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Il Parco delle Dolomiti Bellunesi dà il benvenuto a un cucciolo di gatto selvatico. Documentata la prima riproduzione di questa specie

Il Parco nazionale delle Dolomiti Bellunesi, grazie ad una ricerca condotta dalla ricercatrice dell'Università Ca' Foscari di Venezia Arianna Spada, ha documentato con una fototrappola la prima riproduzione del gatto selvatico nel territorio dell'area protetta. Segnalato per la prima volta nel 2014, risulta essere una specie in espansione, anche se molto schiva e quindi difficile da individuare

Credits to Arianna Spada
Pubblicato il - 31 agosto 2020 - 16:12

BELLUNO. La sua presenza nel Parco delle Dolomiti Bellunesi era stata segnalata per la prima volta nel 2014 grazie ad un progetto curato dall'ente gestore in collaborazione con il Museo di storia naturale di Venezia. Ora, dopo oltre 6 anni dal primo avvistamento, una fototrappola ha permesso di accertare un fatto eccezionale: il gatto selvatico presente nell'area protetta si è riprodotto.

 

La foto cattura infatti l'attimo in cui la madre attraversa il campo visivo con un piccolo gattino. La femmina passa con passo felpato, a seguito il cucciolo. È un fatto unico perché per la prima volta si può accertare che questo animale, presente appunto da diversi anni sul territorio del Parco, si è riprodotto.

 

Oggetto di uno studio pluriennale condotto dal Parco nazionale delle Dolomiti Bellunesi e dall'Università Ca' Foscari di Venezia, il gatto selvatico è monitorato per presenza e distribuzione grazie ad un progetto di dottorato condotto dalla dottoressa Arianna Spada sotto la supervisione del professor Stefano Malavisi. Il compito, però, risulta tutt'altro che facile: il gatto selvatico, infatti, non rappresenta certo una specie troppo visibile. Elusivo, schivo, assomiglia molto al gatto soriano, compagno nelle case di molti amanti di questi animali.

 

Secondo lo studio condotto dalla Ca' Foscari, il felino selvatico si starebbe espandendo. Se infatti la foto che immortala la madre con il piccolo è stata scattata nella parte orientale del Parco, grazie alla collaborazione dei carabinieri forestali e del progetto “Il sentiero dei lupi” si sta evidenziando come la sua distribuzione sia in realtà ben più diffusa all'interno dell'area protetta. “Questo nuovo dato – ha dichiarato il presidente del Parco Ennio Vigne – è il frutto di una proficua e consolidata collaborazione con l'Università Ca' Foscari Venezia e testimonia dell'impegno costante del Parco nell'ambito delle ricerche scientifiche, che costituiscono uno dei principali scopi istituzionali dell'Ente e sono realizzate grazie alla professionalità del personale interno e a una fitta rete di collaborazioni”.

 

Le ricerche e i monitoraggi ci consentono di raccogliere informazioni precise e aggiornate sul patrimonio naturale affidato alle cure del Parco, e sono la base sulla quale si fondano le attività di gestione e conservazione”, ha concluso. “La conservazione della biodiversità dovrebbe essere il fine ultimo delle ricerche zoologiche e bio-ecologiche – ha aggiunto il professore Stefano Malavisi, supervisore della ricerca – e tale obiettivo può essere raggiunto coniugando ricerca di base e applicata, attraverso la collaborazione fra l'Università e gli enti territoriali preposti alla tutela e alla gestione del patrimonio naturale. Il lavoro che stiamo svolgendo, come Dipartimento di Scienze ambientali, assieme al Parco naturale delle Dolomiti Bellunesi, è un ottimo esempio di come la ricerca e lo studio possano essere poste al servizio del territorio e della Natura”.

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