donna per creare quelle basate sui livelli di ormoni"

Dopo il caso della ciclista Bridges e della nuotatrice Lia Thomas si è riacceso il dibattitto sulla collocazione degli atleti e delle atlete transgender all’interno del mondo agonistico, dove vengono riconosciute solo le categorie maschili e femminili. Bellutti: "Lo sport andrà in una nuova direzione, aprendosi anche al gender fluid con l’aiuto della scienza. Vanno ripensate i criteri in ogni disciplina"

Di Francesca Cristoforetti - 04 April 2022 - 10:39

TRENTO. È arrivato un no alla ciclista transgender Emily Bridges che non ha potuto gareggiare nella sezione femminile dei campionati nazionali britannici Omnium. Questa è stata la decisione presa dall’Unione ciclistica internazionale secondo cui l’atleta 22enne, che nel 2018 aveva stabilito un record nazionale maschile junior nella 25 miglia, non avrebbe avuto livelli di testosterone idonei per competere contro le altre atlete olimpioniche britanniche perché considerata ancora un uomo, riporta il quotidiano The Guardian.  

 

Il dibattitto sulla collocazione degli atleti e delle atlete transgender all’interno del mondo agonistico si è subito riacceso. Basandosi sulla biologia, lo sport infatti propone attualmente un sistema binario rigido, che riconosce soltanto la categoria maschile e quella femminile

 

Non è la prima volta che emerge la questione: poco tempo fa erano piovute aspre critiche anche sulla nuotatrice americana transgender Lia Thomas, che aveva vinto i 500 yard (poco più di 450 metri) ai campionati di nuoto di prima divisione dell’American University (Ncaa) ad Atlanta. Il titolo però le era stato tolto dal governatore della Florida Ron DeSantis che lo aveva assegnato a Emma Weyant, accusando la Ncaa di “distruggere le opportunità per le donne, elevando l’ideologia al di sopra della biologia”.

 

Antonella Bellutti, pluricampionessa olimpica di ciclismo, originaria di Bolzano e candidata alla presidenza del Coni nelle elezioni del 2021 ha analizzato il problema, intervistata da Il Dolomiti.

 

“Lo sport è fortemente intriso della cultura binaria – spiega – con una rigida classificazione tra ciò che è maschile e ciò che è femminile, un modello che ora però mette in discussione la partecipazione degli atleti e atlete transessuali nelle competizioni a livello agonistico. Anche lo sport è intriso di valori patriarcali e rafforza i comportamenti dei due generi”.

 

Genere e biologia sono difficili da coniugare nel mondo dello sport. “Lo sport dovrà iniziare ad andare in una nuova direzione, aprendosi anche al gender fluid con l’aiuto della scienza. Ci vorrà del tempo però, non sono transizioni facili, il cambiamento e le soluzioni adeguate non arriveranno nel prossimo futuro”. Sarebbe necessario quindi “ripensare le discipline, perché stiamo vivendo di un’eredità di tempi remoti, mentre ora va affrontata la complessità della società”.

 

Se da una parte quindi ci sono le diverse caratteristiche biologiche che distinguono il sesso maschile da quello femminile, e che incidono inevitabilmente nelle competizioni sportive, dall’altra c’è un discorso di diritti e inclusione: “C’è bisogno di dare il tempo necessario alla scienza per dare delle risposte, per costruire nuovi criteri e nuove categorie che possano includere tutti e tutte”.

 

I valori sport dovrebbero essere democratici, “ma l’agonismo non è inclusivo al cento per cento, se si pensa anche solo alla rigidità dei criteri per l’idoneità sportiva”. Lo sport andrà sempre più in una direzione in cui “si indagheranno i ‘nuovitratti biologici”. In futuro potrebbe esserci una grande rivoluzione all’interno del mondo agonistico: “Potrebbero scomparire le gare per uomini e per donne, andando invece verso delle categorie basate sui livelli di ormoni, come il testosterone, calcolati in base a ogni disciplina”.

 

Lo stesso Comitato Olimpico Internazionale (Cio) ha aggiornato le sue linee guida nel 2021 con un documento sull’“inclusione e la non discriminazione sulla base dell’identità di genere e delle variazioni di sesso” nelle competizioni olimpiche. Le nuove indicazioni, molto più inclusive rispetto a quelle pubblicate nel 2015, non prevedono il calcolo del livello di testosterone per determinare se un’atleta debba competere nella categoria maschile o in quella femminile, ma non sarebbero vincolanti per le federazioni.

 

Non in tutte le discipline infatti le caratteristiche sessuali inciderebbero sulle prestazioni sportive: “Le commissioni tecniche di ogni federazione dovrebbero porre i propri criteri in base alla disciplina che rappresentano”. Sarebbe questa, conclude Bellutti, “l’unica direzione possibile per garantire le stesse condizioni di partenza, ma sarebbe uno stravolgimento, un gran salto culturale”.

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