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Legambiente, bandiere verdi per Cantine Ferrari e BioEnergia Fiemme. Bocciato il Comune di Arco

Oltre alla bocciatura per le province di Trento e Bolzano (per il ddl lupo-orso) l'associazione ambientalista ha assegnato altri premi. Con le Cantine Ferrari si vogliono premiare coloro che fanno produzione biologica (e viene citato anche il Consorzio Vignaioli del Trentino) "in una provincia - scrivono - dove il consumo di fitofarmaci è molto elevato (secondo solo al Veneto) e la percentuale di superfici biologiche sul totale delle superfici coltivate è sempre stata bassa rispetto alla media nazionale"

Pubblicato il - 01 luglio 2018 - 19:24

TRENTO. Non solo bocciature. Legambiente assegna al Trentino due bandiere nere e due verdi. In totale l'importante associazione ambientalista, ha deciso, nel suo dossier, di dare quindici bandiere verdi e sei nere. Per quanto riguarda le prime (le promozioni, quindi) quattro sono andate al Piemonte, due alla Valle d’Aosta, cinque alla Lombardia, due al Trentino e due al Friuli Venezia Giulia. Delle nere (le bocciature), cinque sono rimaste entro i confini italiani (una in Lombardia, una equamente condivisa dalle province di Trento e Bolzano, una ancora alla provincia di Trento e due al Friuli Venezia Giulia), la sesta è stata assegnata al Ministero degli Interni francese (per i continui respingimenti di migranti sui valichi alpini).

 

Detto della nera data alle provincie di Trento e Bolzano essenzialmente per la scelta dei suoi amministratori di procedere con il ddl lupo-orso che ne permetterebbe l'abbattimento, l'altra bandiera nera è stata rifilata sempre a un'amministrazione: quella di Arco "che con la variante al PR - scrive Legambiente - ridefinisce la pianificazione urbanistica delle aree agricole in località Linfano, prevedendo la realizzazione di non ben precisate strutture sportive e ludiche per una Superficie Utile Netta di 4000 m² e il trasferimento sull’area di un’attività commerciale, ampliata grazie al bonus energetico e ad un ulteriore bonus volumetrico del 10%, con notevole incremento anche delle dotazioni di parcheggi e quindi di consumo di suolo".

 

Due, invece, le bandiere verdi che arrivano da dei privati e da una partecipata: le Cantine Ferrari, "per la conversione alla produzione biologica in tutti i vigneti di proprietà - si legge nel dossier - e l'introduzione del protocollo “Il vigneto Ferrari – per una viticoltura di montagna sostenibile e salubre” per tutti i viticoltori che conferiscono", e l'azienda BioEnergia Fiemme "per la produzione di beni e servizi - recita la motivazione - attraverso il riuso di materiali di scarto nella filiera del legno e del rifiuto umido. Un bel esempio di economia circolare costruita sul territorio montano".

 

 

Nel dettaglio ecco le motivazioni per le tre bandiere

 

Cantine Ferrari

La scelta della conversione alla produzione biologica dei vigneti ha particolare rilevanza in una provincia dove il consumo di fitofarmaci è molto elevato (secondo solo al Veneto) e la percentuale di superfici biologiche sul totale delle superfici coltivate è sempre stata bassa rispetto alla media nazionale. Nel conferire questo premio vorremmo quindi riconoscere non solo l'impegno delle Cantine Ferrari ma anche quello di tutti i viticoltori del Trentino che producono in modo biologico e sostenibile, molti dei quali associati nel Consorzio Vignaioli del Trentino.

 

Grazie a tutti loro sono attualmente coltivate secondo protocolli biologici o biodinamici oltre 1.000 ettari di vigneti in Trentino, più del 10% del totale, con una grossa crescita dal 2008 in poi, crescita ottenuta anche grazie all'attiva consulenza dell'Unità di Agricoltura Biologica della Fondazione Edmund Mach.

 

Per quanto riguarda le Cantine Ferrari, tutti i vigneti di proprietà sono certificati biologici dal 2017. Il protocollo Ferrari, richiesto a chi conferisce uva, vieta il diserbo chimico, limita l'uso di concimi chimici e consente l'uso di soli 5 fitofarmaci di sintesi scelti fra quelli con maggior margine di sicurezza. Tali richieste richiedono un'attenta gestione agronomica e favoriscono il passaggio dei coltivatori alla produzione biologica. Il fatto che un grande produttore mostri la possibilità di produrre in modo rispettoso della salute e della sicurezza di operatori e consumatori e della salvaguardia dell'ambiente può essere da esempio per gli altri produttori e stimolare la realizzazione di Biodistretti (alcuni dei quali in fieri) nei quali tutta la produzione agricola di un territorio vada verso la sostenibilità ambientale.

