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Cultura | 10 aprile 2025 | 18:15

21mila presenze turistiche nel 2023, ma una sola bambina in età scolare. Nel "modello Valle Maira" qualcosa non ha funzionato

"Le decine di migliaia di presenze della Val Maira, spesso qualificate (turisti colti e rispettosi, provenienti dal Nord Europa), non hanno generato nuovi servizi, welfare, strutture commerciali locali. Gli operatori, terminata l’alta stagione estiva e invernale, ritornano a valle, verso le pianure, dove ci sono scuole e servizi per le famiglie". Così riflettono Antonio De Rossi e Laura Mascino ne "La montagna, con altri occhi", il primo libro della collana de L’AltraMontagna. È sempre più urgente domandarsi se sia sufficiente un'offerta turistica vincente per affrancare le montagne dallo spopolamento

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

È sufficiente un'offerta turistica vincente per affrancare le montagne dallo spopolamento?

 

Possiamo incontrare una risposta interessante nelle prime parole del quarto capitolo La montagna, con altri occhi - il primo libro della collana de L’AltraMontagna - scritto dagli architetti Antonio De Rossi e Laura Mascino.

 

Cinquantacinque abitanti, ventidue strutture ricettive, 21mila presenze turistiche nel 2023, una sola bimba in età scolare. Non stiamo parlando di un sobborgo iperturistico di Cortina d’Ampezzo o di Courmayeur. Stiamo parlando di un Comune in Alta Valle Maira, Valli occitane, Piemonte. Un paese simbolo di quel modello – definito appun­to ‘Valle Maira’ – che virtuosamente più di una ventina di anni fa aveva messo insieme contesti ambientali di pregio, valorizzazione delle risor­se culturali e storiche, accoglienza e dimensione turistico-sportiva a basso impatto (escursionismo, ciaspole, scialpinismo).
Quell’unica bimba, a fronte di 21mila presenze turistiche, rappresenta la dimostrazione che qualcosa non ha funzionato. Ci avevamo creduto in tanti a quel progetto capace di coniugare ambiente, eredità storico-culturale, turismo soft e green. Ma bisogna avere il coraggio di guardare in faccia la realtà: la patrimonializzazione e la valorizzazione delle risorse non determinano automaticamente abitabilità. Le decine di migliaia di presenze della Val Maira, spesso qualificate (turisti colti e rispettosi, provenienti dal Nord Europa), non hanno generato nuovi servizi, welfare, strutture commerciali locali. Gli operatori, terminata l’alta stagione estiva e invernale, ritornano a valle, verso le pianure, dove ci sono scuole e servizi per le famiglie”.


Le aree interne della Penisola soffrono, in modo crescente, di fenomeni di spopolamento e invecchiamento della popolazione, di assottigliamento dei servizi, di infragilimento delle economie.

 

Ciononostante, raccontano De Rossi e Mascino, “questi ultimi anni stanno mostrando un veloce e radicale cambio di rotta, che mette al centro proprio il tema dell’abitabilità. Non solo in ragione dei limiti mostrati dalle esperienze di patrimonializzazione e valorizzazione. A cambiare – nel quadro dell’emergenza climatica e della crescente crisi delle città – è proprio la percezione e il significato che attribuiamo ai territori montani, agli spazi marginalizzati dalle politiche. Una riconsiderazione e riconfigurazione del rapporto tra urbano e rurale che non riguarda solo l’Italia, ma l’intero globo, che si tratti delle aree interne francesi e spagnole o dei villaggi montani della Cina. Innanzitutto perché è lì che si trovano le principali risorse ambientali, le nuove potenziali economie sostenibili, i paesaggi storicamente costruiti che si potrebbero riabitare. Ma soprattutto perché recentemente, per la prima volta da quando esiste lo Stato unitario, le montagne iniziano a essere viste, in particolar modo tra i più giovani, come uno spa­zio di opportunità, ribaltando la tradizionale imma­gine delle terre alte come luogo della marginalità e del sottosviluppo.

È seguendo la trama delle tante sperimentazio­ni in atto sulle Alpi e gli Appennini, molte delle quali volute e gestite ‘dal basso’, che si può co­gliere il grado di novità e di rottura di questa nuo­va fase, dove, alle consuete immagini della valoriz­zazione, si aggiungono quelle della rigenerazione: delle comunità, delle culture, delle economie. La montagna, quindi, non più solamente come spazio della conservazione e del relativo consumo; sem­mai, un luogo di innovazione nuovamente produtti­vo: di idee, nuovi modi di pensare l’interazione tra economie e ambiente, inedite forme di socialità e modalità abitative”.

 

Comune denominatore di tutti questi sforzi è dunque la costruzione di una nuova abitabilità. Un’inversione dello sguardo rispetto alle politiche e visioni tradi­zionali, che può venire incontro a quella crescen­te domanda di montagna soprattutto tra le giovani generazioni.

 

Proprio su questo punto, concludono i due architetti, “osservando le tante esperienze di rigenerazione e di neopopolamento in corso nelle terre alte del Paese, un elemento cri­tico pare emergere: la difficoltà di offrire opportu­nità abitative – malgrado le tante case vuote e ab­bandonate – alle persone che vogliono reinsediarsi; un tema su cui serviranno politiche a scala territo­riale, perché non può bastare la buona volontà di singole amministrazioni e comunità, e nemmeno incaute operazioni di svendita di case a un euro al primo ignaro offerente. Per abitare serve una casa, ma una casa si costruisce solo abitando”.

 

Per chi fosse interessato, La montagna con altri occhi è acquistabile qui.

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