 

BioEnergia Fiemme 

 

Bioenergia Fiemme, società partecipata dal Comune di Cavalese, è un’azienda che produce energia termica ed energia elettrica attraverso il riciclo degli scarti industriali del legno della Valle e l’utilizzo dello scarto dell’umido da raccolta differenziata (che a Cavalese raggiunge addirittura l’87%). E’ partita nel 1999 ed è un’azienda territoriale, legata al Trentino e alla val di Fiemme.

 

Un’azienda con un forte radicamento che sa però cogliere le opportunità che la nuova frontiera dell’economia circolare può offrire. Qui il rifiuto, lo scarto si trasforma in opportunità. Infatti, lo scarto del legno, la parte più povera del tronco è trasformata in energia termica ed elettrica. Anche la segatura derivante dal taglio del legno nelle segherie locali è trasformata in pellet, il Fiemme-Pellet, combustibile di qualità. Il rifiuto umido proveniente dall’eccellente raccolta differenziata della val di Fiemme e del Trentino viene anch’esso utilizzato e trasformato in ammendante per l’agricoltura e in biogas, con la prospettiva futura di ricavare anche biometano per la mobilità.

 

Per raccontare queste attività è nato il percorso guidato di visita “Tutto Merita una Seconda Possibilità”. Un percorso aperto a tutti, famiglie e imprese, ospiti e residenti, in grado di far comprendere il lavoro di Bioenergia- Fiemme e le potenzialità di innovazione verso una nuova economia, quella circolare, che nelle zone montane può diventare occasione di sviluppo e di crescita.

 

Arco

La scelta appare in totale controtendenza rispetto alle esigenze di contenimento del consumo di suolo, in particolare in un contesto come il Basso Sarca, dove l'indice di territorio urbanizzato per abitante residente è particolarmente elevato: 317,3 mq/ab mentre nel comune di Arco arriva a 360,2 mq/ab. Sulle aree del Linfano, il parere espresso dal Servizio Aree Protette della PAT – Conferenza di pianificazione n. 2 del 2017, riporta testualmente: “L'ampia porzione di territorio agricolo interessato è attualmente coltivato con un criterio di intensività, ma conserva pur sempre un suolo permeabile e immediatamente rigenerabile per qualsiasi altra forma di copertura vegetale. In rapporto al contesto insediativo di quei luoghi, già diffusamente urbanizzati, essa possiede una intrinseca valenza di riequilibrio ambientale e di connettività ecologica, fattori non certo trascurabili sotto il profilo di biodiversità territoriale nel senso più ampio del termine”.

 

Nel piano regolatore del 2000 si prevedeva il trasferimento in quest’area delle attività presenti (campeggi) in fascia lago, in modo da garantirne la rinaturalizzazione. In questo caso il parziale sacrificio dell’area, peraltro con volumi nettamente inferiori rispetto agli attuali, veniva compensato dalla “rinaturalizzazione” della fascia lago. Nel 2003 interveniva un’altra variante con la quale le precedenti previsioni di rinaturalizzazione dell'area della fascia lago si trasformano in previsioni di valorizzazione ambientale, infrastrutturale e turistica. Veniva aumentato il carico edilizio e all'estremità nord veniva prevista l'edificazione con effetto paese di una volumetria massima di 20.000 m³ (già realizzata).

 

Con la variante attuale, l'area, acquistata nel 2001 dalla municipalizzata AMSA a prezzi molto maggiorati rispetto al reale valore di mercato (infatti l’area non era edificabile) e per cui il piano attuativo è scaduto, ottiene una significativa valorizzazione economica a beneficio contabile della municipalizzata AMSA. Riteniamo che una zona di pregio come quella in oggetto, salvata in passato da grossi progetti di speculazione edilizia, debba essere difesa, bloccando il progetto come richiesto da numerosi associazioni e da un comitato di cittadini (Comitato Salvaguardia Olivaia di Arco).

 

La parziale perdita economica non è in alcun modo paragonabile all’irreversibile danno paesaggisticoambientale che la cancellazione di tale pregiata porzioni di territorio comporterà per i cittadini e le future generazioni. Lo stop al consumo di suolo è un principio previsto nelle più recenti normative urbanistiche della Provincia di Trento e per cui Legambiente si batte da anni.

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